«Lo tenevo in braccio e pensavo che avevo commesso un errore irreparabile. Non volevo fargli del male. Volevo sparire io. Mi sembrava di aver distrutto la mia vita. E la sua». Benché siano trascorsi 3 anni, quando racconta i primi tempi dopo la nascita di suo figlio Marta G. ha gli occhi che si inumidiscono. Lei, che di mestiere fa l’infermiera e ha da poco compiuto 42 anni, non riusciva ad ammettere neanche con se stessa ciò che stava attraversando.
«Tutti mi chiedevano se fossi felice. Io sorridevo e mentivo. Ma dentro di me ero svuotata e spaventata. Credevo che allattare mio figlio sarebbe stato il momento più bello della mia vita, invece era diventata una prigione. Ero divisa in due, ma nessuno sembrava accorgersene».
La tragedia di Catanzaro
Il racconto di Marta è quello di centinaia di donne che, dopo il parto, attraversano un momento difficile. Si tratta di un tema delicato e sommerso, che arriva all’attenzione dell’opinione pubblica soltanto nel momento in cui la cronaca si fa tragedia. Come è accaduto a Catanzaro quando, nella notte tra il 21 e il 22 aprile, un’operatrice sociosanitaria di 46 anni si è alzata mentre i figli dormivano, li ha presi con sé e li ha gettati dal balcone del terzo piano dell’appartamento in cui vivevano, lanciandosi poi nel vuoto. Con lei sono morti il neonato di 4 mesi e il figlio di 4 anni; la figlia maggiore, di 6 anni, è sopravvissuta ed è ricoverata in gravissime condizioni al Gaslini di Genova.
«Sembra che questa mamma soffrisse da tempo di disturbi psichici e che fosse affetta da depressione post-partum» riflette la psicologa e criminologa Margherita Carlini. «Una malattia subdola, che spesso altera profondamente la mente, che pone le mamme nella condizione di non poter chiedere aiuto o, peggio ancora, di non saper comprendere di aver bisogno di aiuto».
La depressione post-partum è una condizione clinica severa
Gli episodi drammatici sono solo una minima parte, per fortuna, ma «la sofferenza emotiva dopo il parto è frequentissima. E non tutta è depressione» commenta Vivette Glover dell’Imperial College London, tra le massime studiose internazionali del tema. «Il baby blues è transitorio. La depressione post-partum è una condizione clinica severa: può durare settimane o mesi, se non trattata, e ha i tratti della depressione maggiore». Non sempre si manifesta come semplice tristezza. «Molte donne appaiono quelle di sempre, ma vivono in uno stato di angoscia persistente, vuoto emotivo, disconnessione dal bambino e da se stesse».
I dati su baby blues e depressione
I dati parlano chiaro: secondo le linee guida dell’Istituto Superiore di Sanità, una donna su 5 sviluppa problemi di salute mentale nel periodo perinatale. Il baby blues riguarda oltre una donna su 2, secondo alcune stime può arrivare a interessare fino al 70-80% delle neomadri. Diversa la depressione post-partum, che colpisce circa il 10-15% delle donne (dati Fondazione Onda).
Faccio tutto ma non provo nulla
È una sofferenza che spesso si mimetizza in comportamenti socialmente accettabili: la madre ansiosa che controlla tutto ossessivamente, quella che non dorme mai «perché è normale con un neonato», quella che appare iper-performante ma dentro è in frantumi. «Il grande equivoco» osserva Costanza Scaffidi Abbate, docente di Psicologia Sociale all’Università di Palermo, che da decenni si occupa del tema, «è pensare che la depressione post-partum coincida con il pianto o con la tristezza evidente. In realtà molte donne arrivano da me dicendo: “Faccio tutto, ma non provo nulla”». Si chiama “anedonia materna”: la perdita della capacità di sentire piacere, coinvolgimento, gratificazione. «La donna continua a occuparsi del bambino» precisa l’esperta «ma si percepisce meccanica, vuota, distante. E, proprio perché si comporta come sempre, spesso nessuno si accorge della gravità della situazione».
Quali sono i fattori di rischio
La letteratura scientifica individua come principali fattori di rischio una storia personale di depressione o ansia, sintomi depressivi già in gravidanza, precedenti episodi post-partum, scarso supporto familiare, conflittualità di coppia, isolamento sociale, stress economico. Anche gravidanze ravvicinate e mancanza di una rete sociale possono aumentare significativamente la vulnerabilità.
La maternità continua a essere raccontata come un’esperienza naturalmente appagante. Questo produce un effetto devastante: trasforma la sofferenza in colpa
Come è accaduto a Lisa T., farmacista pugliese di 39 anni: «Sognavo fin da bambina la maternità, ma poi è come se una valanga fosse arrivata a travolgermi: sono stata trascinata nel baratro, però nessuno se ne accorgeva. E quando provavo a spiegare le difficoltà che vivevo, da mia madre al mio compagno era tutta una corsa a sminuirle. Ne sono uscita grazie a una psicologa che mi ha aiutato a capire che non ero sbagliata, ma stavo male in quel cambiamento inaspettato».
Il peso della maternità idealizzata
Districarsi fra le aspettative personali e della famiglia, gestendo intanto il peso culturale della maternità idealizzata, spesso diventa infatti un macigno insostenibile. «La maternità continua a essere raccontata come un’esperienza naturalmente appagante» precisa Scaffidi Abbate. «Questo produce un effetto devastante: trasforma la sofferenza in colpa. Se non sei felice, pensi che il problema sia la tua inadeguatezza morale, non una condizione clinica trattabile». Uno stigma che ritarda diagnosi e terapia. E che in Italia incontra un sistema ancora frammentario, poiché – nonostante l’esistenza di linee guida per prevenzione e screening – ci si trova davanti ad un’applicazione disomogenea: in molti territori la valutazione psicologica perinatale dipende ancora dalla sensibilità del singolo ginecologo, consultorio o pediatra, invece che da un percorso strutturato.
La sofferenza della madre e le difficoltà emotive nel bambino
«Ma ricordiamoci» puntualizza Vivette Glover «che la depressione perinatale non riguarda solo le mamme. Numerosi studi mostrano che, quando la sofferenza è intensa e protratta, può influenzare la qualità dell’interazione precoce madre-bambino e aumentare il rischio di difficoltà emotive e comportamentali nello sviluppo del piccolo». Anche per questo diventa fondamentale, prima dell’ennesimo drammatico episodio di cronaca, arrivare a un percorso strutturale che possa aiutare le mamme e i loro bambini. Ma anche imparare ad ascoltare i segnali, per quanto appena percettibili, che le madri in difficoltà mandano a chi sta loro intorno.