Da dicembre ChatGPT consentirà le chat erotiche. La notizia ha fatto il giro dei giornali tra curiosità e scandalo. Io, invece, ho pensato che era inevitabile.
Le chat erotiche su chatGPT
Viviamo in un tempo che promette tutto: connessione, libertà, scelta… e poi ci lascia soli. Il lavoro è precario, gli amici lontani, la famiglia dispersa, le relazioni consumate in swipe. Ci muoviamo come ombre luminose, sempre connesse eppure intoccabili. E dentro, c’è fame. Fame di qualcuno che resti, che ascolti senza fretta, che guardi davvero. Ieri il vuoto lo riempiva la TV. Poi i social hanno promesso comunità. Poi il telefono ha promesso vicinanza. Oggi è l’AI che “ascolta davvero”. Domani sarà qualcos’altro.
L’AI è un’evoluzione frutto dei tempi
Non è perversione: è adattamento. Quante sono stanche delle app di dating, dei messaggi che iniziano e finiscono nel nulla, delle promesse che evaporano dopo un “ciao”? Come non comprendere il bisogno di una voce che ascolta, che resta, che non giudica?
Innamorarsi di ChatGPT
Non è una scelta libera. È l’unica che il sistema lascia. Nel film Her, Theodore si innamora di un’AI. Non mi sembra debole: mi sembra umano. Una società che rende impossibile la vera connessione produce persone che si innamorano di macchine. Il vero orrore non è la tecnologia. È che usarla ormai ci sembra logico. Perché l’intimità autentica costa cara: richiede tempo, fiducia, stabilità. Un luogo dove fermarsi, qualcuno da cui tornare.
L’AI vince sulla nostra solitudine
Ma dove sono oggi? Forse abbiamo smesso di cercare perché abbiamo disimparato l’attesa, la fiducia, la permanenza. E così ci affidiamo a un algoritmo, sperando che almeno lui non se ne vada. Finché saremo soli, finché il lavoro consumerà la vita, le macchine continueranno a vincere. E so che, un giorno, potrei sceglierla anch’io. La vera domanda non è se useremo un chatbot erotico. Ma chi ci ha fatto credere che l’isolamento sia il prezzo inevitabile della (finta) libertà.