Strategia, determinazione, leadership. In mezzo alle parole consuete nel mondo della politica, aguzze come punte di lancia, ce n’è una che viene utilizzata raramente da persone che governano o aspirano a farlo: gentilezza è un termine morbido ma non molle, con quelle due “z” che paiono invitare a non sottovalutare chi sceglie questa postura interiore come bussola. Ha fatto così una delle figure politiche più sorprendenti degli ultimi tempi: Jacinda Ardern, ex premier della Nuova Zelanda. Nel 2017, a 37 anni, si è presentata agli elettori con questo principio guida, insolito e apparentemente fragile: la convinzione che stare al volante di un Paese non significhi solo decidere la rotta da seguire ed esercitare autorità, ma anche mettersi all’ascolto e prendersi cura di chi lo abita.
La gentilezza che ha tenuto unito un Paese
Nella nuova autobiografia Un altro genere di potere (Baldini+Castoldi) Jacinda Ardern racconta la sua esperienza politica, inclusi gli eventi traumatici che ha affrontato associando alla fermezza un registro profondamente umano: empatia per le vittime dell’attentato terroristico di Christchurch, attenzione e cura nel corso della pandemia, calma rassicurante in occasione del sisma del 2020. Scelte che hanno mostrato come, per lei, la gentilezza non fosse un atteggiamento costruito ma un’inclinazione autentica, capace di diventare uno strumento per tenere unito il Paese nei momenti difficili. Una strada non semplice, percorsa fino all’ultima salita: nel 2023 Ardern ha annunciato le dimissioni spiegando di non avere più energie sufficienti per svolgere il suo incarico al cento per cento. Non un fallimento, quindi, ma il riconoscimento dei propri limiti e di un dato di fatto (su cui torneremo più avanti): la gentilezza va rivolta anche verso se stessi.
Sotto la gentilezza, il coraggio e dei valori non negoziabili
La vicenda di Jacinda Ardern – oggi docente universitaria di politiche internazionali, ricercatrice e attivista per l’ambiente – invita a riflettere sulla forza della gentilezza. Chiedendosi, per cominciare: cosa significa esattamente essere gentili? È una dote utile anche nei contesti competitivi, o conviene rimanga confinata nella sfera privata, dove è facile capire la sua efficacia? «La vera gentilezza, di cui la Ardern è dotata, implica una buona dose di coraggio e forza d’animo, e un sistema di valori non negoziabile» osserva Betty Sala, counselor sistemico relazionale. «Utile in qualsiasi circostanza, non porta a evitare i conflitti, al contrario: aiuta ad affrontarli restando fedeli ai propri principi e, al tempo stesso, disposti ad ascoltare gli altri. In altre parole, è un atto di padronanza di sé, che consente di difendere le nostre idee senza calpestare chi ci circonda».
La gentilezza è tutto fuorché fragilità
Molti confondono la gentilezza con la cortesia o, peggio, con la debolezza. «Essere gentili non significa dire sempre di sì per insicurezza, o per scansare il confronto e i conflitti» spiega Sala. «Alla base di questo atteggiamento di passività e rinuncia, chiamato “fawning”, c’è la paura di non essere amati e accettati, in genere a causa di esperienze traumatiche o vessazioni subite. La gentilezza, invece, non consiste nell’annullarsi ma nel rispettare le ragioni altrui e nel replicare con lucidità, senza sopraffare. È un modo di gestire il dialogo che spiazza, perché ribalta la logica dello scontro a tutti i costi che va tanto di moda, ad esempio nei dibattiti in tv, dove siamo abituati a voci che si sovrappongono per imporre la propria tesi. La gentilezza sorprende, perché consiste nel riconoscere l’altro senza perdere la propria posizione. Non è arrendevolezza: è forza consapevole».
Una fatica che alla lunga paga
Essere gentili è più faticoso che alzare la voce. «Nei contesti competitivi e conflittuali – e possono essere così molti ambienti di lavoro, non solo l’arena politica – lo stile dominante implica una certa prepotenza: se scegli di mantenere calma e misura, all’inizio rischi di sembrare fragile e privo di argomenti» afferma la counselor. Ma se in prima battuta pare una strategia perdente, la gentilezza aiuta poi a raggiungere i propri obiettivi. «È un’attitudine che aiuta a esprimere le proprie idee con chiarezza ed equilibrio, lasciando un segno più profondo di qualsiasi intervento urlato». Ed è super vincente quando si occupa una posizione importante come faceva la Ardern. «Le ricerche lo confermano: i capi troppo duri e bruschi finiscono per logorare l’ambiente e non spingono le persone a dare il massimo. Al contrario, chi esercita un’autorità empatica – e quindi gratificante – ottiene risultati migliori e più duraturi».
Dote innata o competenza da allenare?
Chi ha avuto la fortuna di crescere in una famiglia dove l’ascolto e la cura reciproca erano la regola, parte avvantaggiato rispetto a chi è stato abituato a farsi spazio a colpi di gomitate. «Non è semplice, ma si può sempre sviluppare un atteggiamento più gentile» suggerisce Betty Sala. «Ci vogliono impegno, consapevolezza. E aiuta ricordare quanto sia vantaggioso, oltre che piacevole per chi ci sta vicino. Nel libro Della gentilezza e del coraggio, Gianrico Carofiglio descrive la gentilezza come una sorta di arte marziale. Racconta la storia di un uomo che osserva la neve cadere nel suo giardino: i rami della quercia, rigidi, finiscono per rompersi, mentre quelli del salice, più flessibili – e quindi in qualche modo gentili – assecondano la forza di gravità e lasciano scivolare via i fiocchi accumulati, restando integri».
La gentilezza verso se stessi è la base
Ma per diventare autenticamente gentili, c’è un passaggio che non si può saltare: bisogna prima di tutto imparare a esserlo con se stessi. «Questo significa riconoscere i propri limiti e tutelare il proprio benessere fisico e mentale, come ha fatto Jacinda Ardern lasciando l’incarico da primo ministro con prontezza e senso della responsabilità» spiega la counselor. «E attenzione: occuparsi di sé non è egoismo. È, anzi, il presupposto per relazioni equilibrate e sincere, in famiglia come sul lavoro. Solo chi si rispetta, alla fine, sa rispettare davvero gli altri».