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Ecco perché i giornali non devono chiudere

di Isabella Fava
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Puntare solamente sulle notizie online, rinunciando a quotidiani e riviste, non  fa guadagnare di più. Lo sostiene la studiosa francese Julia Cagé, che ha appena  pubblicato un saggio in cui dimostra quanto l’informazione di qualità sia un  buon investimento. E un’arma potente contro il terrorismo

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Puntare solamente sulle notizie online, rinunciando a quotidiani e riviste, non  fa guadagnare di più. Lo sostiene la studiosa francese Julia Cagé, che ha appena  pubblicato un saggio in cui dimostra quanto l’informazione di qualità sia un  buon investimento. E un’arma potente contro il terrorismo

«Chiudere i giornali non è un buon investimento». La frase, che potrebbe sembrare lo sfogo del direttore di un importante quotidiano, è in realtà dell’economista francese Julia Cagé. Ed è la tesi del suo libro, diventato un caso in Francia e appena uscito in Italia. Il volume si intitola Salvare i media. Capitalismo, crowdfunding e democrazia (Bompiani) ed è una riflessione sul futuro della carta stampata in un mondo in cui i social media e i blogger la fanno da padroni.

Julia Cagé, 31 anni, è professore di Economia all’università Sciences Po di Parigi, ha conseguito un dottorato a Harvard ed è membro della Commission economique de la nation che esamina i conti e i budget del suo Paese. Nei propri studi mette al primo posto i cittadini e il bene comune. Anche a costo di andare controcorrente.

La raggiungo al telefono a Parigi. Parla velocemente, e con calore, per spiegare la sua tesi: «Volevo scrivere un libro che non fosse per gli addetti ai lavori, ma per tutti. Soprattutto per le giovani generazioni. Perché quello dell’informazione non è solo un problema economico, riguarda la democrazia. Solo così si possono combattere l’ignoranza e la corruzione».

Oggi sono tantissimi i modi in cui si possono ottenere notizie: sul web nascono in continuazione siti di news.
«È vero. Grazie a Internet non ci sono mai stati così tanti “lettori” online, al punto che certi siti scelgono di pagare i collaboratori in base al traffico, cioè al numero di visualizzazioni degli articoli. Più che giornali, sono però dei blog».

Dove sta la differenza?
«I giornali sono fatti da professionisti con una deontologia, in grado di recuperare informazioni, elaborarle, approfondirle. Realizzare una buona inchiesta costa tempo e denaro. Oggi si tende invece a ridurre il numero dei giornalisti nelle redazioni. E ciò incide sulla qualità».

Molti sostengono che con il web si guadagni di più.
«È una falsa illusione. Come scrivo nel mio libro, non è detto che più clic significhino automaticamente più soldi. Gli investimenti pubblicitari non sempre arrivano. E nel frattempo i giornali, a furia di rincorrere la gli spot online, da cui sono convinti dipenda il loro futuro, trascurano la qualità e la carta».

Però i lettori di quotidiani e riviste diminuiscono.
«Se si considera solo il dato relativo alla diffusione, i lettori su carta sono meno numerosi rispetto a quelli del web. Le Monde, per esempio, ha una diffusione di 300.000 lettori al giorno. Bisogna però moltiplicare questo dato per il numero medio di lettori di ogni copia e già il divario rispetto al sito web del quotidiano si riduce di molto. Secondo le ricerche di cui disponiamo, infatti, quel numero va moltiplicato per 6: così, alla fine, la cerchia media di lettori è 1,8 milioni di persone al giorno. E poi, se si pensa alle entrate pubblicitarie, un lettore su carta è attento, si sofferma sulle cose. Ed è più “appetibile” per la pubblicità. Un sito viene appena sfogliato».

Quindi meglio Internet o la carta?
«Non è un problema di supporto, quanto di  contenuto. La mia generazione legge le notizie online. Mio padre e mia madre  preferiscono la carta stampata. Quello che è davvero importante è che tipo di  informazione consumiamo. Io penso che quella su Internet oggi sia superficiale  perché è gratis».

La soluzione è far pagare le notizie online?
«Certo, è  difficile dire alle persone che fino al giorno prima hanno letto gratis di  sborsare dei soldi. Il New York Times ci sta provando. Subito non funzionerà.  Bisogna però essere lungimiranti e mettere in conto che per un paio di anni non  ci si guadagnerà. Ma è dagli abbonamenti, anche online, e dalle vendite in  edicola che si avranno in futuro la maggior parte delle entrate dei giornali. E  non dalla lettura fuggevole di milioni di internauti frettolosi».

Non è che la gente oggi ha voglia di intrattenimento più che di seriose tesi politiche o economiche?
«Non è questo il problema. Se chiedi a uno studente se vuole leggere un libro o guardare un film, la risposta è ovvia: guardare un film. Eppure sappiamo che leggere è importante per la sua educazione. La stessa cosa succede con l’informazione. La gente, di primo acchito, non è attratta dalla situazione politica in Siria o dai conflitti in Medio Oriente. Ma è giusto che sia informata. Soprattutto nel 21esimo secolo, dove tutto è così complicato. Il lavoro del giornalista oggi dovrebbe essere quello di rendere queste informazioni accessibili e godibili come fanno The Guardian o il New York Times. O guardi Vice News, per esempio. È un sito nato per fare informazione. Realizza reportage e video lunghi di qualità, fatti molto bene. Così raggiunge anche il pubblico giovane».

Con la cultura e l’informazione possiamo combattere il terrorismo?
«Per me, che abito in Francia, è difficile trovare una spiegazione ai recenti attacchi terroristici. Penso solo che, evitando la disinformazione che viaggia su Internet, potremmo ridurre il numero di persone che abbraccia gli ideali dell’Is».

Lei è un’economista, però nel suo libro dice che i media non sono una merce.

«Vero. Io considero l’informazione come un bene pubblico e come tale deve essere trattata. Se lo Stato investe nell’università e nella cultura, perché non dovrebbe investire nell’informazione? Però penso che i media abbiano bisogno di uno statuto specifico. Il modello che io propongo nel libro è un nuovo statuto di “associazione no profit dei media”, a metà tra la fondazione e la società per azioni».

Suo marito è Thomas Piketty, economista di fama mondiale e autore del bestseller Il Capitale nel XXI secolo (Bompiani). A casa vi scambiate consigli?

«Beh’, è importante avere un riscontro. Io ho letto Il Capitale due volte prima che venisse pubblicato. E lui ha letto il mio libro».

Mi tolga una curiosità: alla mattina a colazione di cosa parlate?
«Spesso con noi ci sono 3 teenager, le figlie di Thomas. Con loro a tavola non discutiamo di politica o economia, ma del film che abbiamo visto la sera prima».

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