Anche i papà possono soffrire di depressione post partum, una condizione che invece finora si riteneva che potesse interessare solo le neomamme. E che a volte produce conseguenze gravissime, come l’ultimo caso accaduto a Catanzaro.

I dati indicano che anche gli uomini possono esserne colpiti, seppure con sintomi più lievi, differenti e a volte più difficilmente riconoscibili. Le conseguenze, però, possono impattare – e molto – sul rapporto di coppia e talvolta sulla serenità del bimbo.

La depressione post partum non è solo femminile

La cronaca fornisce, purtroppo e ciclicamente, la conferma di quanto la depressione post partum (o DPP) possa avere conseguenze drammatiche, quando non viene intercettata per tempo. Ma anche senza arrivare a casi limite, rappresenta un rischio ormai noto per le donne, quando diventano madri. Ciò che, invece, non viene ancora preso in debita considerazione è il fatto che questo disturbo dell’umore, che colpisce il 10-15% delle neomamme, può colpire anche i papà, nelle prime settimane dopo la nascita di un figlio o una figlia. In genere è caratterizzato da tristezza profonda, ansia, stanchezza percepita come estrema e difficoltà nel prendersi cura del neonato. Negli uomini può avere sintomi più lievi, ma da non sottovalutare.

Uno studio sui neo-papà

Un recente studio si è occupato proprio della depressione post partum paterno che, stando ai dati, è in aumento. Pubblicata sull’American Journal of Preventive Medicine, la ricerca ha analizzato un campione di oltre 17mila coppie, in modo retrospettivo, quindi cercando di individuare sintomi di depressione post partum in entrambi i genitori della banca dati, nell’arco dei 12 mesi dopo la nascita del figlio/a. I ricercatori hanno così scoperto che in 326 casi a soffrire del disturbo erano anche i papà (1,7%). Si tratta di una percentuale inferiore a quella delle neomamme (1.731 diagnosi materne, pari all’8,9%), ma pur sempre da non sottovalutare.

Un fenomeno sottostimato

Come se non bastassero i risultati della ricerca, arriva anche il commento dei terapeuti: «È un dato che merita attenzione. Anche se la prevalenza è inferiore rispetto a quella materna, potrebbe far luce sul fatto che il periodo perinatale può rappresentare una fase di vulnerabilità anche per i padri. In alcuni casi, purtroppo, la sofferenza psicologica maschile tenderebbe a essere meno riconosciuta, sia dall’ambiente esterno sia dalla persona stessa. Questo potrebbe portare a una sottostima del fenomeno e a una minore richiesta di supporto anche in presenza di un disagio significativo», spiega Corena Pezzella, psicoterapeuta e Clinical Manager di Unobravo.

Quando la depressione è paterna

Un altro aspetto interessante riguarda il fatto che l’incidenza maschile della depressione post partum è risultata maggiore quando a soffrirne era anche la madre: nel 3,0% dei casi contro il 1,6% se la madre, invece, non accusava sintomi. Precedenti studi nella letteratura scientifica, però, indicano che i neo-papà con il tipico disturbo post nascita di un figlio o figlia variano dal 4% al 25% entro i primi 12 mesi, con il picco maggiore tra i 3 e 6 mesi dopo il parto.

I sintomi ai quali prestare attenzione

Secondo quanto emerge dalle ricerche condotte finora, la DPP maschile ha tratta più specifici rispetto a quella femminile: subito dopo la nascita di un figlio molti padri vivono una fase “adrenalinica” e di assestamento emotivo, ma è qualche mese dopo che può emergere una forma depressiva vera e propria, spesso viene meno l’effetto novità e si entra nella routine, ma con meno supporto esterno. «Nei padri il disagio potrebbe manifestarsi in modo meno esplicito rispetto ai quadri depressivi più classici», conferma Pezzella.

Più lavoro per compensare il disagio

«Sono frequenti irritabilità, difficoltà di concentrazione, ritiro relazionale o una sensazione persistente di inadeguatezza. In alcuni casi possono emergere strategie di compensazione, come un maggiore investimento nel lavoro o, al contrario, una tendenza all’evitamento. Si tratta spesso di modalità che non vengono immediatamente associate a una sofferenza emotiva, ma che possono esserne un’espressione, per questo è importante che vengano validate e riconosciute», sottolinea l’esperta. Anche perché spesso i papà affiancano all’iperattività lavorativa anche l’evitamento delle responsabilità familiari.

Attenzione anche all’ansia perinatale

Spesso è proprio la preoccupazione, insieme a una maggiore irrequietezza, ad accompagnare i primi mesi da neogenitore per gli uomini, tanto che gli esperti parlano di ansia perinatale, che interesserebbe tra il 4,1% e il 18% dei papà. Alla base ci sarebbe il timore di non essere all’altezza del nuovo ruolo da genitore, insieme all’apprensione per le condizioni di salute del figlio appena nato. Ancora una volta, però, il rischio è di non riconoscere i sintomi, che gli stessi uomini cercano di dissimulare per evitare di apparire “deboli”.

Aspettative sociali e paura di apparire “deboli”

Spesso i neopapà, se non riescono a nascondere le proprie difficoltà o il proprio stato d’animo, cercano di attribuirli alla stanchezza, anche se a pesare sono proprio alcuni cliché sociali, come le aspettative verso il loro nuovo ruolo e la paura di apparire “deboli”: «L’ingresso nel ruolo di padre può comportare un cambiamento identitario e un aumento delle responsabilità, che in alcuni casi possono essere accompagnati da vissuti di preoccupazione o insicurezza. A questo si possono aggiungere aspettative sociali che possono complicare la comunicazione all’esterno del proprio stato emotivo», conferma Pezzella.

Il peso di sentirsi bread-winner

Oltre alla gestione delle proprie emozioni, infatti, si trovano a dover affrontare il cliché del sentirsi quello in inglese viene definito il “bread-winner”, colui che porta a casa il pane, insomma il vecchio “padre di famiglia”, nonostante i cambiamenti sociali. Purtroppo, nonostante le donne che lavorano siano aumentate, ancora oggi il congedo è prevalentemente materno (quello paterno obbligatorio è ancora limitato a 10 giorni), il che porta a sentire di non avere abbastanza tempo per i figli o di non supportare adeguatamente la partner, con un carico di frustrazione spesso non da poco.

Le conseguenze per la coppia

«Quando non viene riconosciuto, il disagio può influire sulla qualità della relazione di coppia e, di riflesso, sul clima familiare e sul benessere del bambino», sottolinea ancora Pezzella, che mette in guardia: «In alcuni casi può rendere più difficile la comunicazione o la condivisione delle responsabilità genitoriali. Favorire spazi di ascolto e una maggiore legittimazione delle emozioni paterne può aiutare a intercettare precocemente eventuali difficoltà. Il supporto psicologico, quando necessario, può offrire uno spazio per comprendere e integrare i cambiamenti legati a questa fase di vita».