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Giulia Bongiorno: altro che rosa… voglio le quote fucsia

di Giusy Cascio
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Per il famoso avvocato l’emancipazione femminile finora è stata di un colore troppo pallido. «Ci siamo accontentate di ottenere dei diritti sulla carta. È il momento di lottare per poterli esercitare» spiega l’avvocato nel suo ultimo libro. E in questa intervista

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Per il famoso avvocato l’emancipazione femminile finora è stata di un colore troppo pallido. «Ci siamo accontentate di ottenere dei diritti sulla carta. È il momento di lottare per poterli esercitare» spiega l’avvocato nel suo ultimo libro. E in questa intervista

«Tra poco la richiamo io. Mi scusi, ma mi è appena scoppiata una bolgia in studio». Anche via sms Giulia Bongiorno è una donna assertiva. Educata, diretta, concreta. Del resto lei è l’avvocato delle cause vinte, dal processo Andreotti fino all’assoluzione di Raffaele Sollecito per il delitto di Perugia. La “bolgia” in questione è l’ultimo suo incarico clamoroso: ha assunto la difesa della pierre Francesca Immacolata Chaouqui del caso Vatileaks, sospettata di essere uno dei “corvi” nella Santa Sede. Ma di questo non parliamo adesso. «Il libro mi sta molto a cuore» mi incalza l’avvocato al telefono. Le donne corrono da sole. Storie di emancipazione interrotta (Rizzoli) è il nuovo saggio di Giulia Bongiorno. Con un titolo così, non può che essere un testo femminista...

Perché lo ha scritto? «Perché noi donne ci siamo addormentate. Ci siamo accontentate di un’emancipazione solo a parole e non nei fatti. Pensiamo che certe battaglie siano vetero-femministe, superate. Ci diciamo di essere libere, ma dentro di noi sappiamo che non è così. Il percorso che porta alla nostra libertà si è interrotto».

Come è successo? «Io ho 49 anni. Per tante della mia generazione e per le più giovani, dopo le lotte degli anni ’70 non c’è bisogno di fare altro. Abbiamo ottenuto dei diritti sulla carta? Benissimo. Poi basta. Ma questo è il Grande Equivoco: pensare che avere un diritto sia la stessa cosa che vedersi riconosciuta la possibilità di esercitarlo. Non è così. Io non mi accontento. Io non mi arrendo».

Cosa serve davvero alle donne? «La parola d’ordine è disparità».

In che senso: la parità non è bella? «Dobbiamo ambire ad avere molto più degli uomini se davvero vogliamo recuperare il meno avuto fin qui. Secoli di discrimazioni, soprusi, leggi sfavorevoli. Lo considero un risarcimento per tutto quello che abbiamo passato».

Secondo lei bisogna irrobustire le quote in politica, nelle aziende, nella pubblica amministrazione? «Guardi, io le quote non le ho mai amate. Ma le considero una medicina amara e necessaria perché le donne accedano ai posti che contano. Non solo: rosa non mi bastano. Io le voglio fucsia! Ai vertici, al timone, al comando servono donne di valore. Il rosa pallido non mi piace. Dobbiamo rivendicare le quote anziché vergognarci di chiederle».

Che altro dovremmo chiedere? «Almeno 3 cose, per iniziare».

La prima? «Lo “stipendio antiviolenza”. Nella mia esperienza con l’associazione Doppia difesa, ho seguito molti casi di abusi contro donne che lavoravano solo in casa. In tante non sono riuscite a sottrarsi a un compagno-carnefice perché dipendevano economicamente da lui. Ecco uno dei motivi per cui sono favorevole a retribuire il lavoro domestico. L’altro è di pura convenienza. Un recente studio McKinsey pubblicato dall’Economist calcola che se le casalinghe avessero uno stipendio e se fosse colmato il divario tra retribuzioni maschili e femminili, l’economia mondiale sarebbe più ricca di 28,7 trilioni di dollari».

La seconda proposta concreta? «Congedo parentale obbligatorio o quantomeno conveniente per i padri. Ora è come se non esistesse e, di fatto, quando arriva un figlio tutto è a carico della madre. E qui veniamo al terzo punto».

Quale? «Inutile girarci intorno: servono i servizi. E smettiamola di pensare che chiedere più asili nido, aziendali e non, sia una cosa da “femminucce”. Lo sa quando mi arrabbio sul serio? Quando ai convegni in cui si parla di conciliazione lavoro-famiglia ci sono solo donne».

A proposito di conciliazione... lei come fa a fare tutto? «Ho avuto un figlio a 45 anni. Prima non avevo uno studio legale tutto mio e non avrei potuto permettermi di gestire un’organizzazione che mi consente, oggi, di stare vicino a Ian, di andarlo a prendere a scuola 3-4 volte alla settimana su 5. Passo con lui 3-4 ore al giorno. Ma non è una vittoria. Lo sarebbe stata se lo avessi fatto a 28, 30, 35 anni». Il libro si apre proprio con una frase del suo bambino: “Se ti arrabbi, mi arrendo”. «L’ho riportata perché per me è illuminante. Ian me l’ha detta durante un capriccio. Ed è esemplificativa di come siano fatti i maschi. Loro ci provano a fregarsene e a scansare le responsabilità. Ma se tu li richiami all’ordine in tempo e ti dimostri forte e risoluta, loro si arrendono. Ed è una bella resa».

Come sta educando suo figlio? «Ci tengo a fargli capire che non esistono mestieri da donne o da uomini. Nella vita, come nella carriera, contanto le passioni e la determinazione. Intanto lui sa già che non ci sono neanche giocattoli da maschi e giocattoli da femmine. Una volta in un negozio voleva un ferro da stiro e la commessa è inorridita. Io invece gliel’ho comprato. Così, da grande, con le sue camicie se la caverà da solo».

Si offende se le dicono che lei è una “donna con le palle”? «Mi creda, non mi offendo più dall’età di 4 anni (ride, ndr). A qualcuno vado bene così come sono, ad altri no. Non piaccio a tutti? Odio l’unanimità».

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