I capelli brizzolati sparati in aria, vestito di rosa shocking dalla giacca alle scarpe, Robbie Williams parla ai fan durante un concerto in Germania e racconta senza filtri il periodo della vita in salita che sta attraversando. «Mia madre è affetta da demenza e non sa più chi sono. Mio padre ha il Parkinson e non può uscire di casa. È uno strano posto in cui trovarsi, a 51 anni: è molto strano essere adulti, non sono pronto per questo». La platea ammutolisce, il cantante gesticola come per dare un ritmo a quel flusso di coscienza, aggiunge che anche la suocera è malata – ha il lupus, il cancro e il Parkinson – e regala qualche sorriso ringraziando per l’affetto che sale, insieme agli applausi, dal parterre.
Genitori anziani e malati: l’esperienza che ci segna
A molte persone che appartengono alla generazione di Williams e hanno la stessa fortuna di essere arrivate fino a qui senza dover dire addio a mamma e papà, adesso tocca: di fronte ai genitori anziani e malati, non ci si sente mai “pronti”. Si può essere individui solidi ed equilibrati, ma questa resta una delle esperienze più dure da affrontare. «È tristissimo, genera ansia e senso di impotenza, ci stravolge la vita e ci mette in discussione, e succede sia se i genitori hanno rappresentato i nostri punti di riferimento, sia se con loro abbiamo avuto un rapporto complicato» spiega Betty Sala, counselor sistemico relazionale. «Ma è una sofferenza che non lascia alternative, segna l’esistenza di ogni adulto: va accettata, bisogna imparare a conviverci». Attraversando diverse fasi, proprio come quando dobbiamo fronteggiare un lutto.
Dalla negazione all’accettazione
«Ascoltando il suo discorso dal palco di Lipsia, ho pensato che Williams è arrivato alla fase dell’accettazione», afferma Betty Sala. «Quando i genitori anziani stanno male – soprattutto se, come sta capitando alla mamma della popstar, hanno malattie come la demenza che ne stravolgono progressivamente l’identità: di fatto, la madre del cantante, come la conosceva lui, non c’è più – si attraversa un percorso emotivo fatto di cinque momenti fondamentali. A definirli è stata la psichiatra svizzera Elisabeth Kübler-Ross. Il primo step è la negazione, una forma di difesa che rende impossibile accettare quello che sta succedendo. Poi si scatena la rabbia, seguita dalla contrattazione, il primo, fragile tentativo di cercare una via d’uscita. Purtroppo, in seguito, può sopraggiungere una fase di depressione, quando tutto sembra perso e insormontabile, superata la quale si approda all’accettazione: scatta qualcosa e si capisce intimamente che la realtà non si può cambiare, ma si può imparare a conviverci. Bisogna andare avanti, nel migliore dei modi possibili».
Genitori anziani, il dolore non sparisce ma si trasforma
Nel momento in cui si riesce ad accettare quello che sta succedendo possono emergere risorse ed energie insperate, che ci aiutano a gestire la situazione. Non aspettiamoci, però, che il dolore passi. «La sofferenza legata alla malattia e alla fragilità dei genitori anziani non sparisce: può trasformarsi, ma resta con noi» osserva Sala. «In una società che ci vuole sempre sorridenti, sereni e produttivi, diventa difficile riconoscere e accogliere emozioni come la tristezza, il senso di perdita, la paura. Eppure sono umane e non vanno curate come se fossero un errore di sistema».
La tristezza non è uno stigma
Nel film Il corpo, c’è un monologo di Giuseppe Battiston, ormai famoso, in cui l’attore dice: “Cos’è questa teoria che chi sta male deve per forza guarire, da dove viene? Uno è triste, e no, non va bene, perché bisogna essere tutti felici a ca**o!”. «Un concetto analogo si trova nel saggio The Loss of Sadness, in cui gli studiosi Horwitz e Wakefield denunciano come la psichiatria moderna abbia trasformato la tristezza in una patologia» aggiunge Sala. «Eppure, provare dolore in situazioni dolorose è del tutto normale. Certo, se la sofferenza diventa insopportabile, paralizzante e costante, bisogna chiedere aiuto. Ma riconoscere che fa parte della vita è un passo necessario di crescita e di salute emotiva».
Genitori anziani: assistili riconoscendo i tuoi limiti
Stare accanto ai genitori anziani è faticoso, e lo è ancora di più se il rapporto non è stato facile. «Non possiamo pretendere da noi stessi di provare sentimenti che non ci sono mai stati: ciascuno deve fare i conti con la propria storia» chiarisce la counselor. «Se la situazione lo permette (anche finanziariamente, per esempio grazie al supporto di un badante), chi sceglie di stare accanto ai genitori anziani deve farlo con misura, senza annullarsi, riconoscendo i propri limiti e mettendo a tacere i sensi di colpa. Si riesce a essere molto più presenti, lucidi e utili quando ci si rispetta, limitando la durata e la frequenza delle visite se si sente che diventano troppo logoranti. E, soprattutto, continuando a prendersi cura anche del resto della propria vita, traendone sollievo e forza, allenandosi a restare concentrati sul presente quando si è lontani da mamma e papà. È il principio della mindfulness: riportare l’attenzione sul qui e ora, su ciò che possiamo davvero controllare. Il resto – la malattia dei genitori, il tempo che passa – non dipende da noi».
Aprirsi agli altri per trovare la forza
Williams conclude il suo discorso con una domanda che aveva già rivolto ai fan anni fa: “Invecchierete con me?”. «È una richiesta di vicinanza, ma anche una proiezione verso un futuro dove, accanto al dolore che sarà inevitabile, troveranno spazio la gioia e l’empatia» conclude la counselor Betty Sala. «Quello della popstar è un gesto potente. C’è chi si chiude in se stesso, trincerandosi dietro la propria sofferenza, e chi invece riesce ad aprirsi agli altri. In cambio può ricevere affetto e comprensione. A volte, è tutto quello che serve per andare avanti».