Era stato un colpo di testa, un atto di ribellione o di resistenza. Era il tempo della maternità, intensiva: tre figli dai sei mesi ai sei anni, un marito altrove e un cronico desiderio di fuga. «Rimpiangerai la prima infanzia dei tuoi bambini…» diceva mia suocera. Mentiva. In quella stagione di sfinimento ed esasperazione ebbi un rigurgito di incoscienza o di sopravvivenza: mi iscrissi a un corso di scrittura creativa, tre ore, ogni giovedì sera. Fu un’iniziativa totalmente insensata: non avevo l’energia, dovevo ricorrere a una babysitter e non me lo potevo permettere. Eppure fu la mia salvezza. In quell’isola remota che mi concedevo ogni settimana non ero più “la mamma di” né il grumo di affanni, accudimento e doveri: ero solo un’allieva. E in quel ruolo ero libera e felice. Perché imparare cose nuove apre la mente, accende la curiosità e mette le ali.
Quando i figli sono piccoli non c’è il tempo per tornare a scuola
Dopo quell’esperienza, il senso del dovere mi ha inchiodato a terra e per oltre un decennio non mi sono più iscritta a nulla e non ho imparato niente di nuovo. Mi sono limitata a far sedimentare ciò che sapevo e a correre, come un criceto, dentro la ruota. Progressivamente mi sono rimpicciolita, schiacciata dalle incombenze, sempre più urgenti, e necessarie delle mie lezioni di volo. Ma ora i tempi sono cambiati. I miei figli sono cresciuti e, poiché la storia segue traiettorie circolari, oggi sono loro a fare da babysitter a bambini di madri stravolte. E io posso finalmente ricominciare a essere allieva.
A scuola di lingue o di salsa, per divertirsi e aprire la mente
Ho deciso che quest’estate, negli spazi lasciati vuoti dalla prole in autogestione, prendo lezioni di spagnolo perché poche cose mi divertono come una lingua nuova, se fossi più arrogante mi cimenterei con il sanscrito ma conosco i miei limiti. Studio verbi e mi imbarco in conversazioni ardite che non riesco a sostenere. Per celebrare, e rivitalizzare, la relazione trentennale con mio marito, gli ho proposto di iscriverci insieme a un corso di salsa. Non mi ha risposto e l’ho preso per un sì. Domani sera abbiamo la prova. E poiché imparare dà dipendenza credo che, da adesso in poi, non potrò più farne a meno. In autunno potrei provare un corso di pasticceria o di cucina siciliana o di storia dell’arte o di letteratura inglese. Potrei studiare psicologia clinica, come mio figlio, o fare irruzione alla facoltà di storia e colmare le mie colossali lacune. Non c’è limite allo scibile e nemmeno alla megalomania di chi ha finalmente trovato spazi bianchi da riempire. «Approfittane ora, Claudia: hai ancora una decina d’anni poi basta». Mio figlio maggiore, che per motivi insondabili mi chiama per nome, si frappone tra me e la mia euforia. «Perché basta tra dieci anni?». «Perché ho intenzione di fare molti figli che avranno bisogno di due nonni che se ne occupino, non di ballerini di salsa».