I diritti dei bambini che sfilano in passerella

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di

Flavia Piccinni

Al Senato è stato presentato un disegno di legge a tutela dei bambini che lavorano nella moda, nella pubblicità e nello spettacolo. A ispirarlo è stato un libro-inchiesta su baby miss e mini modelle. Ce ne parla l'autrice

Dal 1989, il 20 novembre si celebra la giornata mondiale dei diritti dei bambini e delle bambine. Un mondo di piccoli che contiene dentro di sé mille mondi. Ci sono i bambini rifugiati (che secondo recenti dati Unicef sono 10milioni) e i bambini che sperano di ricevere asilo (sempre secondo l’Unicef tra il 2015 e il 2016 sono stati 200mila); bambini che arrivano in Italia via mare (il 92% di quelli che giungono in Europa non accompagnati), e sono vittime della tratta (il 28% delle vittime del traffico), subiscono sfruttamento sessuale (54%) o vengono obbligati ai lavori forzati (38%).

Ci sono poi bambini che vivono in un Occidente, senza preoccupazioni e problemi. Almeno in apparenza. Bambini che vanno a scuola, hanno una famiglia e una casa, non sanno che cosa significhi il lavoro. Sono i figli della nostra migliore amica, di nostra cugina, di nostra sorella. Sono i nostri figli.

Eppure anche in Italia il lavoro minorile esiste, è un lavoro in deroga e spesso viene cosparso di glitter. È costruito dai fari abbaglianti delle passerelle, dalla musica delle sfilate e dal sorriso ammaliante di un fotografo che si china sull’obiettivo. «È un lavoro per noi adulti» mi ha spiegato la titolare di un’agenzia di moda bimbo molto famosa «ma non deve esserlo per i più piccoli».

Peccato che la percezione, soprattutto quella di un minore, non si formi sulle convinzioni degli adulti. E così, un mondo che è business puro come quello della moda bimbo - che per il nostro Paese vale 2,7 miliardi di euro, e che produce un immaginario di stereotipizzazione che esportiamo in tutto il mondo – sopravvive in bilico: parli con i genitori, con le agenzie, con gli addetti ai lavori e ti ripetono “per i bambini è sempre un gioco”. Parli con i bambini, e tutti rispondono “è un lavoro!”.

In questo divario di lessico e di percezione, si alimenta il dibattito di questa giornata che si concentra sui minori e sui loro diritti. Perché anche se cosparso di lucidalabbra e di mascara, l’impiego sulle passerelle, per le pubblicità e per gli spot televisivi, è un’occupazione. Un’occupazione che andrebbe tutelata maggior mente, perché sono molteplici i varchi e le zone grigie che sottende. 

Come è nato il libro "Bellissime"

Sarò sincera: non sono mai stata molto battagliera, fino a quando non è arrivato Bellissime. Bellissime è il racconto di “baby miss, giovani modelli e aspiranti lolite” che ho pubblicato a fine giugno con Fandango Libri, in occasione di Pitti Bimbo. Bellissime è arrivato dopo anni di lavoro, ed è nato una sera da una passerella improvvisata in un albergo della provincia toscana, sulla quale bambine sfilavano su piccoli tacchi, truccatissime e agghindate come mini donne.

Guardandole, una sequenza di domande mi aveva travolta: ma da quando l’infanzia si è trasformata? Da quando le bambine sono diventate questo? In quale momento? Quando è accaduto e, soprattutto, chi sono queste bambine? Chi le loro madri? Da che immaginario attingono? E che conseguenze avrà questo immaginario, che ripropone ancora un’idea femminile doppiamente legata all’apparenza, sul nostro futuro?

Indagine nel mondo delle baby-modelle

Dopo quella sera, ho lavorato sul tema per anni. Ho incontrato bambine bellissime con mamme equilibrate, e bambine altrettanto belle considerate come “trofei” e portate in giro da una parte all’altra dell’Italia per cataloghi e redazionali. “Piccole bimbe-oggetto, anticamera di donne-oggetto” come ha sintetizzato Lorella Zanardo.

Ho parlato con mamme furiose per il trattamento economico ridicolo, e con altre per cui “l’importante è esserci, vedere mia figlia insieme alle top baby del momento”. Ho assistito a prove di sfilate cui i genitori erano tenuti lontani dai loro figli (nonostante la legge in materia ne ponga divieto assoluto) e sfilate le cui condizioni dei minori erano inaccettabili (una su tutte: la sfilata di un noto brand dove ai bambini non era stata fornita l’acqua). Poi ho scritto il libro, l’ho pubblicato, ho ricevuto lettere di diffida e minacce di querela dai brand di moda e dagli organizzatori di numerosi eventi; sono usciti articoli di giornale, ho fatto interviste in radio e in televisione, le minacce non si sono trasformate in querele (per ora) e le telefonate di diffida, piano piano, hanno cominciato a diminuire.

Un disegno di legge per tutelare le baby modelle

“Tutto bello, bellissimo, ma inutile” pensavo. “Le parole non servono a niente” mi ripetevo, nonostante le presentazioni, e le reazioni sconvolte delle persone che cominciavano a leggere Bellissime.

E poi, a sorpresa, la prima interrogazione parlamentare del deputato Riccardo Nuti che invocava la presenza di ispettori ministeriali sui set per verificare il trattamento dei minori. E poi, ancora, un’altra interrogazione parlamentare a firma della Senatrice Fabiola Anitori focalizzata sull’ipersessualizzazione minorile e sulle condizioni che questo implica nella stereotipizzazione di genere, quella prigione che fa ci fa convincere di non essere all’altezza dei nostri colleghi maschi (uno studio scientifico su tutti: quello statunitense secondo cui già a sei anni le bambine femmine si sentono meno intelligenti dei coetanei maschi).

Poi è arrivata l’estate. Altri articoli, altre presentazioni. Ho pensato che tutto si sarebbe risolto così: con qualche medaglietta per il mio ego, niente di più. Eppure non si scrive per le medagliette, non si scrive per le presentazioni e per gli articoli, per andare in televisione o essere invitati in radio. Non si scrive per il proprio ego. Si scrive – e ci si deve obbligare a scrivere - per cambiare le cose. Per provarci, almeno.

E così, quando mi hanno informato che Bellissime sarebbe diventato ispiratore di un disegno di legge, all’improvviso tutto ha acquisito un senso. E mi sono ricordata delle parole di Bufalino (“ci si abitua a tutto, anche alla vita”), del rischio di abituarsi veramente a tutto, della difficoltà di imparare a resistere.

Quando in Senato, in occasione della giornata Onu dei diritti delle bambine e delle ragazze, la senatrice Fabiola Anitori ha presentato il suo DDL per tutelare i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza in attività di carattere culturale, artistico, sportivo o pubblicitario e nel settore dello spettacolo - che potrebbe rivoluzionare il lavoro minorile in modo significativo, riducendo tanto gli orari di impiego, quanto le modalità dello stesso, rendendo obbligatorio sui set un pediatra e uno psicologo -, ho pensato che non ci si deve abituare alla vita, a dare per scontato che le cose non possano cambiare, che il nostro pensiero, la nostra parola, non conti nulla. È ingiusto arrendersi all’abulia. Credere che la nostra voce sia solo una voce in una stanza zeppa di persone che urlano.

Contro le bambine-oggetto

Durante la presentazione del DDL, infervorata accanto a me, Dacia Maraini raccontava di come ancora esistano differenze fra i giochi destinati a bambini e bambine, e di quanto questo influisca nel costruire il genere di cui diventiamo vittime. “La verità – spiegava Dacia Maraini, con quel suo tono gentile ma fermo – è che bisogna resistere sempre. Lottare contro gli stereotipi di genere e contro quelle prigioni dentro cui vogliono metterci. Adesso tocca a voi, ragazze”.

Parole che oggi più che mai – oggi che si dovrebbero festeggiare i diritti dei bambini e delle bambine di tutto il mondo - dovremmo fare nostre. Resistere per non morire. Resistere per annullare i pregiudizi. Resistere per cambiare le cose che secondo noi non funzionano. O almeno provarci.

Le battaglie da intraprendere arrivano veramente quando meno te lo aspetti.

Perché bisogna combattere gli stereotipi di genere

Anche se la moda bimbo riguarda poche centinaia di bambine in modo diretto – le bambine che sfilano e che sono le protagoniste di pubblicità e cataloghi –, produce un immaginario che a pioggia riguarda tutti quanti, rafforzando gli stereotipi di genere (il maschio macho e scugnizzo, la bambina bella e principessa) e suggerendo inquietanti e poco considerati collegamenti con la pedofilia, nello specifico con l’utilizzo delle foto dei minori che sovente propongono bambine simili a piccole donne il cui uso nel dark web non lascia dubbi.

Quando la senatrice Anitori ha raccontato il suo disegno di legge – che impedisce, fra l’altro, l’applicazione di trucco per i minori di sei anni – per la prima volta nella mia vita adulta sono stata orgogliosa delle parole, perché a volte non sono semi che cadono nel nulla. A volte producono qualcosa. E sta a noi – anche adesso che la Senatrice Anitori ha fatto del suo DDL un emendamento alla legge di stabilità – tramutarli in fiori. Non lasciarli morire. Aiutarli a resistere. Questo venti novembre, oggi, più che mai.

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