Non sento le energie invisibili, non percepisco il corpo sottile, non conosco la cristalloterapia, non mi curo della Luna, non ho contezza dei miei chakra, non canto mantra, non dico Namasté al mio vicino di casa. Okay, pratico yoga con assiduità. Talvolta penso che, se non lo facessi, sarei una persona peggiore. E al peggio non c’è limite. Tuttavia ho i piedi per terra, sono onnivora e, quando mi viene mal di testa, ricorro alla chimica. Sto mettendo le mani avanti, mi rendo conto. Perché?
La condivisione contro la tristezza
Perché quella che sto per raccontare è una storia fricchettona, un viaggio che non mi somiglia e che si è rivelato tuttavia necessario. Perché, a volte, il conforto si nasconde in luoghi inaspettati, lontano dalla comfort zone. Da tempo ero triste e smarrita. Succede anche nelle migliori famiglie. Dove trovare consolazione? Non nei figli: a loro è vietato vedermi in frantumi. Non nel marito che è troppo razionale per cogliere l’irrazionalità di una deriva. Non in mia madre che voglio proteggere dalla mia vulnerabilità. Le amiche sono una magnifica risorsa ma ognuna di loro – schiacciata tra genitori anziani, compagni latitanti, figli riottosi e le montagne russe della menopausa – è impegnata nella propria battaglia e non voglio infierire sulle persone che amo.
Il retreat tra donne
Così ho rotto gli indugi e mi sono iscritta a un percorso olistico per sole donne, un territorio alieno. Così indicibile che l’ho fatto in segreto. Cinque ore carbonare. L’ho fatto di getto, senza nemmeno informarmi granché. Immaginavo un consesso di streghe intente a rimestare occhi di drago in un calderone. Immaginavo un sabba di riti blasfemi e orgiastici. Immaginavo il folle approdo della mia miseria. Ci siamo ritrovate in circolo per dirci chi eravamo, un po’ alcoliste anonime, un po’ sorelle, un po’ pesci dello stesso lago. Ci siamo riconosciute, ci siamo fidate l’una dell’altra. Abbiamo fatto yoga («Evviva, questo ce l’ho»), abbiamo cantato e suonato («Cosa ci faccio qui io che il ritmo non l’ho nemmeno mai capito?»), abbiamo intrecciato fili colorati per farne amuleti («È veramente rilassante questo lavoro manuale. Perché non l’ho mai fatto prima?»), abbiamo spento le luci e camminato al buio e poi ballato al ritmo di una musica sempre più forte, sempre più pazza («Oddio mi viene da piangere. Cosa faccio? Ok, mi lascio andare, tanto non mi vede nessuno»), ci siamo abbracciate in una prossimità lieve e intensa. Ci siamo abbandonate l’una all’altra nella muta consapevolezza che ognuna di noi dovesse curare una ferita.
La condivisione come vero elisir, senza magie
È stato bello, è stato utile. Non ha risolto i problemi ma ne ha smussato gli angoli. Ci ha regalato strumenti di resistenza, espedienti per restare intere, tecniche di liberazione silenziosa. Continuo a non sentire le energie invisibili e a non percepire il corpo sottile. Ma ho capito che non bisogna avere pregiudizi. Perché quello che ci salva è la condivisione. Di un sabba, di una danza, di fili di lana, di estemporanea e meravigliosa pazzia.