Oriana Fallaci è morta il 15 settembre 2006 per colpa di un cancro ai polmoni che lei chiamava “alieno”. Aveva 77 anni. Maestra di disobbedienza e monumento per chiunque voglia fare il suo mestiere, forse non le piacerebbe tutto questo parlare di lei. Le celebrazioni, le sviolinate, i coccodrilli in lacrime. Non a caso aveva preferito raccontarsi da sé in Solo io posso scrivere la mia storia – Autoritratto di una donna scomoda. E scomoda, la giornalista più influente e controversa del XX secolo, lo era senz’altro.
Lo stile incalzante e senza fronzoli per tirar fuori la verità
Spirito libero e inquieto, lo sguardo incandescente e l’insaziabile desiderio di scavare a mani nude nelle storie del mondo: la Fallaci sembrava non temere niente e nessuno. Non aveva paura di sfidare la morte come corrispondente di guerra (prima donna italiana a farlo) né di assumere posizioni nette e divisive – e lo fece, ad esempio, dopo gli attacchi alle Torri Gemelle, con i libri e gli articoli in cui denunciava la decadenza della civiltà occidentale e metteva in guardia dalla minaccia del fondamentalismo islamico.
Tantomeno pareva spaventata quando si sedeva di fronte ai potenti della Terra per lavorarli ai fianchi, gli occhi negli occhi. Il suo stile, affilato come un rasoio, lo aveva spiegato lei stessa: «Per essere buona un’intervista deve infilarsi, affondarsi, nel cuore dell’intervistato». Ed è esattamente questo l’effetto dei suoi leggendari faccia a faccia, molto più simili a duelli che a chiacchierate. Ma quali sono le 5 domande più scomode che Oriana Fallaci ha avuto il coraggio di fare?
«Come fa una donna a nuotare con il chador addosso?», all’ayatollah Khomeini
Settembre 1979. Oriana Fallaci è la prima occidentale a ottenere un’intervista con il leader religioso e politico iraniano. Per incontrarlo a Qom, deve piegarsi alle regole imposte alle donne: niente rossetto né smalto, corpo coperto e, soprattutto, chador addosso. Un’imposizione che la giornalista sopporta a fatica, mentre l’incontro si svolge in un’atmosfera quasi surreale: Ruhollah Khomeini non la guarda mai in faccia e le risponde attraverso un interprete. La stoccata della Fallaci arriva sul finale: «Su questo chador che lei impone alle donne… Perché le costringe a nascondersi sotto un indumento così scomodo e assurdo, sotto un lenzuolo con cui non ci si può muovere, neanche soffiarsi il naso? Ho saputo che anche per fare il bagno quelle poverette devono portare il chador. Ma come si fa a nuotare con il chador?».
Khomeini, sdegnato, risponde che «i nostri costumi non riguardano voi occidentali. Se la veste islamica non le piace, non è obbligata a portarla». E conclude, ridendo: «Il chador è per le donne giovani e perbene». È la miccia. «La accontento su due piedi, me lo tolgo immediatamente questo stupido cencio da Medioevo», replica la giornalista. E lo fa davvero: si sfila il chador. L’ayatollah si alza e se ne va, mettendo fine all’intervista.
«Alla gente piace chi gioca a scacchi e si mangia il re…», a Henry Kissinger
Novembre 1972. Di fronte a Oriana Fallaci c’è Henry Kissinger, consigliere per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, che lei stessa aveva definito «un uomo di ghiaccio». Ma nel corso dell’intervista l’armatura si scioglie. Fallaci sfodera l’astuzia e riesce a portarlo su un terreno molto personale: quello della sua ambizione, della vanità e del rapporto con il potere. Kissinger perde la lucidità e svela: «La Cina è stata un elemento importantissimo nella meccanica del mio successo. E tuttavia il punto principale non è quello. Il punto principale… Ma sì, glielo dirò. Tanto che me ne importa? Il punto principale nasce dal fatto che io abbia sempre agito da solo. Agli americani piace il cowboy che guida la carovana andando avanti da solo sul suo cavallo… Insomma, un western».
Con quella battuta Kissinger mise in imbarazzo il presidente Richard Nixon e finì per raccontare la propria ascesa politica come il trionfo dell’improvvisazione, attirandosi critiche feroci e mettendo a rischio la sua reputazione. Lui stesso definirà quella con Fallaci «l’intervista più disastrosa della mia vita».
«Ma quello che avvenne in Libia nel settembre del 1969 non fu mica una rivoluzione: fu un colpo di Stato. Sì o no?», a Gheddafi
È un altro incontro-scontro memorabile quello tra Oriana Fallaci e il colonnello libico Muammar Gheddafi, pubblicato sul Corriere della Sera nel dicembre 1979. Uno scontro verbale duro e serrato, in cui la giornalista lo incalza sul suo potere e sui rapporti con l’Occidente, mettendolo più volte in difficoltà. Finché arriva dritta al punto: ciò che era accaduto in Libia nel settembre 1969 era davvero una rivoluzione o, più semplicemente, un colpo di Stato? Di fronte a quel «sì o no?» che non lascia spazio a divagazioni, Gheddafi è costretto ad ammettere che sì, si era trattato di un colpo di Stato.
Ma subito precisa: «Dopo divenne rivoluzione. Io ho fatto il colpo di Stato e i lavoratori hanno fatto la rivoluzione». Una risposta che, più che smentire la provocazione della giornalista, suona come un maldestro tentativo di metterci una toppa e finisce per darle ragione.
«Non sente almeno un po’ di pena per i palestinesi?», a Golda Meir
Novembre 1972. Fallaci intervista la premier di Israele Golda Meir, una delle prime donne al vertice di una nazione nel mondo, che la giornalista ammira profondamente. Meir ha fama di leader inflessibile e Oriana la incalza sui diritti dei popoli e sul conflitto israelo-palestinese, una questione ancora drammaticamente attuale.
Ma a un certo punto prova a scalfirne la corazza e porta il discorso dalla politica ai sentimenti, con una domanda tanto semplice quanto difficile da schivare: «Ma non sente almeno un po’ di pena per i palestinesi?». «Certo che la sento. Ma la pena non è responsabilità, e la responsabilità verso i palestinesi non è nostra: è degli arabi», risponde Golda Meir. Una risposta lapidaria, destinata inevitabilmente a far discutere.
«È un atto di egoismo o di amore far nascere qualcuno in questa valle di lacrime?», a se stessa
Con lo stesso rigore e la stessa capacità di analisi con cui metteva alle strette i suoi intervistati, Oriana Fallaci sapeva rivolgere anche a se stessa interrogativi importanti. Questo viene da uno dei suoi libri più famosi e apprezzati, Lettera a un bambino mai nato, una sorta di grande intervista interiore sul tema della maternità.
Qui la domanda diventa profonda e universale: scegliere di far nascere un figlio in un mondo in cui “la vita è una tale fatica” e “i momenti di gioia sono parentesi brevi che si pagano a un prezzo crudele” è un atto di egoismo o di amore? È sicuramente una delle decisioni più complesse dell’intera esistenza, che la giornalista affronta senza cercare scorciatoie né risposte facili. Perché, in fondo, tra tutte le persone che ha intervistato, forse quella a cui ha fatto meno sconti è stata proprio se stessa.