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Il centro che cura i traumi dei migranti

di Monica Piccini
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Domenica 17 gennaio si celebra la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato. A Milano c’è un’équipe di psichiatri che aiuta i rifugiati ad affrontare i pesanti traumi che il viaggio verso l’Europa da loro affrontato si trascina con sé. Spesso i profughi, durante il tragitto, subiscono torture o assistono alla morte di amici e parenti. Sono ferite dure da dimenticare, che possono...leggi di più

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Domenica 17 gennaio si celebra la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato. A Milano c’è un’équipe di psichiatri che aiuta i rifugiati ad affrontare i pesanti traumi che il viaggio verso l’Europa da loro affrontato si trascina con sé. Spesso i profughi, durante il tragitto, subiscono torture o assistono alla morte di amici e parenti. Sono ferite dure da dimenticare, che possono...leggi di più

C’è chi ha perso la casa e la famiglia sotto le bombe, chi ha continue allucinazioni per aver visto i compagni di traversata morire affogati o per aver assistito allo stupro di madri e figlie. Sono i migranti che arrivano sulle nostre coste con cicatrici dell’anima spesso più ingombranti di quelle del corpo. «Non è facile riconoscere i sintomi di questi traumi, che vanno dall’insonnia alla dissociazione mentale, dal rifiuto del cibo alle idee di persecuzione» racconta Marzia Marzagalia, psichiatra, da più di 10 anni al reparto di Etnopsichiatria dell’Ospedale Niguarda di Milano. Il centro, nato dalla lungimiranza del dottor Carlo Pagani, tuttora responsabile dell’équipe composta da psichiatri, psicologi e mediatori, nel 2000 comincia ad assistere i primi immigrati senza documenti né possibilità di accedere al nostro sistema sanitario.

«Inizialmente si trattava di migranti economici, persone “resistenti” alle difficoltà, selezionate dalle famiglie per trovare lavoro all’estero e mandare i soldi a casa» dice la dottoressa Marzagalia. «Solo negli ultimi tempi, dalla crisi libica del 2011 in poi, da noi arrivano rifugiati e vittime di tortura». Secondo il rapporto Fuggire o morire dell’organizzazione Medici per i diritti umani, “tutti i 100 richiedenti asilo intervistati in Sicilia e i 400 intervistati a Roma hanno riferito di essere stati vittime di un trattamento crudele, inumano o degradante, soprattutto in Libia”.

Gli uomini sono seviziati dai trafficanti
Anche se non tutte le persone che scappano dal Sud del mondo hanno subito torture e sviluppano disagi psichici, il fenomeno dei migranti “psicologicamente vulnerabili” è in aumento. I motivi sono da ricercare nelle sevizie spesso subite durante i viaggi della speranza dai trafficanti di uomini, ma anche nella difficile integrazione nei Paesi dove arrivano, a cominciare dal lunghissimo iter del riconoscimento della protezione umanitaria e dal sovraffollamento dei centri di prima accoglienza. «Rabbia e frustrazione si trasformano in comportamenti violenti, pericolosi per sé e per gli altri. È a quel punto che dai vari centri d’accoglienza veniamo chiamati noi per una valutazione psichiatrica o psicologica, svolta possibilmente in due, per ricostruire l’intera storia del paziente» spiega Marzia Marzagalia. «All’inizio ci parlano di sintomi esclusivamente fisici: prurito, mal di stomaco o dolori muscolari. Quella che per noi è un’allucinazione per loro è un semplice mal di testa».

L’équipe del servizio del Niguarda, unico in tutta Europa per aver contribuito a creare un protocollo d’azione insieme, tra gli altri, al Comune e all’università Statale di Milano, fa un continuo lavoro di traduzione e interpretazione dal “nostro” mondo a quello dei pazienti e viceversa. «Un giorno» racconta la dottoressa «arriva al centro un ragazzo senegalese che non riesce a dormire per via dei frequenti flashback con cui rivive l’omicidio del fratello. La causa, secondo lui , è il malocchio. Mi limito a dirgli che il marabù, lo stregone che toglie i malefici, io non l’ho a disposizione, però ho delle medicine in grado di farlo sentire più tranquillo e fronteggiare meglio il suo malessere. “Le vuoi prendere?” gli chiedo. Lui mi guarda perplesso, perché nella sua cultura il guaritore ti obbliga ad assumere i medicinali, non è una libera scelta. Allora aggiungo: “Prova, tra una settimana torni e mi dici se ha funzionato”». Oltre ai farmaci, le “etno-cure” includono sedute di psicoterapia «per sciogliere i ricordi dolorosi che portano i migranti a reagire talvolta con aggressività». E anche in questo caso fissare un appuntamento non è automatico: la misurazione del tempo per uno straniero che soffre di disturbi psicologici può essere molto variabile. «In genere per le sedute, più che un orario preciso preferiamo dire: “Se passate ci trovate qui”». Benché l’idea di sedersi davanti a un medico e parlare rimanga estranea a molte culture, i pazienti tendono a tornare perché si sentono accolti e rispettati. «In certi casi ti mostrano le cicatrici, ma non vogliono raccontare quali torture hanno subito. Magari poi si aprono davanti al medico legale: concentrandosi sulle ferite del corpo riescono a raccontare anche gli incubi dell’anima».

Le donne sono violentate già nel loro paese di origine
I migranti più vulnerabili, anche per l’uso della violenza sessuale come arma di guerra nei Paesi che si lasciano alle spalle, sono le donne. Il protocollo di Istanbul promosso dalle Nazioni Unite nel 2008 sancisce che lo stupro è una forma di tortura: lascia le stesse tracce indelebili nella mente di una persona. «In realtà curiamo meno donne che uomini, perché le vittime di tratta seguono un percorso di riabilitazione diverso, che comprende già l’assistenza psicologica» spiega la dottoressa Marzagalia. «Non solo: secondo i dati dell’l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, il 90% delle donne che arrivano in Italia e sono vittime di stupro ha già subito violenza, per la maggior parte in famiglia». È quindi sì un fenomeno molto diffuso, ma non necessariamente legato alla migrazione.

«Da poco ho seguito una ragazza di 25 anni che parla benissimo 4 lingue» continua la psichiatra. «Nata in Camerun, è stata costretta a prostituirsi in India e a diventare la quarta moglie di un uomo. Incinta, ha abortito per le percosse del marito e ha chiesto aiuto a una struttura religiosa che le ha trovato riparo in Italia. Appena arrivata a Milano, è andata in un centro d’accoglienza con molte donne e bambini, cosa che le faceva rivivere il trauma dell’aborto. Ha dato subito segni di grave patologia psichiatrica che non aveva mai avuto prima, tra cui deliri di persecuzione: sentiva in continuazione le voci degli uomini che avevano abusato di lei. Dopo il primo incontro d’emergenza abbiamo cominciato a ricostruire la sua storia. Ultimamente è riuscita a ottenere l’asilo e ha fatto un corso per diventare pasticcera. I sintomi psicotici sono quasi scomparsi, motivo per cui sta anche riducendo le medicine. Quando la vediamo siamo tutti molti soddisfatti, perché lei è il segno che curare il trauma, prima che diventi cronico, è un altro modo per guardare al futuro».

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