Ti guardi intorno e oggi vedi solo girelli e sedie a rotelle. A noi, che abbiamo 60 anni, ci sembra ieri quando spingevamo i passeggini dei nostri figli. Ora, invece, spingiamo tante carrozzine, su cui stanno accartocciati loro, i nostri genitori, questi highlander nati prima della guerra che mai avrebbero immaginato di finire i loro giorni con noi che camminiamo guardando un telefono, o che ci perdiamo in un campo perché non sappiamo più guardare una mappa.
Non è colpa nostra. Non potevamo sapere neanche noi cosa ci stava aspettando. Non immaginavamo che ci saremmo dovuti occupare così adulti dei nostri genitori, così vecchi.
60 enni e genitori highlander
Non immaginavamo che i nostri 50-60 anni sarebbero stati questi. I figli grandi ancora a casa, con noi. Noi, che nel frattempo siamo per la maggior parte separati, impoveriti, costretti a continuare a lavorare per un tempo ormai indeterminato, che si dilata sempre più. E poi ci sono loro, i nostri vecchi che, se sono ancora vivi, hanno tra gli 80 e i 90 anni.
Quelli che conosco io, però, non sono i volti candidi e argentati della pubblicità, in sella alle bici o col tappetino da yoga, protagonisti spensierati e sanamente egoisti di una Silver Age su cui si sono buttati a capofitto compagnie di assicurazioni, sanità privata, tour operator e guru della longevità. Quelli che conosco io sono i tanti anziani che vedo alla Asl, con le badanti. O negli ambulatori con i loro figli che, come me, si prendono permessi al lavoro per accompagnarli a medicazioni, consulti, esami, rinnovo di documenti. O, più semplicemente, a fare la spesa e in farmacia.
I tanti gironi in cui ci perdiamo a 60 anni
Quanti siamo? Tantissimi: dopo i 65 anni, 25 milioni. Quanti sono loro? Tantissimi: 4 milioni e mezzo gli ultra 80enni, e stanno aumentando. E, con loro, anche le tante variabili dell’invecchiamento e della disabilità: un universo sfaccettato, a cui il sistema sanitario non riesce a far fronte. Ma neanche noi ce la facciamo, genitori al quadrato: dei nostri figli e dei nostri genitori. Presi dal nostro lavoro e dalle nostre vite e, intanto, triturati nel frullatore delle incombenze dei grandi anziani, stretti in una semplificazione digitale che tutto è fuorché semplice, appesi ai call center regionali mentre cerchiamo posto negli ambulatori per i nostri vecchi, e intanto finiamo per essere presi in ostaggio dai geni del telemarketing.
Come fanno gli anziani senza figli vicini?
Vagando per questi gironi di incombenze che riguardano tutti noi, ogni volta mi chiedo come facciano quegli anziani che non hanno i figli vicino. O che con i figli hanno chiuso i rapporti (perché sì, la vita ci può riservare anche questo). O che figli non ne hanno. È un sollievo leggere di alcuni cohousing per anziani che stanno nascendo anche in Italia: una bella risposta per quelle persone che non hanno parenti disponibili (o disposti) ad aiutarli e che non vogliano chiudersi in un appartamento. Ma che abbiano anche una certa disponibilità economica.
Nelle circa 30 strutture presenti al momento in italia, 21 sono private, con un costo che va dai 2mila euro in su. Infermeria in comune, chef da condividere, servizi di lavanderia, intrattenimenti vari. Un po’ come un villaggio vacanze, ma per ricchi. Pare che all’estero ci siano anche piccole comuni di donne che per tempo si sono organizzate e ora, anziane, vivono insieme in casette indipendenti, condividendo cani e gatti e il lavoro di cura reciproco.
Invecchiare senza pesare sui figli
Ma le nostre madri non sono pronte per il cohousing. Ce le vedi a fare l’orto e intanto dividere l’infermiera? Ci vogliono generazioni (e patrimoni) perché questi cambiamenti sociali e culturali avvengano. Perché si mettano da parte i guadagni pensando a una “casa comune” del futuro. Perché si cominci a programmare da giovani di non pesare sui figli, da vecchi. Perché la mentalità comune superi la custodia gelosa delle 4 mura, guadagnate con fatica (e guai a chi entra).
Noi 60 enni peseremo meno sui nostri figli?
Ci penseremo noi, chini sui cellulari, a progettare la nostra vecchiaia in un cohousing. Noi che viviamo sempre più soli – tra divorziati e single per scelta – già un po’ abituati ad avere i figli lontani, o a non volerli proprio avere vicini. E sì, sarebbe un bel sollievo vivere insieme agli amici in allegria, dopo aver speso gli ultimi anni di (relativa) salute tra un lavoro che ci chiede sempre di più – e ci dà sempre di meno, le ansie per i figli che non sono mai del tutto indipendenti e il tempo libero risucchiato dalla burocrazia e da qualche impietoso call center.
Pensiamoci, noi 50-60enni, a come vorremo invecchiare. Pensiamoci adesso, tra una coda e l’altra alla Asl, a regalare ai nostri figli la leggerezza che non abbiamo noi. Noi che forse ci immaginavamo diversi: sicuramente alleggeriti della cura dei figli, ma non appesantiti da quella dei genitori.