La scena è familiare a chiunque lavori in un ufficio. In riunione, il capo lancia un’idea. Che avrebbe potuto tranquillamente venire in mente a un bambino di quarta elementare – assonnato, per giunta. Qualcuno fa partire un colpo di tosse nell’imbarazzo generale. Poi una voce sorprendentemente accesa dall’entusiasmo rompe il silenzio: «Geniale!». In ogni ambiente professionale esiste almeno una persona specializzata nel riconoscere la brillantezza manageriale dove altri vedono il vuoto cosmico. È quella che ride alle battute dei superiori con un tempismo perfetto, che annuisce mentre loro parlano come se stesse ascoltando un TED Talk rivoluzionario e che riesce a trovare “spunti interessantissimi” anche nella mail più noiosa dell’anno. Potrebbe trattarsi di un campione di spirito aziendale. I colleghi, però, lo chiamano in un altro modo, ben più colorito (che inizia per L e finisce per O). Sui social, invece, per definire gli individui fin troppo inclini all’adulazione ultimamente si usa una definizione quasi chic: people pleaser.
Il people pleaser sacrifica il proprio punto di vista
Ma andiamo con ordine: in quali casi una persona è semplicemente gentile e diplomatica e quando, invece, scivola nel people pleasing? «Il confine sta nell’intenzione e nella libertà con cui ci si muove all’interno dell’ambiente di lavoro» spiega la dottoressa Eleonora Sellitto, psicoterapeuta e sessuologa a Roma. «La diplomazia è uno strumento relazionale molto sano: consente di comunicare con rispetto senza sacrificare il proprio punto di vista. L’adulazione, invece, comporta una rinuncia più o meno consapevole all’autenticità, con l’obiettivo di ottenere approvazione o qualche vantaggio». Il segnale che indica che si è superata la linea è sottile ma riconoscibile: quando il comportamento non nasce più da una scelta libera, ma da una sorta di obbligo implicito, e dire davvero ciò che si pensa diventa difficile, se non impossibile.
People pleaser: quando compiacere è inevitabile
Per qualcuno è una strategia per ottenere vantaggi e visibilità. In altri casi, però, rappresenta soprattutto una forma di protezione. «Non sempre compiacere il capo è una scelta lucida e calcolata: molte persone finiscono per farlo anche quando preferirebbero evitarlo – non riescono proprio a farne a meno» osserva la dottoressa Sellitto. «Alla base di questo atteggiamento c’è sempre una certa insicurezza. Chi non dispone di una buona autostima sente un forte bisogno di ottenere l’approvazione altrui e tende a evitare i conflitti». Il timore del people pleaser è che, presentandosi in maniera più spontanea, esprimendo le proprie opinioni e dicendo qualche no, perderebbe il rispetto e la considerazione che crede di non meritare fino in fondo, verrebbe escluso dal gruppo e si esporrebbe a critiche e tensioni. «Anche l’esperienza conta: chi è cresciuto in ambienti in cui contraddire le figure autorevoli era mal visto o addirittura pericoloso, può aver imparato, fin dall’infanzia, che adattarsi e fingersi sempre d’accordo è la scelta più comoda e sicura».
Tra frustrazione, paura e insicurezza
Mantenere a lungo questa versione accomodante di sé richiede un lavoro continuo. «C’è sempre un aspetto da tenere sotto controllo: il tono, la reazione, il momento in cui annuire o intervenire» suggerisce Sellitto. «Alla lunga può nascere una sensazione di disallineamento tra ciò che si pensa davvero e ciò che si mostra agli altri. E quando questa distanza si allarga troppo, non è raro che compaiano frustrazione e un vago risentimento, dovuto alla percezione di non essere apprezzati per ciò che si è veramente». A questo si aggiunge un altro effetto collaterale piuttosto comune: la paura di sbagliare mossa. «Se il proprio equilibrio dipende dall’approvazione altrui, ogni riunione, ogni mail e ogni commento del capo può trasformarsi in un test da superare. Il paradosso è che si diventa people pleaser con l’obiettivo di rendere la vita lavorativa più semplice e sicura ma spesso, con il tempo, ci si sente in trappola, in ansia e costantemente sotto esame».
Le relazioni si sbilanciano, il lavoro ne risente
Nei contesti lavorativi sani e funzionali, i people pleaser non vanno tanto lontani. «Inizialmente l’adulazione può essere gratificante, ma nel tempo impoverisce le relazioni e anche la qualità dei progetti e delle scelte professionali» afferma la dottoressa Sellitto. «Un buon leader, competente e con un solido equilibrio emotivo, tenderà sempre a fidarsi di più dei collaboratori autentici e sinceri, non di chi dice sempre ciò che pensa sia “giusto” dire». Ovviamente cambia tutto se anche il capo è insicuro, con tendenze narcisiste. L’incontro con un people pleaser può allora creare un’alleanza apparentemente perfetta: uno cerca conferme continue, l’altro è pronto a offrirle. Il capo si sente valorizzato, il collaboratore al sicuro. Il problema è che così il confronto sparisce. Se nessuno mette mai in discussione le idee, le decisioni finiscono per indebolirsi e la creatività si spegne. Alla lunga non cresce nessuno: il capo si abitua a un consenso facile, il collaboratore resta confinato nel ruolo di gregario. E il lavoro, semplicemente, smette di evolversi.
Quel senso di ingiustizia che dilaga in ufficio
Chi pratica l’adulazione con una certa costanza difficilmente conquista le simpatie del gruppo. «È comprensibile» osserva la dottoressa Sellitto. «Quando qualcuno sembra ottenere attenzione o vantaggi non per competenza ma per compiacenza, il senso di equità all’interno del team vacilla, e da lì è facile che emergano sentimenti di ingiustizia e diffidenza». Il problema non riguarda solo chi lusinga e chi ne beneficia. L’adulazione finisce spesso per alterare l’intero clima relazionale: gli scambi diventano meno spontanei, le conversazioni più prudenti, e nel gruppo possono formarsi piccole alleanze o tensioni sotterranee difficili da decifrare. «In fondo, ciò che irrita non è soltanto il comportamento in sé, ma quello che rappresenta: il dubbio che le regole non siano più le stesse per tutti e che trasparenza e merito abbiano smesso di contare».
Come uscire dalla trappola del people pleasing
Naturalmente non tutti i complimenti al capo sono sospetti. La diplomazia resta uno strumento prezioso. «La differenza sta nella misura» osserva Sellitto. «Un riconoscimento sincero è concreto e nasce da qualcosa che si è davvero notato – per esempio, sottolinea che una riunione è stata chiara ed efficace». Nei rapporti di lavoro equilibrati, del resto, apprezzamenti e divergenze convivono senza problemi. Se esistono solo i primi, è probabile che non siano del tutto spontanei. Per chi si accorge di esagerare con approvazioni e sorrisi, il cambiamento parte dalla consapevolezza. «Spesso il people pleaser dice “sì” automaticamente, prima ancora di aver realizzato se è d’accordo col capo o meno. Riconoscerlo è già un passo importante». Da lì si può iniziare a inserire piccole variazioni: un dubbio, una precisazione, un punto di vista personale aggiunto con calma e coraggio. Non per creare attrito, ma per recuperare presenza e autenticità. «Paradossalmente, quando questo accade, il rispetto degli altri tende a crescere. Ed è proprio questa scoperta che può aiutare a uscire dal circuito del compiacere a ogni costo».