Per smantellare l’incubo di ogni inizio anno, ovvero l’elenco dei buoni propositi, propongo di cambiare verbo. Basta con i “devo”, così perentori e prescrittivi. Sostituiamoli con i “voglio”, più gaudenti e assertivi. Risoluti, sì, ma in modalità meno antipatica. Poi, cambiamo i modi. In senso lessicale. L’indicativo è un modo verbale che “indica un evento o una situazione non condizionata da incertezze”. Ma ci si può mai affidare a una forma grammaticale tanto sfidante e sicura di sé, non sfiorata dal dubbio, per fronteggiare un mondo pieno di incognite?

Il fallimento è dietro l’angolo. Come, del resto, confermano tutte le lodevoli intenzioni che puntualmente naufragano entro fine gennaio. Palestre, diete, detox eccetera. Quest’anno puntiamo sul condizionale. Più morbido, indulgente, possibilista. Un modo che indica “un’azione ipotetica o desiderata”, calata in un contesto di indeterminatezza ed eventualità. Vorrei, vorrei, vorrei… Olly, cantandolo, ci ha pure vinto Sanremo. Mi sembra di buon auspicio.

Cosa vorrei per l’anno nuovo?

E dunque, cosa vorrei? Provate anche voi a domandarvelo. Io più calma. E non è poco. Dopo anni di corse e traguardi che si spostano sempre più in là, forse è la cosa a cui ambisco di più. Un po’ di sano e meritato riposo. Non solo durante le feste comandate, quando tutto l’universo si ferma, ma quando pare a me. Ci pensavo un giorno passando per un viale alberato, andando in ufficio. E avvertendo l’irrefrenabile desiderio di bigiare il lavoro e mettermi a saltare sulle foglie solo per il gusto di sentire il crac-crac. È una passione che nutro fin da piccola, molto prima che inventassero l’ASMR (tutto quel campionario di suoni e grattini e picchiettamenti effetto relax che va tanto di moda su TikTok). Fare cose futili, per il puro piacere di farle, mi sembra un gesto rivoluzionario in un’epoca in cui ogni cosa è finalizzata all’utile e al profitto e nella quale è severamente vietato perdere tempo. Salvo poi dilapidarlo scrollando video scemi sul telefonino.

Riprendiamoci lo spazio del gioco e del silenzio, della socialità e dell’ascolto. Alla fine tutti i mali della nostra epoca derivano da questo, dalla perdita di un nostro baricentro. Dalla velocità che non ci fa più vedere le cose, dall’ansia che non ci fa mai sentire all’altezza, dalla noia che non sappiamo più sopportare, dal senso costante di vulnerabilità. Pausa. Respiro. Reset. Se ci pensiamo bene, in quel “vorrei” non c’è nessun sogno impossibile, ma una manciata di cose semplici. Un tempo le avremmo chiamate ordinarie.

In quel “vorrei” non c’è nessun sogno impossibile

Una casa, una famiglia, un posto di lavoro, la certezza di una vecchiaia serena. Insomma, un po’ di stabilità. Pratica, economica, emotiva. Tutti traguardi che fino a ieri ci sembravano scontati e invece oggi non lo sono più. Per questo abbiamo voluto provare a capire, nel numero che anticipa il nuovo anno, quali sono gli ostacoli e quali le speranze di poter realizzare questi desideri legittimi ed elementari, eppure spesso inafferrabili. Per una volta non chiediamo la luna, restiamo con i piedi per terra. Delegando alle stelle il compito di farci guidare da ideali più alti e valori più nobili.

Vorrei più opportunità per donne e giovani

In fondo quello che tutti cerchiamo è la sicurezza. Qualcosa che ci faccia sentire ancorati e protetti, in un contesto in cui le guerre, la crisi climatica, l’instabilità dei mercati hanno creato un clima di precarietà e di sfiducia. E allora obiettivo prioritario è l’occupazione, il primo fondamentale diritto sancito dalla Costituzione: “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro”. Un diritto purtroppo oggi non sempre garantito e da cui derivano tutti gli altri. Perché è solo grazie all’autosufficienza economica che è possibile costruirsi un futuro. Per fortuna dei segnali positivi ci sono. E da quelli bisogna partire per dare un’iniezione di fiducia (parola dell’anno per la Treccani), implementando iniziative concrete, soprattutto a supporto delle fasce più deboli, come le donne e i giovani. Sono loro i pilastri della società. Le prime per il lavoro di cura, ancora poco riconosciuto e per niente retribuito, ma anche per il contributo enorme che potrebbero dare alla crescita del Paese, se solo non fossero ostacolate in mille modi. I secondi perché sono i costruttori del mondo che verrà. È su di loro che bisogna investire. In tanti modi. Abbassando gli affitti e i mutui delle case, assicurando contratti più sicuri e dignitosi, sostenendo il progetto di una famiglia, rispondendo all’incertezza dei tempi con una rete di sostegno che opponga alla paura e all’individualismo la speranza e il coraggio necessari per affrontare nuove sfide e rafforzare la solidarietà.In ballo c’è il nostro futuro. Teniamoci per mano e nutriamo l’ottimismo. A tutte, un felice 2026.