L’energia di rob elettrizza la stanza. Ora capisco come si sono sentiti i giudici alla sua audizione, come ci si sentiva tra il pubblico durante le puntate dell’ultima edizione di X Factor. Quando la incontro mancano pochi giorni all’uscita del suo EP d’esordio, CHAOS PERFETTO, sette brani che la raccontano perfettamente. Con una produzione invidiabile, penne esperte (oltre alla sua, che si sente in ogni brano, quelle di Naska e NITRO). Testi che raccontano i vent’anni, i primi passi e i primi errori, i primi cuori spezzati. E lei non sente nessuna ansia da principiante, anzi sembra impaziente: «Mi sono fermata forse una settimana, ma già al terzo giorno stavo impazzendo», racconta entusiasta mentre elenca le date del primo tour, i prossimi impegni, le prossime uscite. La ascolto parlare della Milano che sta conoscendo, degli amici e dei colleghi che la stanno accompagnando, e vedo nel suo sguardo la gioia di chi sta vivendo un sogno. Soprattutto, la sicurezza di chi ha fatto di tutto per realizzarlo. E so, così, che lei è qui per restare e per fare casino. Allora sono impaziente anche io.
Intervista a rob, il mio CHAOS PERFETTO
Vincere X Factor, come scrivi nella bio, è punk?
«A voglia!»
Com’è stato?
«È sempre stato il mio sogno partecipare, quindi vincere è stato assurdo nel senso più bello del termine. Quando ho mandato il provino non pensavo affatto a questo risultato: pensavo solo a partecipare, a far sentire la mia musica. Portare a casa il premio è stato qualcosa di enorme».
Come hai iniziato con la musica e come hai scelto questo stile?
«Ho iniziato a cantare da piccolissima, prendevo lezioni già a 6 anni. Verso i 14 ho cominciato a scrivere, partendo dal pop, e poi piano piano mi sono appassionata al rock e al metal, finché ho capito che quello che volevo davvero fare era il pop punk. Ho pubblicato il primo singolo a maggio dell’anno scorso, poi ho tentato X Factor e sono qui».
C’è stato un artista che ti ha acceso la scintilla?
«I Linkin Park sono stati importanti, anche se loro fanno più nu metal. Poi ho ascoltato tantissimo i Green Day. Ho avuto anche una band con cui suonavamo nei locali, e credo che sia stata proprio quell’esperienza a farmi avvicinare al rock prima, e al pop punk dopo».
X Factor, la scuola di autostima più efficace che c’è

Perché hai scelto X Factor?
«Ero una grande fan del programma, lo guardavo tantissimo e ho sempre avuto il desiderio di partecipare. Penso che la scelta sia stata giusta: è andata benissimo ed è stata un’esperienza bellissima».
Cosa ti sei portata a casa dall’esperienza?
«Ho imparato a essere più flessibile con me stessa e a credere di più in quello che faccio. Paola è stata fondamentale nel percorso, non so se ce l’avrei fatta senza di lei».
Ti sei fermata dopo X Factor o sei già a pieno ritmo?
«Mi sono fermata forse una settimana per Pasqua, in Sicilia dai miei, ma è stato tutto molto veloce e concentrato. Io già al terzo giorno impazzivo perché non avevo niente da fare! Adesso c’è l’EP, l’8 maggio la data alla Santeria Toscana (a Milano, già sold out, ndr), e poi parte il tour estivo. Sarà la mia prima esperienza di tour con una band al completo, non vedo l’ora».
«Se non scrivo io i brani che mi devono raccontare, chi deve farlo?»
Com’è stato collaborare con Nitro e Naska?
«È stato bello vedere come artisti già molto affermati abbiano subito detto sì con entusiasmo. Nitro fa un genere completamente diverso dal mio, il rap, eppure ne è uscito un pezzo bellissimo, di cui sono davvero fiera. Stessa cosa con Naska, che tra l’altro vedo ancora per scrivere insieme. Sono collaborazioni durature, e vedere artisti così bravi mettere la loro arte nel mio progetto è una sensazione meravigliosa».
Hai scritto tu i pezzi dell’album?
«Sì, sono quasi tutti scritti da me. L’unica eccezione è La mia storia, che mi è arrivata come demo da Naska e abbiamo sistemato insieme. Per me è fondamentale che la scrittura parta da me: ho lavorato con degli autori, non le ho scritte in totale solitudine, però tengo molto a esserci nelle sessioni e a decidere di cosa voglio parlare. È la mia arte: se non scrivo io le mie canzoni, chi le deve scrivere?»
Mi ha colpito il primo brano, COME SI FA (a vent’anni).
«L’ho scritta come uno sfogo, perché è davvero un’età complicata: sei in bilico, fai scelte che in teoria dovrebbero essere quelle della tua vita. Io per esempio ho fatto un anno di preparazione per il conservatorio, e venti giorni prima dell’esame ho detto “No, voglio fare comunicazione”. Non so se sia stato un errore o no… Magari sarebbe cambiato qualcosa. Però trovo che sia bello poter scegliere, e anche sbagliare e cambiare rotta. È giusto fare danni a vent’anni».
Giù dal palco, dietro le quinte

Stai ancora studiando?
«In questo momento preciso no, ma vorrei laurearmi, almeno prendere la triennale. A me piace studiare, mi rilassa, lo so che sembra strano. Ho lasciato un po’ in stand-by l’università, però è una cosa a cui tengo».
Come vivi il rapporto con la Sicilia da lontano, soprattutto dopo l’uragano?
«La Sicilia mi manca tanto: il mare, i profumi, il cibo soprattutto, visto che non so cucinare! Ma la cosa che mi ha turbata di più è stata quando sono scesa a Pasqua e ho visto il lungomare di Ognina transennato, tutto crollato. È un posto dove sono cresciuta, e vederlo devastato è stato pesante emotivamente. La Sicilia è bellissima, ma è come se non se ne fregasse nessuno perché siamo lontani. È una terra che va curata, soprattutto dopo una disgrazia del genere».
Ti vedi tornare?
«Ad oggi non saprei. A Milano mi trovo benissimo, ho la mia libertà, sto facendo un lavoro meraviglioso e ho conosciuto tantissime persone. Però è come se mancasse sempre un pezzo di me… Quando sono qui mi manca il mio mondo giù, quando sono giù mi manca quello che ho qui. Le due dimensioni non riescono a coesistere, però forse è giusto così: sto scoprendo cose su di me che non avrei scoperto se fossi rimasta. Non escludo niente».
Hai sentito qualcuno dell’industria dopo il programma?
«Il primo a scrivermi è stato Teo de La Sad, addirittura durante i Bootcamp, prima ancora dei live. Adesso siamo super amici, ci vediamo spesso anche per scrivere. Poi ho incontrato Le Bambole di Pezza, i Finley… Ho conosciuto tantissimi artisti e quello che mi ha colpita è che non c’è competizione. Facciamo tutti squadra, specialmente tra chi fa pop punk. Non c’è rivalità: anzi, cerchiamo tutti di includerci a vicenda».