Ho cresciuto due figli puntando sull’importanza della condivisione. Ora che sono giovani adulti sensibili e consapevoli, la laurea in tasca, un piede fuori di casa, resto curiosamente l’unica che, oltre a lavorare, fa la spesa, insegue le scadenze, parla con l’assicuratore e il veterinario. Se provo a invocare più partecipazione, mi rispondono, con la sicumera dei veterani della psicoterapia, che ciò che faccio «è dovuto, in quanto madre». E se m’azzardo – visto che almeno mi si riconosce il ruolo di capofamiglia – a ripartire doveri e corvée a casa mia, mi rinfacciano che quel termine, «casa mia», li fa sentire ospiti, privi di cittadinanza. Accusata di “invalidare” il diritto dei figli alla cura, di “triggerarne” le fragilità (sono campioni olimpici di autodiagnosi), vivo il mio ruolo in bilico su una resa costante. Che invalida un po’ anche me.

Il disagio e la vulnerabilità della Gen Z

La Generazione Z, che comprende i nati tra la metà degli anni ’90 e i primi anni 2010, molto osservata e raccontata, cresciuta nel cratere di una rivoluzione digitale e di una crisi pandemica e climatica, tra le or-todossie della cultura woke e la “terza guerra mondiale a pezzi”, porta in primo piano un disagio reale, e con esso una grammatica della vulnerabilità che usa come lente per leggere se stessa e le proprie istanze. È una conquista, in termini di consapevolezza, ma produce effetti inattesi nel dialogo con genitori e adulti: quando un limite rischia di suonare come svalutazione, il conflitto rischia di sfuggire al confronto diretto o cala d’intensità.

Conflitto genitori e figli: cos’è cambiato

Lo scrittore Walter Siti prova a dare un nome all’impasse con il saggio La fuga immobile. Lo strano caso della Generazione Z (Silvio Berlusconi Editore), definendolo l’esito di un’epoca in cui la sensibilità soggettiva è diventata rendita identitaria: non è un’accusa ai ragazzi, ma il prodotto di una torsione culturale che li precede e li avvolge, e che loro abitano “nativamente”. Da qui il titolo: la fuga immobile è lo slittamento di un conflitto ineludibile, dal corpo a corpo col reale – la politica, le piazze, il costume – a territori più sicuri e regolamentati, come famiglia, scuola e università. È una rivoluzione “felpata”, che ha al centro le parole. Termini clinici come trauma e trigger si sono riversati nel linguaggio quotidiano col risultato, suggerisce Siti, che i 20enni di oggi sono più prudenti e morigerati dei coetanei di un tempo, ma più netti nel definire i contorni delle relazioni.

«Nella mia pratica non vedo ragazzi che si nascondono dietro un lessico connotato per evitare il conflitto» osserva Chiara Maiuri, psicologa clinica e psicoterapeuta che collabora nelle scuole con Progetto Itaca, fondazione impegnata nella prevenzione e l’ascolto sulla salute mentale. «Vedo adolescenti e giovani adulti che faticano a tacitare il proprio sentire e se ne fanno carico attraverso schemi interpretativi ormai largamente disponibili». Codici di rado padroneggiati dalla controparte adulta che, lost in translation, si percepisce incalzata, messa all’angolo.

Conflitto genitori e figli: chi ha ragione?

Hanno ragione loro? Come riconoscere il valore di questa nuova sensibilità senza trasformarla nel baricentro unico delle decisioni educative? «I figli hanno sempre ragione quando esprimono le proprie emozioni» risponde la psicologa. «Non significa che siano nel giusto nel merito delle decisioni. L’emozione è un dato, è importante che sia messa sul tavolo, poi entrano in gioco la negoziazione, le conseguenze. Specularmente, vedo anche adulti che temono di ferire, di essere giudicati “cattivi” e rinunciano a porre limiti. Ma limitare non vuol dire umiliare, senza una corretta cornice si perde una parte fondamentale del processo di separazione-individuazione. Sarebbe importante che anche gli adulti provassero a mettersi in gioco, ammettendo di sentirsi delusi, spiazzati, confusi, senza per questo rinunciare a tenere il punto».

Un’indagine del 2024 di EURES ci dice che per gli italiani tra 15 e i 35 anni la famiglia è in cima alla scala di ciò che conta, dopo la salute e davanti ad amici, tempo libero e denaro. Per Siti è l’apice della fuga immobile, al riparo dal rumore e dall’ansia del giudizio pubblico. Dalla sua prospettiva clinica e di divulgatrice, Maiuri la vede diversamente: «I ragazzi sanno ormai bene che ciò che accade in famiglia ha un impatto fortissimo sul proprio benessere. Se ne occupano, consapevoli che quel rapporto li farà stare meglio o peggio, spesso è per questo che evitano lo scontro».

Disagio della Generazione Z tra vita reale e vita virtuale

Alla Gen Z si rinfaccia una scarsa inclinazione alle responsabilità, a fronte di tante rivendicazioni. «Il problema vero» commenta Maiuri «è che non sono allenati a resistere a forme di frustrazione sostenibile: da un lato, le piattaforme creano bolle tra simili che sono importanti, ma attenuano la collisione col diverso; dall’altro, il confronto online s’amplifica senza mai trovare composizione, generando frustrazioni, queste sì, insostenibili».

Sostiene Walter Siti che se oggi la Gen Z non sembra sorprenderci non è perché le manchi slancio, ma perché noi l’abbiamo educata a evitare il rischio. È vero: ne L’Amore inevitabile che avvince e respinge genitori e figli – e dà il titolo a una recente raccolta di racconti (Mondadori) – ci siamo rivelati una controparte carica di aspettative, che ha trasformato la protezione in ammortizzatore e rimandato all’infinito, per quieto vivere, il limite negoziabile. In famiglia come a scuola, dove, spiega lo scrittore e insegnante Eraldo Affinati in Per amore del futuro (San Paolo), la posta in gioco è altissima: l’educazione è il ponte che permette ai giovani, attraverso il confronto in presenza, di fare un passo avanti, di emanciparsi dalle famiglie da cui provengono.

Un festival per la salute mentale dei ragazzi

È ciò che s’impegnano a fare anche i ragazzi di Paranoia Festival, realtà creata da una comunità di gio- vani milanesi: col sostegno dell’Ordine degli psicologi lombardi e di Progetto Itaca, usano la musica e l’arte come lingua franca per parlare di salute mentale. Giunti alla quarta edizione – tra concerti e confronti con professionisti, divulgatori e artisti – e pronti a disseminarsi in altre città, rivendicano il diritto della Gen Z di parlare con la propria voce. «In questi anni si sono assottigliati drasticamente i canali per comunicare» spiega Nicola Migone, 22 anni, co-fondatore. «Dopo il lockdown abbiamo percepito, fortissima, la sensazione di non essere compresi. Si parlava di noi, ma senza di noi. Le nostre emozioni, tanto spesso esplorate, sono un campanello d’allarme, ma se ci limitiamo a quelle, restiamo fermi; servono analisi, strumenti e dialogo, non ci piace lavorare su etichette e slogan, preferiamo costruire un laboratorio di relazioni e di civiltà che esplori con competenza l’urgenza emotiva. È una rivoluzione silenziosa, è vero. Non perché siamo timidi, ma perché, da nativi digitali, tendiamo, come sullo schermo, a scacciare ciò che ci fa paura: è un riflesso che ci rende “diversamente attrezzati”, ma non ci impedisce di affrontare il conflitto, di tenerlo in presenza, prendendoci il tempo per osservarlo, decidendo insieme come parlarne, creando ponti tra generazioni che ci aiutino ad affrontare il momento in cui l’onda d’urto arriva, per tutti».