La notte nel cuore di Nathacha Appanah intreccia tre storie di donne che vivono ciò che l’autrice definisce «la notte più nera del cuore», cioè il momento in cui l’amore si trasforma in controllo, manipolazione, distruzione. Ci sono Chahinez, uccisa a Bordeaux; Emma, cugina dell’autrice, assassinata a Mauritius; la stessa scrittrice, sopravvissuta a una relazione violenta. Tutte hanno cercato di salvarsi, solo una di loro ce l’ha fatta, Nathacha. Il romanzo, definito in Francia “l’evento editoriale dell’anno”, vincitore del Prix Renaudot des Lycéens, del Prix Goncourt des Lycéens, del Prix Femina e finalista al Premio Strega Europeo, intreccia testimonianza, ricerca documentaria e scrittura letteraria, indagando non solo le vicende delle protagoniste, ma anche il modo in cui media, istituzioni e assassini raccontano la violenza, spesso spostando la responsabilità dagli uomini alle donne.

La notte nel cuore diventa così un atto di memoria ma anche di responsabilità politica: il tentativo di restituire un nome e una storia alle vittime di femminicidio e interrogare una società che, secondo l’autrice nata a Mauritius e residente in Francia, è ancora segnata da una cultura patriarcale e sessista.

Dare un senso alla violenza, la scrittura come antidoto

Nel 2021 il femminicidio di Chahinez Daoud ha riaperto ferite legate al suo passato. Nasce così il romanzo?

«Da quando ero adolescente la narrativa è sempre stata la mia ambizione, ma non ho mai pensato di scrivere di me. Quando però ho sentito la notizia del femminicidio di Chahinez, sono rimasta sconvolta: un’esibizione pubblica della punizione attraverso il fuoco che l’ha bruciata, la cancellazione plateale di una donna da parte dell’ex marito che non accetta di perderla. Nei giorni successivi ho pensato al cruento femminicidio di mia cugina Emma a Mauritius e alla mia “quasi” cancellazione da adolescente. Ho iniziato questo libro quando ho avvertito la sedimentazione della mia esperienza personale e ho pensato che la violenza di genere continua ininterrottamente dall’inizio dei tempi. Come scrittrice, dovevo cercare di darle un senso».

MB, muratore; RD, autista; HC, giornalista. Colloca i carnefici in una “stanza immaginaria” e dice: «Qui non ci sarà posto per giustificazioni psicologiche, gli atti saranno messi a nudo, alla mercé della storia».

«Volevo iniziare il libro con gli strumenti della fiction, mostrando come possa far cambiare prospettiva. E volevo dare voce solo alle vittime, perché questi uomini hanno parlato molto nei processi, reinventando le proprie storie. Volevo anche dimostrare che erano stati amati durante l’infanzia: di solito si tende a cercare ciò che è andato storto nelle vite dei colpevoli, ma la violenza che i tre hanno inflitto è esclusivamente una loro lucida decisione».

Le responsabilità, che non sono mai della vittima

Definisce la sua relazione a 17 anni con HC, 50enne, come la “caduta in un pozzo” fatto di manipolazione, isolamento e controllo. E addirittura si chiede se abbia una predisposizione alla sottomissione.

«È una domanda che mi pongo perché questo è il modo in cui ragiona la gente: cosa ha fatto lei? La società ha sempre modo di avvolgere di vergogna gli adolescenti che sono stati sottomessi dagli adulti. La vergogna è un animale vizioso, ti segue ovunque, e io volevo affrontarla in questo libro attraverso il linguaggio, il pensiero e la storia. Nessuno è “predisposto” a essere una vittima, il grooming (l’adescamento, ndr) è una trappola ben oliata, può accadere a tutti. E voglio sottolineare che, nel 2026, la maggior parte delle nostre società rimane, apertamente o in modo più sottile, ancora patriarcale e sessista».

La scrittrice Nathacha Appanah presenta il suo libro La notte nel cuore (Einaudi) al Festivaletteratura di Mantova, sabato 12 settembre alle 17 alla Basilica Palatina di Santa Barbara, e poi a Milano, domenica 13 alle 17.30 in Triennale.

Parla di “rovesciamento della colpa”. Analizza i dispositivi narrativi e giudiziari che spostano la responsabilità sulla vittima. Dice che retorica e stigma sociale, infangandone la reputazione, ne provocano una seconda morte.

«Penso che in Francia ci sia stato un cambiamento nel modo in cui i media rappresentano questi casi. Il giornalismo – soprattutto quello cartaceo e radiofonico, più che televisivo – è diventato più consapevole. Le Monde pubblica da tempo lunghi reportage investigativi quando avviene un femminicidio, ci sono podcast sugli abusi. Oggi da noi esiste una maggiore attenzione».

Il violentometro

Menziona una tabella, il “violentometro”, che elenca 23 livelli di allarme. È uno strumento di prevenzione rivolto alle donne in Francia?

«Viene distribuito in alcune scuole e amministrazioni, ma dovrebbe essere più diffuso. Una delle mie lettrici mi ha raccontato che nella panetteria della sua città il violentometro viene stampato sui sacchetti del pane. Così comprando baguette e croissant si può imparare a riconoscere le diverse fasi della violenza in casa o in coppia».

«Vorrei scrivere con la certezza che serva»

Nel caso di Chahinez c’è stata anche negligenza: il marito era stato segnalato alle forze dell’ordine, ma è stata lasciata sola.

«Il caso ha portato a un’indagine interna e alla sospensione di alcuni poliziotti. Ma non generalizzo, ho incontrato agenti e operatori che svolgono un lavoro straordinario. Penso che, prima ancora della giustizia e della politica, il punto di partenza sia l’educazione: con i nostri figli, nelle scuole, quando manteniamo in vita, a volte involontariamente, alcune tradizioni».

«Vorrei scrivere con la certezza che serva» dice. La letteratura è una forma di contropotere utile ad animare il dibattito pubblico?

«La letteratura è una prospettiva sulla società e io volevo prendere per mano ogni donna caduta e chiederle di raccontare la storia dal suo punto di vista. Non solo quella della violenza, perché la violenza non determina la loro intera esistenza. Erano figlie, sorelle, amiche, madri, non dovrebbero essere ridotte a vittime».

Il femminicidio rappresenta la forma più feroce del potere maschilista. Eppure c’è chi tenta di minimizzarlo…

«Il femminicidio è il figlio malvagio di pratiche antiche: donne considerate esseri umani inferiori, streghe da bruciare, proprietà, schiave sessuali, corpi destinati a generare figli. La giustizia lo ha definito per anni “delitto passionale”: un orribile pensiero secondo cui sarebbe accettabile uccidere per amore».

Un consiglio alle giovani donne: qual è il segnale a cui fare attenzione quando ci si innamora?

«Cercare di capire, fin dall’inizio, se il partner confonde l’amore con il diritto di proprietà».

Nathacha Appanah sarà al Festivaletteratura

Dal 9 al 13 settembre Mantova ospita la 30ª edizione di Festivaletteratura. A celebrare l’importante anniversario arriveranno oltre 300 autrici e autori italiani e internazionali, protagonisti di un programma che affronta le grandi questioni del nostro tempo. Gisèle Pelicot e Gino Cecchettin, insieme per la prima volta, racconteranno le loro storie e l’impegno contro la violenza sulle donne. Da non perdere anche Niccolò Ammaniti, Emmanuel Carrère, Amitav Ghosh, Siri Hustvedt, Daniel Pennac, Bianca Pitzorno, Sandro Veronesi, Irvine Welsh. Il programma è su www.festivaletteratura.it.