«Mi mancano tre molari, li ho persi uno in fila all’altro, durante il lockdown. Sono trascorsi cinque anni, non mi sono ancora decisa. E non tanto per questioni economiche. Ho paura del dolore». A raccontarlo è Virginia, 48 anni, che aggiunge, con un po’ di ironia: «E dire che mia mamma a 80 anni non ci ha pensato due volte a sostituire la protesi mobile con un impianto». Un’eccezione? Non proprio. Tra il 2019 e il 2024 la richiesta di impianti dentali è cresciuta del 30% e soprattutto tra gli over 70. Merito soprattutto dei progressi fatti dalla ricerca e dalla clinica in questi ultimi 20 anni.

Cos’è l’impianto dei denti

Gli impianti sono piccole radici artificiali in titanio inserite nell’osso che permettono di sostenere denti fissi in modo stabile. Il loro successo dipende da un processo biologico, chiamato osteointegrazione, attraverso il quale l’osso si lega alla superficie dell’impianto e lo stabilizza nel tempo.

«Oggi abbiamo a disposizione tecnologie digitali che ci aiutano sia nella diagnosi, sia nella progettazione ed esecuzione della protesi su impianti» interviene Leonardo Trombelli, presidente della Società Italiana di Parodontologia e Implantologia e direttore della Clinica odontoiatrica universitaria, Ausl Ferrara. «Abbiamo anche tecniche di rigenerazione ossea innovative che hanno reso possibile trattare situazioni cliniche molto complesse e in modo poco invasivo».

Il dolore è un falso mito

Nonostante tutte queste rassicurazioni dello specialista è sufficiente fare un giro in Rete per scoprire che, quando si parla di implantologia, i dubbi la fanno da padrone. Al primo posto? Lo stesso di Virginia: la paura di sentire male. «È il grande timore di pressoché tutti ma, per fortuna, è solo una leggenda metropolitana. E lo dimostrano i pazienti stessi: molti ci raccontano di avere avuto un decorso paragonabile a quello di una semplice estrazione. L’inserimento delle viti viene eseguito in anestesia locale e il paziente avverte solo una sensazione di pressione, ma senza dolore. E nei due giorni successivi all’intervento possono comparire un leggero gonfiore nella zona trattata e fastidio. Sono disturbi più che normali e ben controllabili con semplici analgesici».

Il rischio di infezioni è ridotto

Navigando su Internet, abbiamo letto che molti dubbi sono legati alle infezioni: è un rischio reale?
«La complicanza più conosciuta è la periimplantite, un’infiammazione dei tessuti intorno all’impianto che può portare alla perdita di osso e quindi dell’impianto stesso. È un rischio, certo, ma viene drasticamente ridotto quando l’intervento viene eseguito correttamente e in un paziente ben selezionato, ed è anche per questa ragione che è bene affidarsi a un centro specializzato, in cui il personale ha seguito una formazione specifica.

Rispetta il calendario dei controlli

Per tenere lontano il pericolo di infezioni, è indispensabile anche rispettare il calendario di controlli periodici e sottoporsi a sedute regolari di igiene professionale. È fondamentale inoltre seguire con scupolo le istruzioni di pulizia a casa fornite dal medico e smettere o limitare l’abitudine al fumo.

Prima ho sottolineato l’importanza di scegliere un centro specializzato. Questo perché il successo di un impianto dipende anche e soprattutto dalla fase preparatoria, da problemi diagnosticati nel corso della prima visita. Per fare un esempio, eventuali infezioni preesistenti, come una forma di parodontite non trattata, portano a bloccare la procedura dell’impianto, perché possono costituire un rischio se non vengono preventivamente curate».

L’impianto anche dopo gli “anta”

La mamma di Virginia ha scelto l’implantologia a 80 anni. Ma come la mettiamo con lo stato dell’osso?
«Al contrario di quanto si pensa normalmente, l’osso è un tessuto vivo che mantiene una capacità di rigenerazione per tutta la vita. A volte, questo processo va aiutato. In implantologia utilizziamo tecniche chiamate ”rigenerazione ossea guidata”, che impiegano materiale biologico del paziente e sostituti, in associazione a membrane o griglie, per favorire la formazione di nuovo osso nelle zone dove è insufficiente. Così si possono avere denti belli a tutte le età.

Recentemente il mio gruppo di ricerca clinica all’Università di Ferrara ha messo a punto e testato tecniche efficaci e minimamente invasive basate sull’utilizzo del periostio del paziente stesso, cioè della membrana che riveste la superficie delle ossa mascellari o mandibolari.

Questo tipo di intervento si esegue generalmente in ambito ambulatoriale e anestesia locale. L’impianto potrà quindi essere posizionato dopo un periodo che va dai 6 ai 12 mesi, in base all’entità della ricostruzione ossea eseguita. Ci vuole un po’ di pazienza, certo, ma in questo modo è possibile inserire impianti anche in situazioni che fino a pochi anni fa erano considerate non trattabili».

La possibilità di impianti provvisori

Quindi è vero che si rimane senza denti per molto tempo?
«Non sempre. In alcuni casi grazie alle cosiddette tecniche di carico immediato è possibile applicare denti provvisori sugli impianti già il giorno dell’intervento. E questo permette al paziente di tornare a sorridere e a mangiare normalmente durante il periodo di guarigione. È una valutazione che comunque deve fare sempre il dentista».

Nessun rischio di rigetto

Esiste il rischio di rigetto?
«No, assolutamente e per una ragione semplice: gli impianti dentali a differenza dei trapianti non provocano una reazione immunologica. Inoltre, sono generalmente costituiti da una lega in titanio perfettamente biocompatibile e accettata dal nostro corpo. In alcuni casi può verificarsi una mancata integrazione con l’osso, ma si tratta di una eventualità relativamente poco frequente con gli impianti di alta qualità presenti in commercio. Se accade, vengono rimossi e poi reinseriti con successo dopo la guarigione».

E il ponte dentale che fine ha fatto?

La risposta a questa domanda è che continua a essere proposto dai dentisti. Dalla sua, costi inferiori (cosa di non poco conto), tempi di realizzazione in genere più rapidi e assenza di invasività chirurgica, anche se, per contro, richiede di “lavorare” sui denti vicini per poterlo ancorare.

Quando evitare l’impianto

È una buona soluzione quando ci sono problemi di salute che portano a escludere l’impianto. Per esempio, in presenza di una malattia cardiaca importante o di una forma di diabete non controllato. Si sconsiglia l’implantologia anche a chi assume i cosiddetti farmaci antiassorbitivi, come i bifosfonati per via endovenosa che vengono prescritti nei casi di osteoporosi grave. La si evita anche se ci si sta curando con la chemioterapia o se si soffre di una forma di parodontite che non è stata trattata.

Il mese della prevenzione

Donna Moderna dedica aprile alle tante paure che affrontiamo quando ci propongono un impianto. Per tutto il mese gli esperti della Società Italiana di Parodontologia e Implantologia rispondono ai quesiti delle lettrici. Se hai dubbi o curiosità su questi trattamenti odontoiatrici scrivi a [email protected]