Lo sguardo disperato di una preda in allerta, nascosta nella boscaglia, la protagonista di Se solo potessi ti prenderei a calci, Linda, giunge alla conclusione di non essere «il genere di persona che avrebbe dovuto diventare madre». Ha una figlia malata, che va assistita 24 ore su 24, un marito che non c’è mai, un lavoro impegnativo, un buco nel soffitto della camera da letto che la costringe a trasferirsi in un brutto hotel. Interpretata da Rose Byrne – che per questo film si è aggiudicata un Golden Globe e una nomination agli Oscar – beve e fuma nel tentativo, inutile, di affrancarsi dal dolore, mentre sprofonda in un pantano di frustrazione e spossatezza, deliri e sensi di colpa. È una visione disturbante ma preziosa, che porta a chiedersi: io, al posto suo, reagirei davvero diversamente o finirei per cedere alla stessa disperazione? E ancora: non capita forse a tutte di pentirsi di essere madre, ogni tanto?

se solo potessi ti prenderei a calci
Rose Byrne nel film Se solo potessi ti prenderei a calci – Foto Logan White

Pentirsi di essere madre: si pensa ma non si dice

Linda vive una situazione estrema, schiacciata da una quotidianità che non le dà tregua, ed è sola, solissima. Ma anche nelle vite più regolari può affacciarsi, ogni tanto, la domanda spiazzante: ma chi me l’ha fatto fare? «Quello dei genitori è un compito enorme e impegnativo: è del tutto normale provare a tratti qualche rimpianto e avvertire una certa nostalgia per la vita di prima, quando si aveva più libertà» suggerisce la dottoressa Maria Gabriella Scuderi, psicologa e psicoterapeuta sistemico relazionale a Messina. «Di sicuro non è un pensiero che definisce il nostro valore come mamme ed esseri umani, né una verità definitiva. È spesso solo il riflesso di una fatica intensa, di un periodo denso di difficoltà. E può succedere in ogni fase della maternità. Spesso quando i bambini sono molto piccoli».

Quando, vinta dallo stress, ricordi la vita di “prima”

Diventare madre non è un cambiamento graduale: è un salto improvviso. «Da un momento all’altro ti ritrovi responsabile di una persona che ami e che dipende completamente da te, giorno e notte» spiega Scuderi. «La capacità di adattamento viene messa a dura prova e la stanchezza fa perdere lucidità. Anche chi credeva di essere prontissima può sentirsi spiazzata». In questo terreno fragile, specie quando manca una rete di sostegno concreta ed emotiva, può insinuarsi la depressione post partum. «È una condizione che nasce proprio dalla frattura tra la vita di prima – magari ricca di soddisfazioni e progetti personali – e quella nuova, che richiede un monumentale dispendio di energie, anche perché accudire comporta cedere al bambino parte della propria forza e della propria identità. Capita, allora, di non riconoscersi più e di pensare al passato con nostalgia: una sensazione che può affiorare anche quando non si soffre di una vera depressione post partum, che richiederebbe, ovviamente, la massima attenzione e un supporto tempestivo».

Pentirsi di essere madre: lo snodo dell’adolescenza

Momenti di smarrimento possono affacciarsi anche più avanti. Durante l’adolescenza, per esempio. «Se nei primi anni la responsabilità dei genitori è soprattutto pratica – nutrire, accudire, occuparsi delle esigenze quotidiane – col tempo cambia natura e si centra sulle scelte, i valori, la dimensione morale ed etica» afferma la dottoressa Scuderi. «I ragazzi iniziano a muoversi fuori dal perimetro della famiglia e mamme e papà devono affrontare nuove preoccupazioni. Quando i figli sono piccoli, la loro tenerezza sembra compensare almeno in parte la fatica. Invece con gli adolescenti – che in genere non sono campioni di gratitudine – molti genitori finiscono per avere l’impressione di non ricevere nulla in cambio dell’affetto e dell’impegno costante che richiede crescerli». Ed è la frustrazione a riportare alla mente quella domanda scomoda: ma chi me l’ha fatto fare? Tanto comune, quanto difficile da confessare.

Rose Byrne nel film Se solo potessi ti prenderei a calci – Foto Logan White

Alle donne – e non agli uomini – viene richiesta dedizione totale

A differenza di altri rimpianti – ad esempio legati alle scelte professionali – quello che riguarda la maternità viene quasi sempre tenuto segreto. Quando affiora, molte donne provano subito vergogna e senso di colpa, come se quel pensiero le rendesse automaticamente cattive madri. «Esiste ancora un forte tabù attorno alle mamme che si sentono a disagio nella gestione dei figli, anche solo nei momenti di grande stress» osserva la dottoressa Scuderi. «In questa società patriarcale, sulla genitorialità pesano aspettative molto rigide, alimentate da un immaginario che continua a pretendere dalle donne – e non dagli uomini – dedizione totale. Se un padre dice di essere sopraffatto, tende a essere giustificato, mentre quando lo fa una madre, in genere, il giudizio è molto meno indulgente». Da una donna ci si aspetta accoglienza e disponibilità costante, come se non fosse concepibile che possa sentirsi intrappolata o provare sentimenti ambivalenti. Questa pressione silenziosa rende ancora più difficile riconoscere la propria fatica e chiedere aiuto proprio quando servirebbe di più.

Pentirsi di essere madre: parlarne attenua i sensi di colpa

I dubbi sulle proprie capacità come genitore, in genere, nascono dalla solitudine e dalla mancanza di un sostegno concreto, più che da un reale rifiuto del proprio ruolo. Quando tutto il carico ricade sulle loro spalle, anche le madri più motivate possono arrivare a sentirsi sopraffatte. «Il primo passo, quindi, sarebbe alleggerire il carico, o almeno garantire un supporto adeguato a tutte le mamme. Anche a quelle che stringono i denti e non si lamentano mai» spiega la dottoressa Maria Gabriella Scuderi. «Il secondo step è farsi coraggio e parlarne apertamente, magari con le amiche: scoprire che certe emozioni esistono e sono condivise fa sentire meno sole e meno in colpa». Perché le mamme indistruttibili non esistono. Nemmeno nei film.