Sembra che nell’ultimo decennio in Cina, in risposta ai crescenti tassi di infedeltà, si sia affermata una nuova “industria dell’amore” specializzata nel porre fine alle relazioni extraconiugali. Lo racconta la regista Elizabeth Lo in uno strepitoso documentario presentato nel 2024 alla Mostra del Cinema di Venezia. Mistress Dispeller è un’esplorazione empatica (e pragmatica) lungo i tre lati di un triangolo amoroso, sulle tracce dell’attività meticolosa e discreta della protagonista, la signora Wang Zhenxi, cacciatrice di amanti per professione, che incoraggia i fedifraghi a rientrare nei ranghi, senza clamore. In una cultura in cui l’infedeltà è vista come un vulnus della comunità, oltre che della coppia, da ricucire in silenzio perché non incrini il tessuto connettivo tra famiglia e società, l’opera di Mrs. Wang è rappresentata come un dispositivo di manutenzione dell’ordine sociale.
Anche l’Italia registra una discreta incidenza di infedeltà coniugale, stando a una ricerca della Federazione Italiana di Sessuologia Scientifica, per cui circa un terzo degli intervistati ammette di aver avuto o di avere relazioni extraconiugali. Qui però – per la precisione, a Roma, in occasione della Festa del Cinema – una sceneggiatrice apprezzata come Ludovica Rampoldi, al suo primo film da regista con Breve storia d’amore, immaginando di dare corpo a bisogni e pulsioni di una società più matura e sensibile, azzarda l’operazione opposta rispetto al tema dell’infedeltà. Con un racconto in bilico tra romance e thriller psicologico, attraversa quel campo emotivo minato per sondare ciò che le coppie non dicono; porta il segreto di un adulterio allo scoperto, sviscerandone gli aspetti indicibili, per farne conoscenza condivisa.
Il film “Breve storia d’amore”
La storia ruota attorno al ménage di due coppie insidiate, come tante, dal tradimento. A una giovane donna, in particolare: Lea, che non si rassegna all’idea di subirne gli sconquassi senza comprendere. Per quanto Rampoldi maneggi un archetipico detonatore di passioni e tragedie, dalla Medea di Euripide all’Otello di Shakespeare passando per Madame Bovary di Flaubert, Breve storia d’amore affronta l’infedeltà in modo inedito, alzando il livello dell’analisi dalle derive sociali alle spinte più intime.
«Ho cercato uno sguardo diverso, che non giudica, non condanna, non ha morali da impartire, ma che prova ad andare in profondità anche grazie all’ironia» conferma la regista. «Alle risposte semplici, ho preferito interrogarmi e interrogare lo spettatore: cos’è una coppia? Cosa la tiene insieme e la fa deflagrare? Cosa è lecito e cosa inaccettabile all’interno dell’unione tra due individui? Probabilmente tutti abbiamo tradito, siamo stati traditi, siamo stati l’altra donna, l’altro uomo. Qual è il modo giusto per abitare questi ruoli?».

Anatomia del tradimento oggi
Certo, non sono più i tempi in cui un’adultera è costretta a esibire un marchio cucito sul petto, come in La Lettera Scarlatta, o è indotta all’ostracismo e alla rovina come l’infelice Anna Karenina. Ma l’amore “fuori norma” continua a scompaginare cerchie, reputazioni, ruoli. Simbolicamente, la sociologia ci ricorda che ogni patto convive con qualche grado di segreto e che la fiducia serve a ridurre la complessità del vivere con l’altro, finché una breccia (il tradimento) la fa crollare, riconsegnandoci all’incertezza. Nelle coppie l’infedeltà è l’urto tra questi due piani: ecco perché Rampoldi ci invita a esplorare l’incandescente frizione di tensioni centrifughe e centripete nello spazio protetto di un film, un laboratorio vivente dove accantonare sensi di colpa, recriminazioni, fantasie di vendetta.
Case, stanze e segreti: il teatro del tradimento e della trasformazione
«Lo studio della psicanalista in cui il personaggio di Pilar Fogliati entra per conoscere la sua “rivale” – trovandoci invece una mentore – è un luogo fondamentale per il suo percorso. Mi stava a cuore il rapporto tra le due donne: nato sotto la più falsa delle premesse, si rivela non solo autentico, ma salvifico. L’analista è per natura la persona che accoglie e non giudica, offre a Lea la chiave per uscire dalla sua gabbia mentale. Come la stanza d’albergo in cui si consuma la storia clandestina, lo studio dell’analista è uno spazio chiuso, fuori dal tempo e dalla storia, in cui essere se stessi. Il piano inclinato degli eventi fa precipitare tutti i personaggi in una resa dei conti che avviene al caldo delle pareti domestiche. La casa è la rappresentazione del nostro io: lo pensiamo solido e al sicuro, protetto dalle mura che abbiamo costruito, e invece anche lì si infiltra la vita, con la sua potenza e il suo disordine».
Quando, come e perché del tradimento
«Quand’è che si tradisce davvero?» si chiede Lea. La “psicologa” Valeria Golino direbbe mai: «Chiamarlo tradimento è fuorviante, è un equivoco vittimista a cui bisognerebbe resistere». Per altri, al contrario, il punto di rottura non sta nell’atto in sé, ma nella soglia, descritta da In the Mood for Love di Wong Kar-wai, in cui l’intimità e le confidenze migrano altrove, prima ancora che nei letti. E perché tradiamo? A volte grava il peso della nostra storia, i traumi, il modo in cui da bambini impariamo a percepire sicurezza o allarme nel legame. Alcune infedeltà, più che una fuga, sono una rincorsa verso una versione possibile di sé, un tentativo di sentirsi vivi. C’è il tradimento che si consuma per distrazione, come in Unfaithful di Adrian Lyne; altre volte, suggerisce il film, a spingerci è un’urgenza di movimento che ci porta a scambiare un “vento apparente” per una nuova rotta.
L’età e il cambio di prospettiva
Percezioni e aspettative sono questioni volatili, che hanno molto a che fare col tempo, ne è sicura Rampoldi: «Ho scritto la prima bozza di questa storia quando avevo circa 25 anni e idee intransigenti sulla vita e le relazioni. Quando l’ho ritirata fuori, molti anni dopo, ho pensato che le domande che poneva erano ancora attuali. Erano le risposte che avevo dato allora a sembrarmi inautentiche. La vita trascorsa nel mezzo – con le delusioni, i fallimenti, le perdite – mi aveva fatto cambiare prospettiva. Non avevo più risposte assertive, i confini tra giusto e sbagliato si erano sfilacciati. È quella zona grigia che ho deciso di esplorare. Ho scelto di ritrarre due generazioni diverse proprio per mettere in scena quel cambio di sguardo che solo il tempo può dare. Da una parte, il personaggio di Pilar Fogliati, che, come la me 25enne, è fissata con l’amore romantico e assoluto, giustiziera con l’orrore del compromesso. Dall’altra, quello di Valeria Golino, più simile alla me di adesso: disincantata, priva di giudizio sull’altro, consapevole che diventare adulti significa soprattutto sporcarsi con la vita».