Prima che arrivasse Il Trono di Spade – e Narcos, The Mandalorian, The Last of Us, Il Gladiatore II – il curriculum di Pedro Pascal era fatto di teatri Off-Broadway e qualche particina in serie tv. Poi, nel 2014, ha interpretato lo spietato Oberyn Martell. E tutto è cambiato.
Pedro Pascal, il sex symbol che riscrive le regole della mascolinità
«Ancora oggi non capisco perché abbiano voluto me, potevano avere chiunque. Sarò sempre grato alla mia collega, e migliore amica, Sarah Paulson, che ha fatto arrivare il mio provino nelle mani giuste» dice il 50enne attore cileno naturalizzato statunitense.
Oggi Pedro incarna un nuovo modello di sex symbol: riflessivo, umile, gentile. Un uomo dalla parte delle donne, che si tratti di sostenere la sorella Lux nel percorso di transizione di genere o di chinarsi cavallerescamente sul red carpet del Festival di Cannes per sistemare lo strascico dell’abito della collega Emma Stone. Anche a questa mascolinità femminista, ci scommettiamo, Pascal deve il suo successo.
Pedro Pascal è ovunque: cosa vedere ora (e nei prossimi mesi)
Lo abbiamo appena visto nella seconda stagione di The Last of Us (su Sky), lo ritroviamo ora al cinema in I Fantastici Quattro – Gli inizi, nuovo reboot della saga ispirata ai fumetti Marvel. Il 4 settembre sarà in Material Love, commedia romantica con Dakota Johnson e Chris Evans, e il 17 ottobre nel western moderno Eddington, accanto a Emma Stone e Joaquin Phoenix.
Partiamo da The Last of Us: racconta un mondo al collasso, lo trova vicino al nostro?
«Credo che le storie riflettano sempre l’esperienza umana. Fin dai graffiti preistorici, il nostro scopo è raccontarci. Anche nei momenti più duri. Ogni personaggio che porto sul set nasce dall’uomo che sono, dalla vita che ho vissuto. In uno scenario da fine del mondo come quello di The Last of Us c’è un interesse, a volte sano, a volte meno, nel vedere come le persone reagiscono quando affrontano sfide estreme, quando devono superare il limite».
Cosa la rende una serie speciale?
«Le emozioni. I videogame si basano sull’adrenalina, l’azione. Ma una serie ha bisogno di empatia, di cuore. The Last of Us è un viaggio emotivo, non solo una storia post-apocalittica».
Lei quanto resisterebbe in un mondo popolato di zombie?
«Ah, pessima domanda! (ride, ndr). Uno dei miei film preferiti è 28 giorni dopo di Danny Boyle: mi è sembrato così realistico che per mesi, entrando in una stanza, cercavo sempre la via di fuga. Sinceramente? Non so quanto durerei. So però che farei di tutto per proteggere le persone che amo. Non sono un grande corridore, quindi punterei più sul cervello che sulla forza fisica».
A tal proposito, lei è un appassionato lettore…
«I libri sono la mia ancora. Da bambino leggevo sempre con mia madre. E la sera, invece di dormire, mi nascondevo sotto le coperte perché non riuscivo a staccarmi da La collina dei conigli di Richard Adams! Amo molto anche Gabriel García Márquez e J.D. Salinger».
In I Fantastici Quattro – Gli inizi è invece un supereroe. Come descriverebbe il suo Reed Richards, alias Mister Fantastic?
«Un uomo di scienza, cerebrale, solitario, più adulto di quanto la gente immagini, pronto a sacrificarsi per la famiglia e gli amici. Mi ci ritrovo molto. E credo che questo non sia solo un film di supereroi: mostra un futuro dove il cuore e la tecnologia, insieme, possono risolvere ogni problema».

Si dice che per questo ruolo abbia chiesto consiglio a Robert Downey Jr.
«È vero! Quando sei insicuro, ti rivolgi al “Padrino”! (ride, ndr). Lo chiamiamo tutti così. Dopo le critiche sul fatto che fossi troppo vecchio per interpretare Mister Fantastic, ho parlato con lui. Mi ha detto: “Fregatene. Non ascoltarli. Avrai una carriera lunga”. È un consiglio che porterò sempre con me».
A parte lui, chi sono i suoi modelli?
«Gene Hackman, da sempre. E sogno di lavorare con Steven Soderbergh, uno dei primi registi che mi hanno fatto amare il cinema. Un giorno, chissà…».
È diventato un divo a 40 anni, come la fa sentire questo successo tardivo?
«Non avrei mai pensato di diventare così popolare. La recitazione mi ha dato più di quanto sognassi. Non solo ho lavorato con persone che ammiravo da sempre, oggi ho una voce che posso usare per supportare cause importanti. Ho 11 milioni di follower su Instagram: posso parlare di quello che conta davvero, dal lavoro di Medici Senza Frontiere ai diritti LGBTQ+».
Immagino si riferisca a quanto ha detto la scrittrice J.K. Rowling…
«Non puoi essere famosa come lei e sostenere una sentenza pericolosa come quella della Corte suprema britannica che riconosce legalmente come donna solo chi lo è per sesso biologico alla nascita».
Quattro anni fa sua sorella Lux ha raccontato pubblicamente del proprio percorso di transizione.
«Lux per me è la luce che mi indica la strada. Ed è anche un esempio per tutti. Ha una sicurezza in se stessa che io non avrò mai, ma proteggere chi amo è mio dovere».
La sua famiglia scappò dalla dittatura di Augusto Pinochet in Cile quando lei era piccolissimo.
«Per i miei genitori, incredibilmente, fu più un’avventura che una fuga. Nonostante lasciassero tutto, riuscirono a viverla come un’opportunità. Mia madre Verónica era imparentata con il presidente deposto Salvador Allende: suo cugino, Andrés Pascal Allende, era anche un oppositore del regime militare. Mio padre José era un medico, ma aveva una passione sconfinata per il cinema: credo che, in fondo, trasferirsi in Danimarca prima e poi negli Stati Uniti gli sia sembrato quasi un film. Si reinventarono. E quella forza l’hanno trasmessa a noi figli. Io e i miei tre fratelli siamo cresciuti con la consapevolezza che un nuovo inizio è sempre possibile. Per me è stato così, dalla California a New York, dove il sogno di studiare recitazione si è realizzato grazie a loro».
Ha dovuto però affrontare un dolore indicibile: sua madre si è suicidata quando lei era poco più che un ragazzo.
«Avevo 24 anni. Stavo cercando di costruirmi una carriera, di farmi un nome in un mondo che sembrava non volermi, quando ho perso la persona più importante della mia vita.
Prima usavo il cognome di mio padre, Balmaceda, dopo ho preso il suo, Pascal. È il mio modo per portarla con me ogni giorno
Non seguo nessuna religione, non ho una pratica spirituale per sentirmi vicino a lei. Ma tutto quello che faccio lo faccio pensando a lei. È sempre con me. Se oggi ho una carriera, se ho un pubblico che mi ama, è perché mia madre non ha mai smesso di credere in me. Anche quando io stesso non ci riuscivo. Dopo la sua morte ho imparato che il dolore non si supera, si trasforma. La sua assenza è una presenza costante. Ma so che vorrebbe vedermi felice. E questo mi dà la forza di sorridere».