Partiamo con un’occhiata al passato e un viaggio nel futuro. Cerca di riportare alla memoria ciò che provavi da piccola quando abbracciavi il peluche, la bambola o la copertina a cui tenevi di più. La pace e il senso di protezione che riusciva a trasmetterti. Adesso immagina di incontrare una persona molto interessante e attraente, e di scoprire, magari per caso, che dorme ancora tenendosi stretto il suo orsacchiotto. Riusciresti, alla luce del ricordo di quello stato d’animo che tante volte, da bambina, ti ha accompagnato nella notte, a considerarla un’abitudine bizzarra ma comprensibile (e pure tenera), o ti sentiresti un po’ delusa e a disagio?

Adulti con l’orsacchiotto, non è una rarità

Nel film Ted l’orsetto di Mark Wahlberg prendeva vita e, da grande, diventava alcolizzato e sessuomane. Nella realtà gli adulti con l’orsacchiotto si ritrovano alle prese con morbidi oggetti molto meno impegnativi. E sono in ottima compagnia. Un sondaggio sul tema – condotto su un campione di 6mila persone – è stato realizzato in Inghilterra dalla catena alberghiera Travelodge. L’idea è nata nel 2011, quando il personale ha cercato di restituire 75mila orsetti dimenticati nei suoi hotel, scoprendo che molti non appartenevano a bambini. È emerso che il 51% degli adulti britannici possiede ancora il proprio peluche dell’infanzia e il 25% lo infila nella valigia che prepara per i viaggi di lavoro. Il 10% dei single ha ammesso di nascondere l’orsacchiotto quando invita a casa una potenziale partner, il 15% degli uomini e il 10% delle donne lo considerano un amico fidato.

L’effetto terapeutico è assicurato

«Invito a non coltivare pregiudizi contro gli adulti con l’orsacchiotto: tutti sentiamo ogni tanto l’esigenza di un surplus di rassicurazione, c’è chi lo cerca in un oggetto che lo riporta con la mente tra le braccia della mamma e chi nei cibi-coccola o nello scrolling sul cellulare» osserva Eleonora Sellitto, psicologa e sessuologa a Roma. «L’efficacia calmante degli oggetti legati alla nostra infanzia è riprovata anche dal punto di vista terapeutico. Capita che, per aiutare un paziente particolarmente angosciato, gli si proponga di recuperare e tenere vicino qualcosa che lo tranquillizzava in passato. Può essere un giocattolo o anche una foto di famiglia che, almeno in parte, continua ad avere lo stesso potere perché attiva risposte fisiologiche anti-ansia, abbassa il livello del cortisolo – noto come ormone dello stress – e induce un aumento dell’ossitocina – l’ormone dell’amore».

adulti con l'orsacchiotto
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Adulti con l’orsacchiotto: un legame nato nei primi anni di vita

Per capire perché gli orsacchiotti ci rasserenano anche da adulti, bisogna fare un salto indietro nel tempo. «Fino ai 3 anni d’età, il bambino non percepisce una vera distinzione tra sé e la madre: se lei si allontana, si sente perso come se fosse sparita per sempre» chiarisce la dottoressa Sellitto. Ed ecco che la copertina e il peluche entrano in azione come ancore di salvezza. «I cosiddetti oggetti transizionali, soffici, familiari e impregnati di odori rassicuranti, calmano il cervello attraverso i sensi: tatto, olfatto e vista si attivano e placano l’angoscia della separazione, rappresentando sostituti simbolici del legame con le figure di riferimento, specie con la mamma». Quando cresciamo quell’effetto calmante resta scritto nella memoria del corpo. «Così, stringere un peluche non è solo un gesto nostalgico, ma un modo istintivo – e sorprendentemente valido – per ritrovare un senso di protezione».

Quando non si riesce a farne a meno

Per alcuni adulti, l’orsacchiotto non è solo un ricordo affettuoso dell’infanzia, ma una presenza indispensabile per gestire ansia, solitudine o tensioni emotive. In questi casi si parla di una vera e propria dipendenza affettiva: il legame con l’oggetto transizionale non si è mai davvero allentato. Le cause? «Un percorso emotivo interrotto o incompleto, insieme all’incapacità di interiorizzare una figura di riferimento stabile» spiega la psicologa. «Anche relazioni familiari troppo simbiotiche o, al contrario, fredde e distanti possono ostacolare lo sviluppo di un sé autonomo, facendo sì che l’oggetto transizionale continui a essere necessario».

Di notte il suo abbraccio è potente

La maggior parte dei bambini, però, dopo i tre anni, iniziano a costruire una propria identità, distinguendosi dalla figura materna. «Il bisogno di rassicurazione resta, ma si fa più consapevole» spiega Sellitto. «Col tempo, l’orsacchiotto si trasforma in un compagno fedele: resta nel cuore, ma solo raramente finisce tra le braccia. Quando capita l’emozione è intensa, anche perché ci concediamo di entrare in contatto con la nostra età interna, che spesso è inferiore a quella scritta sulla carta d’identità». Accade soprattutto di notte, il momento in cui siamo più vulnerabili, abbassiamo le difese e torniamo a sfiorare la sensazione di abbandono sperimentata da piccoli. «È qui che, almeno ogni tanto, l’orsacchiotto può offrire un particolare conforto, come una versione silenziosa della hug therapy, la terapia dell’abbraccio, che ha effetti fisiologici misurabili: calma il battito del cuore, sincronizza la respirazione, trasmette sicurezza e calore».