Sui social guardo tutti i video in 2x, cioè al doppio della velocità normale. Accelero anche i vocali di WhatsApp, gli audiolibri, i podcast. Faccio una media di cento ricerche su Google al giorno e altrettante sono le mie interazioni quotidiane con l’Intelligenza artificiale. Non riesco a fare a meno di chiedermi: cosa sta succedendo al mio cervello di 24enne? E alla mia memoria? Tutte queste tecnologie stanno alterando le mie capacità?

Ascoltare i video in 2x ha un impatto sulla memoria?

«Fino a una velocità di 2x non ci sono problemi a memorizzare, al netto di variabili come età o difficoltà del contenuto». Fabrizio Piras, psicologo e direttore della linea di ricerca in neuroscienze cliniche e neuroriabilitazione al Santa Lucia IRCCS di Roma, risponde ai miei dubbi. «La velocità media del parlato è di 150 parole al minuto e il nostro cervello è in grado di elaborare informazioni anche al doppio di questa velocità». Il dato emerge da studi recenti, come quello del ricercatore Dillon Murphy, che nel 2021 ha testato studenti universitari con video di lezioni a velocità variabili, dimostrando questo “collo di bottiglia”: oltre la soglia del 2x, si sovraccarica la memoria di lavoro, quella che ci permette di mantenere le informazioni il tempo necessario per trasferirle dalla memoria a breve termine a quella a lungo termine. «Se la velocità aumenta, questo passaggio non avviene in modo efficace o non avviene affatto» continua Piras. «Ma noi non ne abbiamo piena consapevolezza. Murphy parla di “illusione di competenza”: pensiamo di ricordare meglio di quanto poi facciamo effettivamente».

Il cervello si adatta a ogni nuova tecnologia

L’abitudine allo speed watching si è diffusa soprattutto dal 2020: «L’impulso dato dal Covid all’apprendimento online e alle lezioni asincrone, unito al moltiplicarsi delle università telematiche, ha creato la base per un interesse di ricerca sul tema» spiega Piras. È ancora presto, però, per osservare effetti a lungo termine. «Il cervello si adatta, sempre e comunque» aggiunge il ricercatore. «L’ha fatto per millenni, con ogni innovazione tecnologica». Dagli strumenti per scheggiare la pietra al touchscreen, che ha cambiato la rappresentazione corticale dei nostri pollici e indici. «Probabilmente lo farà anche con l’ascolto accelerato. Non si tratta di effetti positivi o negativi, ma di adattamento a realtà nuove».

Google Effect: motori di ricerca e memoria

Lo stesso vale per il cosiddetto “Google Effect”, dimostrato nel 2011 dalla neuroscienzata Betsy Sparrow: nei suoi test, le persone ricordavano meglio il contenuto delle ricerche effettuate tramite il computer se veniva detto loro che non avrebbero potuto più cercare quelle stesse informazioni. «Se sappiamo di poter accedere nuovamente a un’informazione, la ricordiamo in modo meno articolato» spiega Piras. «Ciò che memorizziamo davvero, più che l’informazione in sé, è il processo con cui l’abbiamo trovata». E così del film Psycho, anziché ricordare l’anno di uscita, è probabile che rimarrà impresso il nome del sito consultato per saperne di più. A questo si lega il concetto di “memoria transattiva”: come spiega su Nature Helen Pearson, «le persone alleggeriscono il peso di ricordare le informazioni condividendole con altri. Quando l’altra parte è Internet, siamo sollevati dal dover sapere moltissime cose. È uno “scarico cognitivo” che ha senso dal punto di vista adattivo, perché libera le risorse del cervello per dedicarsi ad altre attività».

L’uso della tecnologia GPS ha effetti sul cervello?

Il GPS, che uso persino nel mio paese, è un altro caso emblematico. Uno studio pubblicato su Scientific Reports ha dimostrato che chi usa molto il navigatore ha capacità di orientamento spaziale ridotte rispetto a chi si orienta con riferimenti geografici. «Non è un peggioramento» precisa Piras «è un cambiamento: passiamo da una navigazione basata sull’ippocampo (con punti di riferimento spaziali del tipo “devo andare verso nord”) a una navigazione procedurale, basata su istruzioni sequenziali (“ora devo svoltare, poi proseguire, poi uscire”). Cambia il processo attivato e quindi la struttura cerebrale coinvolta». Noi giovani, che non abbiamo mai maneggiato una cartina, siamo migliori in un tipo diverso di navigazione: del resto, anche quando usiamo il GPS, non siamo mai totalmente passivi, usiamo solo strutture differenti.

Intelligenza artificiale: rischi e potenzialità

E poi c’è l’Intelligenza artificiale. Io parlo e lavoro con tre chatbot differenti ogni giorno, e ogni volta mi domando: l’AI mi sta rendendo “cognitivamente pigra” o sta liberando alcune mie risorse cognitive per dedicarle ad altri compiti? Siamo ancora in una fase iniziale per avere riscontri definitivi sempre e sugli effetti a lungo termine. Ma due rischi sono già evidenti. «Il primo è la pigrizia cognitiva: i motori di ricerca richiedono ancora di vagliare i risultati, mentre i chatbot danno risposte immediate e sintetizzate, riducendo lo sforzo critico e analitico necessario per imparare» spiega Piras. Il secondo rischio sono le “allucinazioni” dell’AI: risposte inventate o sottilmente false che, se interiorizzate, possono creare ricordi distorti difficili da correggere. «L’AI non sta necessariamente distruggendo la nostra memoria, la sta “ricablando”. Siamo meno bravi a immagazzinare fatti isolati o percorsi geografici, ma più abili a gestire flussi di informazioni complesse».

La “riserva cognitiva” e le risorse contro l’invecchiamento

Chiedo dunque a Piras quali abitudini dovremmo cambiare. «Il cervello è un organo speciale perché, a differenza di altri, si può rovinare non utilizzandolo» risponde. «Tutto ciò che è passivo danneggia le capacità cognitive, tutto ciò che è attivo le stimola, le modula, le cambia». Mi spiega il concetto di “riserva cognitiva”: la capacità del cervello di tollerare i danni dell’invecchiamento sfruttando risorse accumulate durante la vita tramite istruzione, lavoro, attività fisica e sociale. Anche la tecnologia, se usata attivamente, può darci queste risorse. Come scrive Pearson, non ci sono prove scientifiche definitive di un declino generale delle capacità cognitive dovuto a Internet. «Sicuramente non avremo più bisogno di ricordare poesie a memoria o di orientarci guardando le stelle. Tutto cambierà» conclude Piras. Ecco la risposta alle mie domande iniziali: il mio cervello sta cambiando. Non peggiora, non migliora, si adatta. E chi vivrà, vedrà.