All’inizio cerchi di resistere. Tra tutti gli uomini che ci sono al mondo, ti chiedi, dovevo proprio finire con quello che sta a due scrivanie di distanza, cinque giorni su sette? Perché lo sai perfettamente: evitare le storie tra colleghi è una delle regole scolpite nella Tavola della Legge della sopravvivenza-base. Non serviva la vicenda virale della manager e del Ceo amanti, pizzicati a coccolarsi al concerto dei Coldplay (con conseguente crollo d’immagine, divorzio e dimissioni). Ficcarsi in una situazione del genere non si fa, non si fa e, ancora, non si fa. Le possibilità di scottarsi e pentirsene sono elevatissime. Eppure è più forte di te. Sarà la continua esposizione reciproca, sarà l’affiatamento professionale che ha preso una deriva “estrema”, sarà che sei alla ricerca di una svolta sentimentale e lui è sempre lì, a portata di mano. I motivi, come vedremo, possono essere diversi. Il dato di fatto è uno solo: hai una relazione con una persona che lavora con te. Ed è tutto fuorché un’esperienza originale.

Storie tra colleghi: l’effetto della vicinanza

Secondo un’indagine condotta da Ashley Madison insieme a YouGov, circa tre adulti su dieci rivelano di aver avuto (o di avere) una relazione con un collega. In Italia la percentuale è del 27%. Le donne sono un po’ più caute: il 24% dice che non prenderebbe mai in considerazione storie del genere, contro il 17% degli uomini. «Il lavoro è uno dei pochi contesti della vita adulta in cui si passa molto tempo insieme: dalle sei alle dieci ore al giorno, spesso per anni» osserva Eleonora Sellitto, psicoterapeuta e sessuologa a Roma. «Questa esposizione continua favorisce la confidenza e crea una vicinanza emotiva simile a quella che si sperimenta a scuola, coi compagni di classe. Condividere obiettivi, successi e frustrazioni porta a fare squadra: si affronta lo stesso stress e si sviluppa complicità. Da qui a uno scambio più profondo il passo è breve. Si pranza insieme, si parla, ci si racconta. In ambienti lavorativi che selezionano persone con interessi e valori simili, l’affinità trova terreno fertile. Non succede con tutti, ma quando accade la sensazione di sentirsi capiti e in sintonia può trasformare la collaborazione in attrazione».

Il desiderio nasce anche dalla competenza

Anche la stima professionale può funzionare da afrodisiaco. «Il desiderio si alimenta vedendo l’altro che, messo alla prova, affronta le difficoltà con decisione e reagisce sotto pressione con forza e competenza» spiega la dottoressa Sellitto. È una dinamica che si attiva in entrambe le direzioni. «Specie nelle fasi della vita in cui fuori dall’ufficio ci si sente stanche, assorbite dalle incombenze quotidiane ed emotivamente spente, il lavoro può diventare il contesto ideale per riscoprirsi seducenti e in gamba. Il collega si inserisce in quello spazio. E quando qualcuno che ti piace ti guarda proprio mentre, finalmente, riesci a percepire di nuovo il tuo valore, il confine tra ammirazione e interesse personale si fa ancora più sottile».

Il lato segreto delle storie tra colleghi

Non solo single: spesso – come il cliché insegna – le storie tra colleghi sono clandestine. «In genere, l’attrazione si inserisce in periodi in cui a casa ci sono problemi che rendono vulnerabili e insoddisfatti» spiega la dottoressa Sellitto. Inutile dire che (uno) bisognerebbe resistere e che (due) spesso non ci si riesce. «La relazione sul lavoro dà sollievo, divertimento e leggerezza, offrendo un riparo temporaneo dalla gestione della quotidianità e dalle responsabilità familiari. A rendere tutto più potente è la componente trasgressiva. Il desiderio cresce in un contesto che imporrebbe controllo e discrezione. Uno sguardo rubato, l’intesa che resta sotto traccia, il rischio di essere scoperti: non è solo la persona ad attrarre, ma la situazione stessa». Eppure non tutti questi rapporti si bruciano in fretta e si esauriscono in una manciata di incontri segreti. C’è anche chi fa l’upgrade: da amante a compagno di vita.

Quando ci si trasforma in una coppia

In base a una recente indagine condotta negli Stati Uniti e riportata da Forbes, una quota significativa delle storie nate tra una call e la macchinetta del caffè non resta un flirt: il 43 per cento evolve in una relazione ufficiale e stabile. «Ovviamente a quel punto l’ideale sarebbe smettere di lavorare insieme: condividere ufficio e vita privata può diventare pesante e rendere complesso distinguere il piano professionale da quello personale» suggerisce Eleonora Sellitto. «Possono nascere competizione, conflitti di interesse o tensioni legate alla carriera». A questo si aggiunge il carico dei giudizi esterni e dei pettegolezzi. «In particolare per le donne, purtroppo, il rischio è che competenze, promozioni e riconoscimenti vengano attribuiti al legame sentimentale più che al merito. Specie se uno dei due ha un ruolo gerarchicamente superiore, possono saltar fuori sospetti, tensioni nel team e ricadute sul rapporto».

Storie tra colleghi e amori non allineati

Può capitare in tutte le storie che il coinvolgimento non proceda in modo armonioso e parallelo: uno dei due si innamora, mentre l’altro è più cauto e, passato l’entusiasmo iniziale, inizia a defilarsi. È sempre brutto, ma quando si lavora insieme può diventare un disastro. «Chi è più preso tende a sviluppare una forma di dipendenza affettiva silente: cerca conferme continue e passa la giornata in attesa di segnali, mentre la scelta, all’inizio più che comprensibile, di tenere la relazione nascosta, si trasforma in un carico emotivo sempre più ingombrante» dice la dottoressa Sellitto. Sicurezza e serenità svaniscono. Chiudere senza trascinare oltre la storia ormai sfilacciata è l’unica opzione sensata. Anche se, ovviamente, fa male.

Il delicatissimo momento di dire “basta”

Quando una storia nata sul lavoro finisce, la difficoltà principale è la presenza continua dell’altro. Quello stesso tempo condiviso che aveva favorito l’intesa ora complica la possibilità di prendere le distanze. «Serve uno sforzo consapevole: contenere le reazioni impulsive, mantenere un atteggiamento professionale, accettare che per un po’ la situazione faccia male» spiega la psicoterapeuta. «Nei contesti in cui ci si deve incontrare per forza, aiutano confini chiari: bisogna limitare le interazioni allo stretto necessario ed evitare confidenze e ambiguità. Per chi sceglie di chiudere la responsabilità è alta: niente ritorsioni e niente segnali contraddittori che terrebbero l’altro in sospeso. Sul lavoro, più che altrove, la chiarezza è una forma di rispetto e di tutela reciproca».