Il primo allarme era arrivato un anno fa esatto, quando un gruppo di pedagogisti, tra i quali Daniele Novara e Alberto Pellai, avevano lanciato un appello al governo chiedendo il divieto di smartphone agli under 14 e l’apertura di profili social non prima dei 16 anni. Ora si torna a parlare degli effetti negativi delle troppe ore trascorse con smartphone e tablet in mano, soprattutto in termini di inquinamento cognitivo. «Sempre di più si sta comprendendo come sia necessario ridurre l’utilizzo dei device, soprattutto nei bambini. Ne va del loro sviluppo cognitivo», spiega Luca Vescovi, esperto di neuromarketing e comunicazione digitale, autore di Inquinamento cognitivo – Conviene soprattutto a te non far usare il cellulare al tuo bambino (Edizioni Lswr).
Cos’è l’inquinamento cognitivo
Viviamo bombardati dalle informazioni e dagli stimoli, che ormai provengono per la maggior parte dal mondo online: siti e piattaforme social sono diventati interlocutori e fonti di intrattenimento per la maggior parte della giornata, e a loro si aggiungono App di ogni genere, che grandi e piccoli sono ormai abituati (o costretti) a consultare per ogni attività: che si tratti del registro elettronico, dei compiti per casa, delle comunicazioni di lavoro, ormai si vive perennemente connessi. Ma a che prezzo? Aumentano le segnalazioni di disagio, causate soprattutto dalla sensazione di annebbiamento mentale, difficoltà di concentrazione e confusione. In una parola di inquinamento cognitivo.
Vivere come avvolti nella nebbia mentale
Tra i tratti più comuni, dunque, c’è il senso di saturazione mentale, di difficoltà nel trattenere le informazioni, che ci arrivano come in un flusso continuo ma che, proprio come l’acqua, fatichiamo a trattenere tra le mani. Ecco che le dimenticanze diventano frequenti, come la sensazione di non riuscire a star dietro a tutto. A preoccupare, però, sono anche possibili effetti nocivi che riguardano i più giovani, come il cosiddetto “deterioramento cognitivo lieve”, cioè una riduzione delle stesse capacità cognitive. Dopo l’appello dello scorso anno dei pedagogisti italiani, oggi arrivano nuove conferme dalle neuroscienze, applicate al marketing e ai social.
A rischio la plasticità cerebrale
«Ciò che sappiamo dalle neuroscienze è che esiste una plasticità cerebrale, che permette al cervello di cambiare conformazione a seconda dell’utilizzo che ne facciamo. In un bambino cresce molto velocemente, non solo a livello morfologico, ma anche di connessioni. Se durante la crescita non lo sottoponiamo a stimoli corretti, il cervello modificherà la capacità di gestire alcune attività, proprio come accade a tutti i muscoli: se alleno la parte più emotiva, si creerà uno sbilanciamento a discapito di quella razionale – spiega Vescovi – È qui che entra in gioco lo smartphone che fornisce brevi stimoli che agiscono più sulla parte emotiva che razionale: si tratta soprattutto di video, tramite videogames o piattaforme social, che attirano l’attenzione ma non lasciano spazio all’attività razionale», sottolinea l’esperto.
Perché si perde in razionalità
Per esemplificare Vescovi pone una semplice domanda: «Proviamo a leggere un libro per 10 minuti e poi a chiederci cosa abbiamo capito: dovremmo essere in grado di ricordare e raccontare. Proviamo a compiere la stessa operazione con un canale social, chiedendoci cosa ci è rimasto: probabilmente assai poco. I social, infatti, sono creati con lo scopo di tenere gli utenti collegati il più possibile, potenzialmente in uno scrolling infinito. Per questo ricorrono a contenuti brevi, per non stancare, ma che sfruttano il meccanismo della ricompensa, molto studiano nella ludopatia», spiega Vescovi.
Sempre in attesa di un nuovo contenuto
«È provato, infatti, che i giocatori incalliti hanno il picco di sensazioni positive non tanto quanto vincono, quanto piuttosto nei secondi precedenti la vincita o la perdita. Significa che siamo quindi attratti soprattutto dall’attesa e questo vale anche quando siamo online: pensiamo (o speriamo) sempre che il contenuto successivo sarà più piacevole di quello precedente. Alcuni algoritmi, quindi, offrono post o video differenziati, anche in base alla fascia oraria oltreché alla profilazione, per tenere incollato l’utente. Finché si fornisce intrattenimento agli adulti potrebbe anche andar bene, ma se si tratta di bambini, che usano i device come strumenti cognitivi, ecco che sorgono problemi».
Bambini e adulti a rischio neuromarketing
Oltre alle criticità fisiche, «come quelle create dalla luce blu, dalle interferenze con il sonno, dalla postura scorretta o dai problemi di vista, preoccupa l’iperstimolazione dopaminica: più tempo si passa davanti agli schermi, più si ha voglia di trascorrerne di ulteriore» chiarisce ancora Vescovi, che esemplifica: «Come parte dell’Associazione Italiana di Neuromarketing noi studiamo, per esempio, gli effetti di alcuni stimoli sul cervello: cosa succede se vediamo scritte o cartelli di determinati colori, e ci avvaliamo anche di speciali elettroencefalogrammi. Lo scopo non è manipolare i consumatori cercando di vendere un prodotto, quanto piuttosto costruire una comunicazione efficace. Ma cosa succede se i destinatari sono bambini?».
I pericoli del sovraccarico emotivo
È inutile nasconderselo: gli smartphone e i tablet sono utilizzati come “baby sitter” o “intrattenitori” soprattutto nelle pause, «durante le attese, nei viaggi o al ristorante, quando non si sa come tenere impegnati i figli», ammette Vescovi, che aggiunge: «Il pericolo che il loro cervello non si sviluppi come dovrebbe, perdendo la capacità razionale a vantaggio di un sovraccarico emotivo. Dovremmo, invece, riappropriarci del nostro ruolo di genitori, insegnando loro a gestire lo stress che inevitabilmente si crea in certe situazioni. Dovremmo educarli sviluppare più consapevolezza, per evitare che da adulti siano guidati solo dagli stimoli del marketing, senza neppure rendersene conto», rimarca Vescovi, riprendendo alcune tesi dei pedagogisti.
Dall’allarme dei pedagogisti al divieto di smartphone a scuola
L’appello lanciato lo scorso da Daniele Novara e Alberto Pellai, ai quali si erano uniti la psicologa Anna Oliverio Ferraris, così come artisti del mondo del cinema come Paola Cortellesi, Alba Rohrwacher, Luca Zingaretti, Stefano Accorsi e Pierfrancesco Favino, era chiaro: senza demonizzare smartphone e tecnologia, gli esperti sottolineavano «ciò che le neuroscienze hanno ormai dimostrato: ci sono aree del cervello, fondamentali per l’apprendimento cognitivo, che non si sviluppano pienamente se il minore porta nel digitale attività ed esperienze che dovrebbe invece vivere nel mondo reale». La petizione non è caduta nel vuoto e da quest’anno sono stati vietati i cellulari in tutte le scuole, per decisione del ministero dell’Istruzione.
Meno smartphone, più attività “reali”
«Gli smartphone sono dannosi per lo sviluppo dei bambini e dei ragazzi – spiegava Novara – Le aree del cervello dedicate all’apprendimento cognitivo non si sviluppano pienamente se tutto ciò che dovrebbe essere fatto nel mondo reale viene realizzato nel digitale. Dal lato pedagogico, già Montessori sottolineava come l’intelligenza risieda nelle mani, nel fare, nel mondo reale. Non possiamo togliere queste opportunità ai nostri ragazzi e alle nostre ragazze. Per non parlare delle dipendenze che creano alcune app facilmente scaricabili». Nella stessa direzione va ora Luca Vescovi, che torna a “riscoprire” l’importanza di alcuni giochi manuali.
Usare le mani per giocare
Per questo anche Vescovi ripropone, nel suo libro, di tornare ai giochi tradizionali, quelli che comportano l’uso delle mani e del cervello in modo attivo. «La morra cinese, per esempio: sembra banale, ma aiuta a mettere a nudo la capacità cognitiva, spinge a cercare di indovinare quale sia la combinazione numerica vincente, porta a effettuare somme in tempi brevi, a compiere una mossa con le mani, ecc. Ma lo stesso vale per i giochi a carte o per gli scacchi, che richiedono memoria e aiutano a implementarla, o per quelli con i dadi, per non parlare dei classici fogli con pastelli e matite, che implicano la creazione di “storie”».
Più di un semplice detox digitale (anche per gli adulti)
Se i bambini possono o andrebbero rindirizzati ai giochi manuali, concreti, pratici, anche per gli adulti l’approccio con la tecnologia andrebbe rivisto: «È vero che molte attività passano dal cellulare, a partire dal controllo del registro elettronico. Ma ricordiamoci che esiste anche il corrispettivo della piattaforma digitale consultabile da computer. La vera differenza è che lo smartphone è più comodo, è sempre a portata di mano, ma proprio per questo rischia di diventare l’estensione del nostro corpo. Il computer, invece, crea quel distacco emotivo necessario se davvero non si vuole essere dipendenti», sottolinea l’esperto.
Lo smartphone sempre bloccato è “tossico”
Un altro consiglio è di «scaricare quelle App che mostrano l’uso che facciamo dello smartphone e scopriremmo che gran parte del tempo lo impieghiamo in attività inutili e che spesso non erano quelle che ci eravamo prefissi di svolgere: per esempio, prendiamo il telefono (in Italia si calcola che ciascuno lo sblocchi 200 volte al giorno!) per controllare i voti di nostro figlio, ma vediamo una notifica WhatsApp o Facebook, poi una email, intanto prendiamo il caffè e rispondiamo a una email. Alla fine ci siamo dimenticati perché avevamo preso il cellulare – prosegue Vescovi – Si calcola che mediamente ciascuno “senta l’esigenza” di controllare il cellulare ogni 10/15’ ma a meno di un non essere un trade o un social media manager, quel bisogno è irreale. Dobbiamo, quindi, acquisire più consapevolezza delle nostre abitudini».
L’esempio prima di tutto
Infine sembra ovvio, ma «l’esempio è fondamentale: il libro è rivolto prima di tutto ai genitori, perché siano i primi a non cadere nella trappola della dipendenza da smartphone. Un rischio provato dalle neuroscienze, appunto, in quanto basato sul meccanismo del piacere e della ricompensa, che sui più piccoli più essere ancora più dannoso in quanto in fase di sviluppo. Anche per questo i proventi andranno interamente agli Scout, esempio di una palestra di vita improntata al rispetto di regole e condivisione di valori che sono immutabili nel tempo e non soggetti agli stimoli digitali o al marketing», conclude Vescovi.