Sembra un modo di dire, invece a volte succede. Non solo nei romanzi rosa e nelle canzoni di Battisti. Oppure in quei bei film francesi – Adele H., Un cuore in inverno, Maladie d’amour – in cui l’amore è davvero come una malattia e si guarisce solo stando vicino all’altro, come se fosse una medicina. Altrimenti non c’è speranza. E non perché si è anime fragili.

La fuga di Marjane dall’Iran raccontata in Persepolis

Marjane Satrapi era una fumettista, sceneggiatrice e regista iraniana, ed era tutto fuorché fragile. Era una donna forte e appassionata, scappata a Vienna all’età di 14 anni, su decisione della sua famiglia, per sfuggire alle regole sempre più opprimenti e restrittive, soprattutto nei confronti delle donne, imposte dal regime teocratico a Teheran. La sua storia è raccontata nel film tratto dalla sua graphic novel Persepolis. E se amo il suo Paese, l’assurda parabola di gloria e declino della civiltà persiana, lo devo a lei e a quella magnifica pellicola d’animazione che vinse il premio della giuria a Cannes, nel 2007. È incredibile come le cose complesse, come il travagliato passaggio dalla monarchia filo-occidentale dello Scià al fondamentalismo religioso dell’Ayatollah, diventino chiare e fulminanti se vengono raccontate attraverso lo sguardo crudo e schietto di un bambino. In questo caso, una ragazzina. Nel suo racconto non c’erano la Storia o la politica, ma la vita. Stravolta da un giorno all’altro. Trasformata in una prigione a cielo aperto in cui di colpo è diventato impossibile fare le cose più banali: uscire, studiare, flirtare, ascoltare la musica e vestirsi come si vuole.

La depressione per la perdita del grande amore

Marjane ne ha viste e passate molte nel corso della sua esistenza. Ha vissuto per strada, si è ammalata, ha avuto un matrimonio e un divorzio prima dei 25 anni. Ha scritto libri, calcato tappeti rossi, ricevuto premi e rifiutato la Legion d’Onore in risposta all’ipocrisia del governo francese nei confronti del suo Paese. Ma, soprattutto, si è innamorata. In modo così violento e radicale che quando lui si è spento dopo una lunga malattia – Mattias Ripa, produttore e attore svedese, secondo marito adorato – anche qualcosa dentro di lei si è spento per sempre. Da quel momento in poi è stato solo sopravvivere. Tentare di restare a galla mentre una depressione devastante la tirava verso il fondo. Il 4 giugno ha mollato la boa. È morta a 56 anni, per il dolore della perdita. Di tutti i dispiaceri che ha dovuto sopportare il suo cuore, strappato dalle radici, costretto all’esilio, appesantito dalle sciagure senza fine della sua terra tormentata, questo è stato il più grande. C’è una tristezza smisurata e, insieme, una dolcezza struggente in questo epilogo. Tutta la forza ambivalente dell’amore, vitale e distruttivo. Incapace di compromessi, quando davvero arde come un fuoco e non è quel succedaneo tiepido e inoffensivo della carta dei cioccolatini.

I gesti di attenzione che curano

L’amore ammala, l’amore cura. E a volte non ha neanche la forma consueta e prevedibile dei baci e dei sospiri. A volte è ruvido, pragmatico, silenzioso, sbrigativo. Fatto più di gesti che di parole. Concita De Gregorio lo chiama “la logistica dell’amore”. Non dice, fa. Non sempre si espone, per questo bisogna essere brave a interpretarlo. Può essere nella bottiglia del latte “speciale” che trovi nel frigo al mattino, nella fila allo sportello che lui fa al posto tuo, persino nei battibecchi in cui si scarica il malumore del mattino o alla fine di una giornata andata storta.

Non ti accorgi che ce l’hai quest’amore che non dice più “ti amo” e scambia il desiderio col bisogno, finché non ce l’hai più.

Se uno lo sapesse per tempo, forse ci starebbe più attento. Perché poi, quando lo perdi, ti senti sperduto. Inadatto al futuro sterminato che verrà. Anche dovesse durare due giorni.

La solitudine toglie la voglia di vivere

Penso a mia madre, ad esempio, e ai vecchi e alle vecchie come lei, rimasti soli a fronteggiare il buio della notte, il silenzio delle giornate riempite solo dal sottofondo del televisore. «Mi manca papà», mi dice ogni tanto, timidamente. Come se fosse una colpa. Non sono il diabete né la pressione alta che rendono così fragile la sua salute. Non è la vitamina D che le manca. Le manca la voce del suo compagno di viaggio. Il borbottìo della moka che preparava alle 7 di mattina, i colpi di tosse, il profumo di caffè. E poi i giornali. I libri. I quaderni dei conti. Quel cardigan con un buco sul gomito che indossava per guardare il tiggì. Le manca la vita di prima. La vita, appunto, semplicemente. Se sapesse come si muore per amore, così di colpo, e non un giorno alla volta, sono convinta che ci penserebbe su.