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Flavia, Danila, Simona e la focaccia alla spirulina

di Annalisa Monfreda
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Da qualche mese, le mamme, le nonne e le zie di quattro giovani baresi si dilettano a produrre gnocchi, taralli, focacce e torte di mele a partire da una strana farina che sa di Africa e di pesce, di tradizione e di futuro. È ricavata da un’alga chiamata spirulina. E la storia di come sia arrivata nelle loro cucine merita di essere raccontata.

Estate 2013. Due biologhe precarie (Flavia Milone e Simona Intini), una filosofa a progetto (Danila Chiapperini) e un perito chimico regolarmente assunto (Raffaele Settanni) trascorrono un mese intero in una delle province più povere di uno dei Paesi più poveri dell’Africa: il Malawi.

Obiettivo? Né vacanza, né cooperazione. Ma studio.

I quattro ragazzi pugliesi sono lì per osservare i poverissimi pescatori del Malawi, che dopo aver raccolto nel loro lago per secoli un’alga portentosa, la spirulina, adesso hanno trovato il modo di coltivarla in un sistema di vasche annesse all’ospedale della città di Balaka.

Raccolgono l’alga come hanno imparato dai padri dei loro padri, prendendone e lasciandone la giusta misura affinché si riproduca.

La filtrano, la essiccano al sole e la lavorano con la tecnica che si tramandano da generazioni.

I ricercatori della vicina università di Zomba ne analizzano la purezza.

Dopodiché i medici dell'ospedale la somministrano ai bambini malati di Aids o affetti da malnutrizione. «Ed è incredibile», racconta Flavia. «Nel giro di un mese abbiamo osservato miglioramenti evidenti nei piccoli pazienti».

Nessuna magia. Solo l’effetto di un alimento con poche calorie, ma ricchissimo di proteine, vitamine e sali minerali, su persone che si nutrono (quando si nutrono) principalmente di carboidrati.

Un effetto che molti popoli africani conoscono da sempre.

Io  avevo sentito parlare di spirulina anni fa dal vecchio May M’Bodey, capovillaggio in una remota regione del Ciad. Dove ogni giorno, su tutte le tavole, compariva un panetto informe di colore verde smeraldo.

«Il padre di mio padre», raccontava M’Bodey, «negli ultimi anni della sua vita si nutriva solo di questo: diceva che gli dava grande energia e che ogni giorno vedeva allontanarsi l’ora della morte».

Lui stesso, M’Bodey, mangiava spirulina tre volte alla settimana, cotta nella salsa di gombo, una pianta tipica saheliana. «È il rimedio per tutti i mali», sosteneva.

Gli occidentali scoprirono questo prezioso serbatoio di proteine nel 1964 e nel giro di pochi anni lo resero famoso con il nome di spirulina. Nel 1976, la Conferenza Mondiale sull’Alimentazione dell’Onu la dichiarò un importante alimento per il futuro (ma non arrivava dal passato?). E da quel momento in poi il successo è stato travolgente.

Stati Uniti e Giappone hanno iniziato a prodursela in casa, per poi metterla in bevande energetiche e farne creme per la pelle. E molte aziende, come spesso succede, hanno pensato bene di esportarla (pensate un po’) in Africa, sotto forma di industrie di trasformazione.

Flavia e i suoi amici no. In un occidente che esporta tutto, anche ciò che ha imparato dagli stessi destinatari dell’esportazione, loro fanno il percorso inverso. Importano un sapere e un'antica tradizione africana.

La loro idea innovativa, quella che ha vinto il bando Principi Attivi della Regione Puglia e quindi i primi 25mila euro di finanziamento, è di caratterizzare la spirulina: commercializzarla in Italia sia pura al 100% sia come prodotti lavorati ma in forma gourmand.

Ed ecco spiegata la tradizione culinaria pugliese, le nonne, le zie e persino gli enogastronomi al servizio di quest’alga iperproteica.



I quattro soci, riuniti nell’associazione Apulia Kundi, hanno realizzato le vasche all’interno dell’Università di Agraria, a Valenzano, in provincia di Bari. E qui riproducono esattamente il metodo che hanno imparato in Africa.



Giusto, che ne è dei pescatori del Malawi da cui hanno imparato?

Non c’è miglior riconoscenza che trattarli da maestri e continuare a crescere assieme. «Presto torneremo in Malawi», mi dice Flavia, «per condividere con loro le nostre scoperte sulla coltura e per progredire assieme in questa attività».

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