È probabile che te la rimproverino fin dai tempi dell’asilo quell’attitudine insopprimibile a “sentire” all’ennesima potenza ciò che ti circonda. Situazioni e parole, persone e conflitti: (quasi) tutto ti colpisce, ti scuote e ti emoziona. Tanto che, se fossi costretta a descriverti in tre parole, “sensibile” non mancherebbe senz’altro. È un modo di essere a tratti piuttosto scomodo, il tuo. E spesso invidi chi riesce a fregarsene, a restare indifferente.
Di sensibilità (e quindi, anche di te) parla il nuovo libro di Michele Mezzanotte Non ho scelto io di essere così – Il potere interiore delle persone sensibili (Gribaudo). 192 pagine che si leggono con la facilità con cui si scorrono le seguitissime stories dello psicologo e psicoterapeuta, che propone una piccola rivoluzione. Smettiamola di considerarla una scocciatura o un difetto: la sensibilità può evolversi in una straordinaria risorsa. Ma prima di tutto bisogna capire esattamente di che cosa si tratta.
La sensibilità di chi vive “senza pelle”
Si stima che circa una persona su cinque, nel mondo, abbia una sensibilità fuori scala. «Tutti riceviamo stimoli dall’esterno, ma non tutti li elaboriamo allo stesso modo: a volte ci attraversano senza lasciare traccia» osserva il dottor Michele Mezzanotte. «Chi è sensibile, invece, li raccoglie, li trattiene e li amplifica, un po’ come se avesse dentro una cassa di risonanza che trasforma ogni segnale in qualcosa di più profondo e carico di significato. Una mia paziente, tempo fa, mi ha suggerito un’immagine particolarmente azzeccata: essere sensibili equivale a vivere senza pelle, il passaggio tra il mondo esterno e il mondo interiore è permeabile, e tutto “entra” con maggiore intensità».
Dal sistema nervoso ai traumi: le cause della sensibilità
Dietro la sensibilità, suggerisce lo psicologo, possono esserci storie molto diverse. «Per alcune persone si tratta di una caratteristica innata, legata a una particolare configurazione del sistema nervoso che porta a elaborare gli stimoli in modo più profondo. In altri casi la sensibilità nasce dalle esperienze vissute ed emerge soprattutto quando ferite, perdite o momenti difficili costringono a sviluppare una maggiore attenzione verso ciò che accade attorno a noi. Per altri ancora rappresenta la conseguenza di uno spiccato bisogno di relazione e connessione con gli altri e con il mondo» spiega Mezzanotte. «Spesso queste componenti convivono nella stessa persona».
In tutti i casi, l’importante è non considerare la propria sensibilità una patologia o una caratteristica di cui disfarsi. «È facile che accada perché le persone sensibili vengono spesso criticate fin dall’infanzia e finiscono per sentirsi sbagliate o eccessive».
Coltivare la propria unicità è (al solito) il primo passo
Molte volte non è la sensibilità in sé a far soffrire, ma il tentativo di negarla o “correggerla” sforzandosi di diventare più forti e distaccati. Una strada impraticabile perché, a differenza di ciò che a volte si pensa, non è possibile stravolgere la propria natura. Come si legge nel libro: “Non scegliamo noi di essere in un certo modo e dobbiamo farci i conti il prima possibile. La felicità passa solo attraverso l’accettazione di sé stessi e prima o poi dobbiamo deporre le armi e scoprire che i punti di debolezza, le parti che giudichiamo, sono in realtà punti di forza”. La vera soluzione, quindi, consiste nell’imparare a proteggere e utilizzare in modo costruttivo la propria sensibilità. Iniziando con l’individuarne le precise caratteristiche.
Tra i talenti, una super percezione e un’empatia al top
Esistono diverse forme di sensibilità. Per raccontarle, Michele Mezzanotte sceglie un sistema di immagini ispirato ai quattro elementi: terra, acqua, aria e fuoco. «Non sono categorie rigide, ma possono offrire qualche indizio in più su come ci attraversano le esperienze». La sensibilità di terra è quella più legata al corpo. Può manifestarsi attraverso tensioni fisiche, stanchezza, fastidio per il caos e i rumori. Il vantaggio? Chi la vive spesso percepisce le cose prima ancora di riuscire a spiegarle: il corpo registra tensioni e pericoli quando la mente non ha ancora trovato le parole per descriverli.
La sensibilità di acqua è invece quella che abita il mondo delle emozioni. Appartiene a chi si commuove facilmente e tende a entrare in sintonia con gli stati d’animo degli altri. Il confine tra le sue emozioni e ciò che provano le persone a cui tiene può diventare sottile: il rischio è lasciarsi travolgere. Eppure proprio qui si nasconde il suo superpotere: una straordinaria capacità di comprendere gli altri.
Sensibile, quindi intuitiva e/o passionale
La sensibilità di aria appartiene a chi riflette molto, collega tra loro dettagli e avvenimenti apparentemente lontani, vive di intuizioni e immaginazione. La sua vita interiore è ricca e in continuo movimento: ogni esperienza viene osservata, analizzata e ripensata. Questo può tradursi in una notevole capacità di cogliere connessioni che sfuggono agli altri. Il rovescio della medaglia? La mente fatica a fermarsi e passare dal pensiero all’azione può risultare complicato.
La sensibilità di fuoco è forse la più intensa e meno addomesticabile. Si esprime attraverso la passione e il bisogno di trasformare ciò che non funziona. Chi la possiede reagisce con forza alle ingiustizie, fatica ad accettare i compromessi, è capace di coinvolgere e trascinare gli altri, di mettere in moto il cambiamento, dentro di sé e nel mondo che lo circonda. Ma anche di consumarsi rapidamente quando investe tutte le sue energie in una relazione o in un ideale. Se il sensibile “acqua” tende a essere sopraffatto dalle emozioni, il “fuoco” rischia di bruciarsi.
Spunti di riflessione per non lasciarsi travolgere
Una volta stabilito che la sensibilità non va combattuta ma accettata e riconosciuta nella sua peculiarità, cercando di ottimizzarne i risvolti positivi, resta un dubbio importante da sciogliere: come si fa a non restarne schiacciati? «Bisogna iniziare a considerarla una parte legittima della propria identità» risponde Mezzanotte. «Al tempo stesso, è essenziale puntare a proteggersi, tenendo a mente che mettere qualche confine tra sé e il mondo non è cattiveria né egoismo: è una mossa chiave che consente, poi, di essere anche più utili a chi ci circonda. Non è possibile far crescere una pianta che nutrirà qualcuno se non la si annaffia».
Ma c’è un altro passaggio fondamentale: smettere di considerarsi vittime della propria sensibilità. «Essere sensibili comporta una responsabilità» precisa lo psicologo. «Bisognerebbe imparare a conoscere ciò che si prova, dare un nome alle emozioni e capire che cosa stanno cercando di comunicarci. Quando invece le subiamo passivamente, rischiamo di sentirci in balia del mondo. E ciò che potrebbe diventare una risorsa finisce per trasformarsi in un peso».