Il patriarcato non ha necessariamente la faccia del maschio che ordina alla moglie di stare in cucina. Sarebbe molto più semplice da individuare, se fosse così. A volte purtroppo ha la faccia di una madre che, mentre chiede al figlio di apparecchiare, sistema lei i piatti perché «così facciamo prima». O di una bambina a cui si dice di stare composta, mentre al fratello lasciamo correre: può sporcarsi e fare rumore ad libitum – si sa, è maschio.

È nelle piccole cose quotidiane che il modello si trasmette: spesso proprio nelle case in cui nessuno si definirebbe patriarcale. «Ciò che facciamo oggi è il frutto di modelli interiorizzati, consolidati dall’educazione, dagli stereotipi, dalle rappresentazioni», spiega la psicologa clinica Ilaria Albano. Sono modelli «talmente radicati in noi da essere ancora presenti nella vita psichica di tutti, anche delle donne che si considerano più attente». E così, quasi senza accorgercene, «alimentiamo un sistema che stiamo subendo tutti, donne e uomini».

Patriarcato è chi il patriarcato fa

Il punto, allora, non è stabilire chi sia il colpevole. È osservare che cosa stiamo insegnando ai nostri figli mentre prepariamo la cena, organizziamo una vacanza, consoliamo un pianto o decidiamo chi si occuperà di cosa. Perché i bambini imparano dal tuo modo di agire, non dai tuoi predicozzi lastricati di buone intenzioni. Puoi anche spiegare loro che uomini e donne sono uguali ma se poi vedono la mamma che sa sempre dove sono i calzini, quando c’è la visita dal pediatra, cosa manca nel frigorifero mentre il papà aspetta istruzioni, il messaggio arriva forte e chiaro. La mamma fa. Il papà aiuta. Che è un modo molto elegante per dire che una persona è responsabile e l’altra un semplice collaboratore.

La maternità come sacrificio

«Un bambino maschio può prendersi cura di un fratello più piccolo, riconoscere le proprie emozioni e imparare a chiedere aiuto», dice Albano. «Una bambina può non essere sempre gentile e accomodante», sottolinea. Banale? Fermati un secondo a pensare: sei sicura? Perché continuiamo a costruire, spesso senza volerlo, due alfabeti emotivi differenti. Alle bambine insegniamo presto a leggere i bisogni degli altri: «Stai attenta», «Sii gentile», «Guarda che tuo fratello ha bisogno di te».

Ai bambini, più facilmente, concediamo il lusso di non accorgersi di molte cose. Prendete un tema caldo, la maternità: anche qui tra noi l’atteggiamento patriarcale a volte si svela: «Su chi è madre dovremmo rimodulare le nostre aspettative: crediamo che la maternità debba essere una forma di autosacrificio permanente, giudicando aspramente chi non dimostra questa visione. Al contrario, l’esposizione a modelli che si discostano dallo standard può essere una buona occasione di normalizzazione: usiamo questo confronto non tanto per dividerci in buone o cattive, quanto per alimentare una nuova narrazione, più reale e complessa, della maternità», ammonisce la psicologa. Eppure a volte ci sovrasta quella voglia di giudizio, quell’indice puntato. Anche questo è patriarcato.

La donna manager della famiglia: una forma di patriarcato?

Il patriarcato domestico contemporaneo ha un aspetto curioso: la donna può lavorare, guadagnare, avere una carriera e una vita autonoma, e contemporaneamente essere l’amministratrice delegata della famiglia. È quella che sa, ricorda tutto, anticipa tutto. E soprattutto si accorge di tutto. «Abbiamo creato la donna multitasking, credendo che fosse questa l’emancipazione», dice Albano: «Invece, abbiamo solo creato donne con un enorme carico mentale». Il problema è che questa organizzazione familiare non è neutra neppure per i figli. Perché bambini e bambine crescono dentro una rappresentazione precisa dei ruoli: e il rischio è che quella divisione venga portata fuori casa.

Le parole sono importanti

Per questo Albano mette in discussione anche la parola più celebrata degli ultimi anni: delegare. «Spesso una donna è diventata efficiente perché per anni non ha avuto scelta», osserva. Dunque sì, «abbiamo bisogno di donne che mollino ciò che credono di saper fare meglio», ma è altrettanto necessario che «ci siano uomini che si assumano realmente la responsabilità di esserci in maniera proattiva», sottolinea. E questo vale anche per i figli. Se chiediamo a un bambino di aiutare la mamma, gli stiamo insegnando che la casa è della mamma e che lui, gentilmente, può darle una mano. Mase gli chiediamo di occuparsi della casa perché è anche casa sua, gli stiamo insegnando qualcosa di completamente diverso.

Il patriarcato veste il grembiule

C’è poi un’altra trappola: pensare che educare all’uguaglianza significhi semplicemente far fare ai maschi le stesse cose che fanno le femmine. Non basta mettere un grembiule addosso al bambino. Bisogna spiegargli che cucinare, lavare, apparecchiare, accudire sono semplici competenze umane. E occorre insegnare alle bambine che non devono essere naturalmente predisposte alla cura. «Cura non vuol dire “risolvere”, ma piuttosto “accogliere”», spiega Albano. «Possiamo prenderci cura dei nostri cari, ma senza sostituirci a loro, senza farci carico di tutto il loro disagio, risolvendolo al posto loro e annullando la nostra persona». È una distinzione fondamentale anche nell’educazione.

La dittatura della bambina perbene

Poi ci sono i corpi. Anche qui il patriarcato entra in casa con una discrezione subdola. «Lo respiriamo fin dall’infanzia», dice Albano: «Ancora oggi diciamo alle bambine di sedersi composte, le invitiamo ad essere curate e sempre belle». È un addestramento alla misura. Devi essere bella, ma non ossessionata, sensuale, ma non volgare, ambiziosa, ma non aggressiva, gentile, ma non debole. «Dobbiamo essere tutto, ma senza essere “troppo”», sintetizza Albano. E così la bambina cresce imparando una cosa molto complicata: prima ancora di chiedersi che cosa desidera, deve preoccuparsi di come verrà percepita. Il bambino, invece, rischia di imparare che il suo compito è essere forte, autonomo, poco bisognoso. Due prigioni diverse.

Svicola dal patriarcato, impara a fare di meno

Forse per cambiare davvero il modello non dobbiamo insegnare alle donne a fare ancora di più. Dobbiamo insegnare loro a fare meno, a non essere indispensabili. «Essere quella che organizza tutto e risolve tutto può dare una gratificazione immediata: ti senti competente, necessaria, importante», dice Albano: «Ma quanto ci costano questi riconoscimenti?» È una domanda che riguarda direttamente le figlie che stiamo crescendo. Perché se una bambina vede una madre che si occupa di tutto, potrebbe imparare che quello è il prezzo dell’amore. Se vede una madre che sa anche dire «non lo faccio io», «non è una mia responsabilità», potrebbe imparare qualcosa di meglio: che prendersi cura degli altri non significa scomparire dentro i loro bisogni. La rivoluzione, insomma, potrebbe essere molto meno spettacolare di quanto immaginiamo.

Il diritto di non essere perfette

«Dobbiamo capire nel profondo che il nostro valore non dipende dalla nostra efficienza», dice Albano. E forse è proprio questa la lezione che dovremmo consegnare alle bambine prima che sia il mondo a insegnare loro il contrario. La vera emancipazione, dice Albano, potrebbe essere «diventare una donna che può finalmente permettersi di non farlo». Nel suo progetto Instagram @psicologascortese, Albano parla del diritto delle donne a «fare schifo». Che, applicato all’educazione, potrebbe diventare un magnifico programma pedagogico. Perché il patriarcato non si sradica solo quando una donna conquista un posto al tavolo. Comincia a perdere terreno quando una bambina smette di pensare che, per meritarselo, debba prima apparecchiarlo.