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L’emoji che piange dal ridere è la parola dell’anno

di Mattia Carzaniga
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Secondo il prestigioso Oxford Dictionary, la faccina che ride a crepapelle è l’espressione che meglio rappresenta la filosofia e insieme sdrammatizza le tensioni del 2015. Ormai le emoji sono parte del nostro linguaggio: un codice nuovo, che ci fa comunicare meglio. Ma attenzione: spesso facciamo degli errori

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Secondo il prestigioso Oxford Dictionary, la faccina che ride a crepapelle è l’espressione che meglio rappresenta la filosofia e insieme sdrammatizza le tensioni del 2015. Ormai le emoji sono parte del nostro linguaggio: un codice nuovo, che ci fa comunicare meglio. Ma attenzione: spesso facciamo degli errori

La parola più usata dell’anno? È una emoji. Ovvero la faccina che piange dal ridere, come ha stabilito una ricerca della Oxford University Press. In più, secondo Oxford Dictionary, è l’“espressione” che meglio rappresenta la filosofia – e insieme sdrammatizza le tensioni – del 2015 che sta per finire. Ormai, del resto, tutti parliamo con le emoji più che con le parole. Evoluzione dell’emoticon, sono nate in Giappone a fine anni ’90 e rese popolari negli ultimi anni anche da noi da mezzi come WhatsApp.

Siamo sicuri di usarli nel modo giusto?

Il giornale di costume online Usa Gawker ha stabilito che ne fraintendiamo almeno una dozzina. «Per esempio, la faccina con la bocca rivolta verso destra che apparentemente manda un bacio, e che inviamo di conseguenza alle persone a cui vogliamo rivolgere un saluto affettuoso, in realtà sta semplicemente fischiettando» scrive il magazine. Anche la conduttrice statunitense Ellen Degeneres scherza a proposito dell’impossibilità di decifrare certi segni, più difficili di geroglifici egizi: «Pensavo che le due ballerine col body nero e le orecchie da coniglietta fossero le gemelle Ashley e Mary-Kate Olsen in discoteca!».

Le faccine avvicinano la lingua scritta a quella orale

«Quello delle emoji non è un vero alfabeto, ma una convenzione sociale nata negli ultimi anni» osserva lo scrittore Stefano Bartezzaghi, esperto di linguaggio e lessico contemporaneo. «Sono figure che lasciano molto spazio alla nostra immaginazione, e che perciò spesso traggono in inganno. Tuttavia, sono al tempo stesso il segno di un’evoluzione molto significativa: l’introduzione di segni visivi ha avvicinato la lingua scritta a quella orale, col risultato che oggi fanno l’effetto dei gesti che usiamo quando parliamo con gli amici per farci capire meglio. È un codice nuovo, direi “bastardo”, nel senso letterale del termine». E di cui non facciamo più a meno: oggi è inevitabile corredare un testo con un’emoji o, addirittura, usare soltanto le faccine per conversare.

Il mistero delle ballerine-conigliette

«Questo modo di scrivere racconta l’epoca che stiamo vivendo, sempre più veloce e “sintetica”, come dimostra anche lo spazio limitato disponibile negli status di social network come Twitter: solo 140 caratteri per esprimere concetti anche molto articolati» continua Bartezzaghi. «E poi, usando sempre più spesso gli smartphone, chattare su WhatsApp mentre camminiamo richiede l’uso di sistemi più rapidi per farci comprendere al volo dall’interlocutore». Nonostante a volte si rischi il misunderstanding: «Non dimentichiamoci che le emoticon sono state inventate in Giappone: per forza alcune di loro acquistano tutt’altro significato in Occidente!» conclude l’esperto. «Se da un lato la loro funzione è quella di “tradurre” e semplificare le parole, dall’altra rischiano di complicarle. Proprio come nel caso delle due gemelline che ballano. Anch’io non ho idea di che cosa vogliano dire: ma forse è giusto così».

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