Da oggi si allunga lista delle terapie orali rimborsabili per l’endometriosi. Si tratta di una pillola da assumere una volta al giorno che le circa 3 milioni di donne italiane che soffrono per questa patologia potranno ricevere (quasi) gratuitamente dal Servizio Sanitario Nazionale. «Siamo molto felici: la rimborsabilità di una terapia così efficace nel controllo del dolore è una notizia importantissima», ha commentato Francesca Fasolino, Presidente di A.L.I.C.E. Odv – Endomarch Team Italy, l’Associazione Lotta Italiana per la Consapevolezza sull’Endometriosi. Manca ancora, però, il riconoscimento di “malattia sociale”. Ecco perché sarebbe una svolta.
Una nuova pillola rimborsabile per l’endometriosi
La nuova cura farmacologica rimborsabile dal Servizio Sanitario Nazionale consiste in una terapia orale. Si tratta di una compressa da assumere una volta al giorno, che si è dimostrata efficace nel contrasto ai sintomi dell’endometriosi grazie alla riduzione del trofismo endometriale e all’aumento di acidità e densità del muco cervicale. Dopo i test clinici si è riscontrato un calo del dolore legato alla patologia e dunque una significativa limitazione del ricorso ai comuni analgesici. Il principio attivo composto da relugolix, estradiolo e noretisterone acetato o semplicemente Relugolix (commercializzato da Gedeon Richter Italia), agisce sul dolore mestruale e non mestruale fin dalla 4°settimana. I trial hanno indicato anche che, dopo 6 mesi di terapia, oltre la metà delle donne non ha più bisogno di assumere farmaci analgesici (antidolorifici).
Migliorare la vita quotidiana delle donne
«Abbiamo accolto la notizia con molto entusiasmo perché si tratta di una opzione terapeutica in più e, in quanto tale, è un’opportunità per molte donne di tenere a bada la malattia, perché ad oggi non c’è una cura specifica. Si può, quindi, migliorare almeno la qualità della vita», commenta Francesca Fasolino, Presidente di A.L.I.C.E. Odv – Endomarch Team Italy, l’Associazione Lotta Italiana per la Consapevolezza sull’Endometriosi. «Nessuna donna dovrebbe vedere la propria qualità di vita compromessa dall’endometriosi e oggi abbiamo finalmente una nuova opportunità», aggiunge Fasolino.
Una malattia, tante forme diverse
Come spiega ancora Fasolino, infatti, al momento non esiste una terapia risolutiva: «Siamo ancora lontani da una cura vera e propria, ma soprattutto non c’è un protocollo univoco: ogni donna ha la sua storia, la sua caratteristica e la sua endometriosi, diversa da quella di altre pazienti: per questo sono necessarie più opzioni e più il ventaglio è ampio, maggiori sono le opportunità di vivere meglio per le donne. In più, la pillola è rimborsabile, quindi non va a gravare sulle spalle di una persona che ha una patologia che ha già costi enormi. Questo significa poterla ricevere quasi gratis, al costo di un ticket compreso tra 1 e 2 euro, a seconda delle Regioni».
Una malattia silenziosa e invalidante
L’endometriosi, infatti, è una malattia sottovalutata e molto invalidante: i dolori possono manifestarsi non solo durante il periodo mestruale, ma anche tra un ciclo e l’altro, rendendo difficile la normale vita lavorativa e relazionale, e arrivando a compromettere il benessere emotivo. «Ha un fortissimo impatto sociale, incide dal punto di vista fisico e psicologico: ci sono donne che non riescono a compiere attività quotidiane, come andare al lavoro, o ragazze che non completano il ciclo di studi all’università, o rinunciano a rapporti sessuali, a uscite con le amiche o alle vacanze. La loro è una vita dettata dalla malattia. Eppure è un tema che ancora oggi non interessa alla politica», denuncia la presidente di A.L.I.C.E. – Odv.
Una malattia “sociale”
Per questo da tempo viene invocato il riconoscimento di “malattia sociale”. Oltre ad essere invalidante, di difficile approccio diagnostico e terapeutico, infatti, l’endometriosi ha anche un forte impatto socio-economico. Si stima che il costo delle assenze per i dolori e i congedi per malattia siano pari a circa 30 miliardi di euro a livello europeo. «Noi ci stiamo battendo da tempo perché ci sia un riconoscimento anche dal punto di vista dell’invalidità: esistono misure spot da parte di alcuni privati, come un giorno di congedo al mese (sotto forma di congedo mestruale), ma manca un riconoscimento adeguato nelle tabelle INPS, quindi non c’è la possibilità, per esempio, di reinserimento nel mondo del lavoro in una categoria più protetta», spiega Fasolino.
Diagnosi tardive, anche dopo 10 anni di dolore
Purtroppo, ad aggravare la situazione c’è un notevole ritardo nelle diagnosi di endometriosi. Secondo dati Onu contenuti nella relazione finale dell’indagine conoscitiva sul fenomeno della patologia, frutto di due ricerche distinte condotte negli Stati Uniti, «il tempo medio per la diagnosi è stato di 9,3 anni (circa 10 in Italia, NdR), in quanto occorrono 4,7 anni prima che la paziente consulti il medico e 4,6 anni per l’identificazione e la conferma della diagnosi, dopo una media di circa 5 medici consultati». Nel frattempo, però, la patologia può peggiorare e con essa la qualità di vita delle pazienti.
Non è solo una malattia ginecologica
Come ricorda ancora Fasolino, i criteri diagnostici e di valutazione «sono vetusti, le uniche esenzioni da un punto di vista lavorativo sono legate alle sole forme ginecologiche della patologia: significa che se la malattia interessa le ovaie viene riconosciuta in un modo, ma se ha conseguenze intestinali ha un basso riconoscimento. Un discrimine, inoltre, è legato al fatto di essere sottoposte o meno a intervento chirurgico: noi riteniamo, invece, che tutte le donne con endometriosi siano da considerare uguali e continueremo la nostra battaglia per arrivare a un corretto riconoscimento di questa malattia».