La metà del tempo trascorso insieme: nell’episodio “Le regole del lasciarsi” di Sex and the City, Charlotte sosteneva con convinzione che, per dimenticare un ex amore, serve questa finestra di recupero. Da trascorrere – diceva sempre lei a una Carrie disperata, reduce dalla prima rottura con Mister Big – piangendo con le amiche e passando in rassegna tutte le cose di lui che non ti sono piaciute mai. Rapido calcolo, significa che per smettere di pensare a una persona con cui sei stata tre anni, te ne occorrono come minimo uno e mezzo. Ma c’è chi è più pessimista: secondo uno studio condotto all’Università dell’Illinois su 328 persone di entrambi i sessi, servono in media 4,2 anni per raggiungere un buon livello di distacco emotivo dopo una relazione durata almeno due e fino a otto anni perché l’attaccamento residuo si estingua del tutto. Tanto? Troppo?

Dimenticare un ex, tra mancanza e aspettative tradite

“E se ti lascia, lo sai che si fa? Trovi un altro più bello che problemi non ha”: lo suggeriva la saggia Raffaella Carrà. Che in realtà sapeva benissimo che «separarsi è un lutto e comporta una perdita da elaborare» spiega Gabriella Scuderi, psicologa e psicoterapeuta sistemico relazionale. «A volte, la rottura può essere persino più difficile da affrontare di un lutto vero e proprio, a cui a un certo punto ci si rassegna perché non dipende dalla nostra volontà, né in genere da quella di chi se n’è andato. In una separazione uno dei due sceglie di rompere e l’altro deve fare i conti con quella decisione. Anche se non c’è un’altra persona di mezzo, è un tradimento delle aspettative, che manda in crisi l’autostima. I tempi per elaborare tutto questo sono direttamente proporzionali agli anni passati insieme e alla qualità del rapporto. I legami più gratificanti lasciano un’impronta importante che, quando ci si divide, si trasforma in una ferita altrettanto profonda».

Le dinamiche malate che restano addosso

Tra le relazioni più difficili da dimenticare ci sono, però, anche quelle tossiche, che ci si appiccicano addosso come carta moschicida. «Parliamo dei classici legami basati sui ruoli cristallizzati – con lei che, spesso oltre a lavorare, provvede alla famiglia e lui che porta più soldi a casa e prende le decisioni che contano – e dei rapporti “a incastro” disfunzionale, dove uno è particolarmente debole e l’altro è molto più forte» prosegue la dottoressa Scuderi. «In entrambi i casi, si formano nette differenze di potere, che possono anche sfociare nella prevaricazione, e dinamiche di co-dipendenza. Lasciarsi alle spalle storie del genere è complicato per tutti e due i partner, che possono avere la sensazione che la vita, senza l’altro a offrire o a richiedere supporto, non abbia più senso. Per rimettersi in piedi servono diversi anni, e a volte un percorso di psicoterapia».

Dimenticare un ex: quanto conta come si rompe

Anche il modo in cui ci si separa fa la differenza. «Ci sono rotture che aiutano ad andare avanti e altre che fanno in modo che la ferita resti aperta» osserva Scuderi. «Come quelle via messaggio, un orrore diffuso, specie tra i giovanissimi. Chi viene lasciato sente di non meritarsi nemmeno una spiegazione. Comodo per chi se ne va, devastante per chi resta. Poi c’è la pausa di riflessione: il partner che la chiede spesso vuole prendere le distanze senza assumersi la responsabilità di rompere. Chi la subisce vive un doppio tradimento: prima si aggrappa alla speranza, poi capisce che si trattava solo di una strategia per prepararsi alla fuga. E deve elaborare la morte della relazione e anche il modo in cui è avvenuta». Alla fine, proprio gli ex che si comportano in modo terribile e meriterebbero la nostra indifferenza finiscono per essere “indimenticabili”. «È più facile chiudere con chi ci ha trattato con il rispetto che meritiamo, ha avuto il coraggio di affrontare il nostro dolore e la nostra rabbia, e ci ha spiegato chiaramente cos’è successo».

C’è un nuovo amore: dirlo o no?

Dopo un confronto onesto e generoso, il partner che decide di rompere deve allontanarsi per non alimentare illusioni. «Se c’è un’altra persona, va detto» suggerisce la dottoressa Scuderi. «Ovviamente fa male, ma solo con la sincerità si aiuta l’altro a capire esattamente la situazione: è il presupposto chiave perché chi viene lasciato inizi a farsene una ragione». Il problema nasce quando c’è ambiguità e si resta sospesi. «I peggiori sono gli ex che se ne vanno e poi tornano, anche per anni: ricompaiono quando hanno bisogno di conforto, cercano l’ex nei momenti di vuoto, lo declassano a piano B». Per lasciarsi “bene”, bisogna farlo sul serio e smettere di vedersi, sentirsi e scriversi.

Per dimenticare un ex, devi chiudere davvero

«Chi è genitore ed è costretto a frequentarsi deve trovare un modo civile di interagire per il bene dei figli» dice la psicologa. «Ma di diventare amici se ne parla solo quando entrambi gli ex hanno metabolizzato la separazione». Per tutti gli altri, il primo passo è creare distanza e stare alla larga dai luoghi dove c’è il rischio di incrociarsi. «Gli amici in comune non dovrebbero diventare un ulteriore problema. Qui entra in gioco la loro intelligenza: schierarsi o escludere uno dei due è un errore. Anche l’amicizia comporta responsabilità. Bisogna organizzarsi, alternare gli inviti a cene e serate, avvisare nel caso in cui entrambi gli ex siano previsti». E se non è possibile evitare i contatti, per esempio perché si lavora insieme? «Chi è stato lasciato deve pretendere rispetto, dire chiaramente cosa gli dà fastidio e mettere dei paletti: chiedere che l’eventuale nuova compagna (o compagno) dell’ex non venga in ufficio e stabilire orari diversi di entrata e uscita per non incontrarsi».

Quando il passato diventa una trappola

Non tutti dimenticano allo stesso modo. C’è chi resta a lungo agganciato al passato e chi riesce a voltare pagina più in fretta. «Ovviamente dimentica prima chi riesce a ricostruirsi una vita felice, anche incontrando un nuovo partner» suggerisce Scuderi. «Ma conta anche l’indole: le persone più romantiche tendono a ricordare soprattutto i momenti belli e a smussare quelli dolorosi, idealizzando ciò che è stato. E pesa molto la “base affettiva”: sentirsi amati e sostenuti fin dall’infanzia rende meno vulnerabili alle trappole emotive e rafforza la fiducia in sé, nella capacità di trovare un altro amore e di rimettersi in piedi». E non è ancora tutto. «Spesso, dietro la difficoltà a dimenticare una persona, c’è ciò che ha rappresentato: un periodo ormai trascorso, una versione di noi. Lasciarla andare significa accettare che si cresce, si cambia. In fondo la vita è fatta così. Chissà quali sorprese ci riserva».