È raro raccontare la paternità scavando nei sentimenti più scomodi da accettare. Ci prova Riccardo Scamarcio in I figli della scimmia di Tommaso Landucci, in concorso nella sezione Orizzonti della Mostra del Cinema di Venezia e in sala dal 17 settembre. Landucci, regista e autore, ha usato il titolo di una fiaba di Esopo su una scimmia che nutre solo il preferito dei suoi due cuccioli per seguire la vicenda di una coppia con un figlio disabile, concentrandosi sul padre, Dario, e la sua crisi. In una sorta di fuga dalla realtà per dimenticare la propria frustrazione, Dario inizia a occuparsi del nipote 14enne, figlio del fratello, regalandogli una moto sportiva e insegnandogli a guidarla, cose che non potrà mai fare con il suo bambino.

«Il film mostra, in un certo senso, la “disabilità” del padre nel gestire le proprie emozioni. Lo fa con delicatezza, evitando il tono ricattatorio in cui si rischia di cadere affrontando queste tematiche» spiega Scamarcio, fiero di aver anche prodotto il titolo. Da qualche anno il 46enne attore pugliese si divide tra grandi produzioni e lavori indipendenti come questo. Dopo essere stato diretto da Johnny Depp in Modì, storia di Amedeo Modigliani uscita 2 anni fa, ha girato i due capitoli di La resurrezione di Cristo di Mel Gibson, che vedremo probabilmente l’anno prossimo, nel ruolo di Ponzio Pilato.

Riccardo Scamarcio nel film I figli della scimmia di Tommaso Landucci, ora nelle sale dopo l’anteprima alla Mostra di Venezia.

È arrivato al Lido con la compagna, l’attrice Benedetta Porcaroli, conosciuta sul set del film del 2021 La scuola cattolica, anche per presentare l’adattamento di Dracula per la piattaforma di audiolibri Audible, dove hanno dato voce a Mina e Dracula: tanto belli mano nella mano sul red carpet quanto riservati sul loro amore. Scamarcio è invece più loquace quando racconta della figlia Emily, 6 anni, avuta dalla precedente compagna Angharad Wood, manager di scrittori e artisti.

Riccardo Scamarcio, l’esperienza del padre su e giù dal set

Il film quale lato dell’esperienza paterna esplora?

«Essere padri è sempre una cosa bellissima, ma con un figlio disabile tutto è complicato dall’organizzazione quotidiana e soprattutto dalle aspettative psicologiche. È difficile accettare i limiti della situazione, sapere che certe cose non potrai mai farle. Come dice Tommaso Landucci, di cui mi hanno colpito molto la sensibilità e la scrittura, nessun genitore è preparato a questa esperienza. Chi si ritrova a viverla finisce per sentirsi in lutto per il figlio che aveva immaginato e desiderato».

Com’è andata sul set con Andrea Aggio, che interpreta suo figlio?

«È stato straordinario averlo accanto: ha una forza vitale pazzesca pur con la sua disabilità fisica. Voleva sempre girare di nuovo la scena, anche se gli dicevo che potevamo fermarci perché era venuta bene».

Sente una paternità “professionale” nell’aver prodotto questa opera prima di Landucci?

«Un po’ sì. Sembra quasi che si siano allineati gli astri, perché la sua idea di cinema corrisponde alla mia: entrambi amiamo l’autenticità, la naturalezza, i silenzi che lasciano intuire quello che i protagonisti non dicono. Ho girato I figli della scimmia dopo La resurrezione di Cristo di Mel Gibson e, per quanto possa sembrare strano, abbiamo cercato di usare il suo stesso metodo, provando ogni scena con gli attori e tutti gli elementi prima del ciak. Anche se quello di Gibson è un film cento volte più grande del nostro».

Le differenze tra Hollywood e Cinecittà

Da attori ci si sente più piccoli in una macchina hollywoodiana?

«No, perché pensi al tuo ruolo e alla scena da girare. L’unica differenza, per chi recita, è avere davanti quattro macchine da presa anziché solo una».

Mel Gibson è l’ultimo di vari registi stranieri con cui ha lavorato, da Woody Allen in To Rome with Love a Johnny Depp in Modì. Il suo “sogno americano” si realizza?

«Io sogno più che altro di lavorare con registi che amano sperimentare, usare il linguaggio dell’inconscio e realizzare qualcosa che non somigli a cose già viste. Un cinema diverso dalla serialità, per esempio, che tendenzialmente non faccio. Un po’ perché non mi capita, ma soprattutto perché un impegno di tanti mesi mi spaventa e ho paura di annoiarmi come quando andavo a scuola da ragazzino. Sono uno che ama il movimento: ogni mattina mi sento fortunato ad avere un mestiere che me lo permette».

Il rapporto con Emily, la sua giovinezza, le scelte

A proposito di scuola, sua figlia l’avrà iniziata.

«L’anno scorso ha fatto la primina. Per fortuna è brava e le piace, non ha preso dal suo papà. Ne sono felice, perché non sarei capace di essere troppo rigido, anche se un minimo di autorità e di regole ci vuole. Con Emily ho un rapporto bellissimo, facile. Tendo a essere sincero, a non trattarla come una bambina: per me è una piccola adulta, che capisce tutto e, come ognuno di noi, ha bisogno d’amore. Ci tengo a farle sentire che ci sono».

Ne vorrebbe altri, di figli?

«Sì, ma forse a 46 anni non è il caso. Oltretutto la vita di noi attori è complicata. Io, poi, ho anche un’azienda agricola in Puglia, a Polignano a Mare. Sto a Roma per lavoro ma appena posso scappo».

E pensare che da ragazzo ha fatto il percorso inverso, dalla Puglia a Roma.

«Non per scappare, però, semmai per fare l’attore come non avrei potuto nella mia terra. Ormai Roma è la mia città, ci abito da 30 anni anche se la vivo ancora un po’ da turista».

I padri di oggi sono cambiati secondo lei? Sono più morbidi, per non dire più “materni”, rispetto a quelli delle generazioni precedenti?

«Ma figuriamoci! Io sono paterno e ho i difetti tipici dei maschi».

Cioè?

«Certe distrazioni… Sui vestiti della bambina, per esempio, non so mai come regolarmi. Compenso facendo tante altre cose».

Attraverso sua figlia Emily rivive qualcosa della sua infanzia?

«Sì, e sembra una cosa miracolosa. Però bisogna evitare di specchiarsi nei figli, meglio guardarli come individui con una loro identità. Lo sottolineo perché vedo che si tende a non tagliare mai il cordone ombelicale, a confondersi tutti nel magma della famiglia. Invece è importante educare i figli all’autonomia e alla libertà. Quando ero piccolo mia madre, che fa la pittrice, mi mandava a giocare da solo se doveva dipingere. E credo che questo atteggiamento mi abbia fatto bene, sia perché ho imparato a rispettare lei, sia perché mi sono to una mia indipendenza».

Riccardo Scamarcio, anarchico il giusto

Pensa di aver ereditato da sua madre l’indole creativa?

«Sicuramente sì. E da lei ho preso anche che un po’ di anarchia».

Un’affinità con Johnny Depp, come raccontava dopo aver girato Modì.

«La creatività non può mica essere irregimentata. E gli artisti non possono che essere un po’ anarchici».