C’è un momento — spesso silenzioso, quasi invisibile — in cui il corpo non c’è più, viene dimenticato, smette di essere casa e diventa più simile a un coinquilino ingombrante con cui si comunica solo lo stretto necessario. Non succede all’improvviso: semplicemente scivola in fondo alla lista delle priorità, sotto le email urgenti, le bollette, le chat di classe, e probabilmente anche sotto la pila di calzini spaiati. Prima il lavoro, poi i figli, le scadenze, la stanchezza. Alla fine resta lui, il corpo, in modalità standby. «Quando una persona è stressata, ansiosa o depressa, la cura del corpo diventa un “di più”», spiega Annamaria Iannuzzi, counselor sistemico-relazionale e teatro terapeuta. «Non perché non sia importante, ma perché l’energia mentale è già tutta impegnata a sopravvivere». E sopravvivere, oggi, è spesso una modalità permanente. Tralasciare il proprio corpo può sembrare innocuo, perfino razionale. In fondo, chi ha tempo di cucinare con calma o fare sport quando la giornata è una corsa continua?
La mortificazione invisibile del corpo dimenticato
Eppure, secondo Iannuzzi, dietro questa trascuratezza si nasconde qualcosa di più profondo. «La mortificazione del corpo è sempre pericolosa, perché il corpo è lo specchio della nostra vita interiore. Quando neghiamo il rispetto alla parte più esterna di noi, stiamo segnalando una sofferenza interna». Non serve arrivare a condizioni estreme: basta smettere di ascoltarsi. Mangiare senza attenzione, dormire male, rinunciare al movimento, evitare lo specchio. Piccoli gesti quotidiani che raccontano una storia più grande. La buona notizia? Il processo funziona anche al contrario: «Possiamo prenderci cura di ciò che è dentro partendo da ciò che è fuori», sostiene la counselor. «Inserire piccole “coccole” corporee nella routine quotidiana è spesso il primo passo per riattivare qualcosa di più profondo».
Non è pigrizia, è contesto
Molti attribuiscono la mancanza di cura a scarsa volontà. Ma la realtà è più complessa: ambiente, educazione, risorse economiche, tempo percepito, abitudini familiari e sociali pesano enormemente. Se nessuno ti ha insegnato a mangiare in modo equilibrato o a muoverti con piacere, costruire queste abitudini da adulto è come imparare una lingua senza averne mai sentito i suoni. Una fatica senza pari. «Non credo che la vita disordinata venga ritenuta “normale”», osserva Iannuzzi. «Piuttosto, veniamo da una cultura che non ha sempre dato importanza all’educazione alla cura di sé — non solo alimentare o sportiva, ma anche emotiva». Così il disordine non appare come una mancanza, ma come l’unico modo di vivere a noi noto.
Corpo dimenticato e battaglia dell’identità
Il rapporto con il corpo si complica drasticamente nell’adolescenza, quando cambia tutto: la forma fisica, lo sguardo degli altri, il senso di sé. Guardatele, le ragazze con la postura di un punto interrogativo, spalle curve e maglioni over-oversize nascondono seni prosperosi: bellissimi ma, per loro, imbarazzanti. «La scarsa accettazione è molto frequente tra i giovani», spiega Iannuzzi. «Ma fa parte del processo di costruzione dell’identità. Attraverso il conflitto con il proprio corpo, l’adolescente cerca di capire chi vuole essere». Il problema è che quel conflitto spesso non finisce con l’età adulta. I canoni culturali, il confronto sociale e l’insicurezza possono accompagnare una persona per tutta la vita. L’errore più comune è credere che l’accettazione significhi trasformazione. «Accettarsi non vuol dire cambiare per diventare “giusti”, ma prendersi cura di sé». Passaggio che non è mai definitivo.
Vestirsi non è superficialità
C’è chi considera l’attenzione all’aspetto un segno di vanità o superficialità. Iannuzzi ribalta la prospettiva. «Non è importante che abito si indossi, ma che nella scelta ci sia cura». La differenza non sta nello stile, nel costo o nella moda, ma nell’intenzione. Perché anche il modo di vestirsi è un linguaggio emotivo: un modo per dire “mi rispetto” oppure “non conto abbastanza”. Secondo la counselor «la differenza non è tra eleganza e sciatteria, ma tra presenza e abbandono». Anni fa un giornalista, parlando di una nota ministra, scrisse “lei non si veste, si copre”. La suddetta ministra, evidentemente touchée, rispose affidandosi a uno stylist. Eppure anche una felpa può essere un gesto di rispetto verso sé stessi. E il pigiama alle tre del pomeriggio può, al contrario, essere un SOS silenzioso. «Quando la trascuratezza diventa mancanza di cura può ostacolare una crescita personale sana». Alla fine, tutto ruota attorno a quella parola semplice e potentissima: cura.
Il cibo del corpo dimenticato: gratificazione e mancanza
Il rapporto con il cibo è uno degli specchi più evidenti del rapporto con sé. Il junk food, economico e immediatamente appagante, vince spesso sulla cucina lenta e nutriente. Non solo per pigrizia o fretta, ma per bisogno. «Il cibo è una fonte primaria di gratificazione» dice Iannuzzi. «Più cerchiamo gratificazione nel cibo, più probabilmente ci manca in altri ambiti». Durante il lockdown, quando il tempo improvvisamente si è dilatato, molte persone hanno riscoperto il piacere di cucinare. Nelle case si diffondeva il profumo di pane e dolci: non solo nutrimento, ma un gesto di cura collettiva. «Oggi, tornati alla velocità abituale, quella cura è spesso la prima cosa a sparire. E non è solo una questione di tempo: il cibo industriale costa meno, richiede zero preparazione e offre un piacere immediato». Una combinazione quasi imbattibile per un cervello stanco.
La cura come atto rivoluzionario
Il punto centrale è questo: trascurare il corpo non è solo una cattiva abitudine. È un linguaggio. Un segnale di qualcosa che fatica a trovare altre parole. Il messaggio che emerge dalle riflessioni della counselor è chiaro: dimenticare il proprio corpo non è semplicemente una cattiva abitudine. È un segnale. Una richiesta d’aiuto spesso muta. E la soluzione non è la disciplina punitiva o l’ennesima dieta impossibile. È la cura. «Gentile, sostenibile, progressiva. Piccoli gesti che non richiedono eroismo ma presenza: dormire meglio, muoversi un po’, scegliere un cibo che nutra davvero, dedicarsi qualche minuto senza sensi di colpa». Perché il corpo non chiede perfezione. Chiede di non essere dimenticato.