rimedi della nonna

Influenza e rimedi della nonna: cosa c’è di vero

Con l’inverno si avvicina il picco di influenza e raffreddori. Quanto sono utili i consigli tradizionali, da latte e cognac a spremute di arance? L’esperto fa chiarezza

Quando si ha mal di gola si dovrebbe prendere latte caldo, magari con l’aggiunta di un alcolico per “uccidere i germi”. Contro il raffreddore sono indicate le spremute di arancia, mentre se si ha l’influenza intestinale è raccomandato mangiare in bianco. Sono tutti “rimedi della nonna”, che però non sempre oggi trovano fondamento nella medicina ufficiale. Esistono, insomma, falsi miti che l’esperto ci aiuta a conoscere, suggerendo cosa fare davvero per contrastare i malanni di stagione.

Rimedi della nonna per il raffreddore: come non rovinarsi le feste

L’obiettivo numero uno delle feste è non farsele rovinare dai malanni di stagione, a partire dall’influenza. Quest’anno, poi, esiste anche lo spauracchio di “flurona”, il mix tra il virus influenzale e il coronavirus, con la nuova variante che può ancora causare il Covid. Come evitare di ammalarsi, dunque? Il primo passo è assumere gli alimenti giusti, quelli più indicati per rafforzare il sistema immunitario. Ma quali? Stando ai consigli della nonna, uno di questi è bere più spremute d’arancia. Ma serve davvero?

Le spremute d’arancia servono?

La risposta è “sì”, anche se con qualche riserva. Le spremute, infatti, aiutano ad assumere vitamina C, che è importante per la salute. «I sintomi di deficit possono andare dalla tendenza alla carie e fratture ossee, a perdita di capelli, facilità ad avere ematomi, gengive sanguinanti, difficoltà nell’aumentare la massa muscolare, difficoltà a far guarire ferite, debolezza», chiarisce Paolo Bianchini, consulente nutrizionale e nutraceutico di Salò e autore dell’omonimo Metodo. Attenzione, però: «Quando beviamo una spremuta di arance assumiamo più zuccheri che vitamine e sappiamo come gli zuccheri inneschino il meccanismo infiammatorio. Il rapporto rischio/beneficio di una spremuta è sfavorevole: bastano 5gr di zucchero per attivare la risposta insulinica e in un bicchiere da 100ml ci sono ben 8gr di zucchero», spiega l’esperto.

Quando integrare la vitamina C?

In caso di carenza di vitamina C, è possibile «ricorrere all’integrazione. La migliore forma per l’integrazione di vitamina C è comprarla sfusa, in polvere, di grado farmaceutico, spesso venduta con il nome di acido ascorbico. Sciolta nell’acqua ha un piacevole sapore acidulo, del resto insieme all’acido citrico è la responsabile del gusto acidulo di limoni ed arance. L’unico accorgimento è assumerlo gradualmente nel corso della giornata per non avere effetti indesiderati sul sistema gastrointestinale», suggerisce l’esperto.

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Latte e cognac per il mal di gola

Un altro classico della tradizione, più o meno fondato dal punto di vista medico, è il rimedio di bere latte e cognac in caso di mal di gola. Ma l’esperto frena: «Mi sento di escludere il beneficio poiché si tratta di alcool. A ingannare è la sensazione data dalla vasodilatazione o l’effetto serotonina e dopamina rilasciati a causa dello zucchero che può fornire questa sensazione di benessere». Un beneficio, però, c’è: «È vero anche che il latte concilia il sonno, e basta pensare a quello materno che non contiene solo proteine, grassi, zuccheri e vitamine, ma anche ormoni e molti altri fondamentali molecole», dice Bianchini.

I rimedi della nonna per dormire bene: bere il latte aiuta?

In questo caso la risposta è “sì”. «Nel caso dei bambini piccoli va ricordato che la composizione ormonale del latte materno cambia a seconda dell’ora, così che la sera e la notte il latte ha molta più melatonina. Lo stesso, però, succede con il latte vaccino che utilizziamo normalmente – spiega Bianchini – Se munto durante la notte può contenere molta più melatonina e questo potrebbe spiegare l’effetto di far dormire meglio che a volte viene registrato bevendo latte prima di andare a letto».

Come abbassare la febbre con il cibo

«Va premesso che la febbre non sarebbe da reprimere, come invece si tende a fare, perché fino al massimo 38,5°C consente di combattere certi patogeni in modo naturale e permette al sistema immunitario di rinforzarsi e abituarsi a combattere con le proprie armi. In ogni caso l’organismo predilige alcuni nutrienti che aiutano a ridurre lo stato infiammatorio rispetto ad altri che lo provocano. Prendiamo, ad esempio, lo zinco: è stato ampiamento dimostrato scientificamente il suo ruolo benefico nelle affezioni alle vie respiratorie, nella riduzione delle infezioni e nell’azione immunostimolante», chiarisce l’esperto di nutrizione.

Quali alimenti contrastano la febbre?

«La carenza di zinco è dovuta soprattutto alla dieta basata sui cereali (con un alto contenuto di fitati che ne impediscono l’assorbimento) su quantità insufficienti di carne», spiega Bianchini. Nonostante non ne vada consumata in quantità eccessive, la carne (specie rossa) «è una delle migliori fonti di zinco. Anche alcuni frutti di mare come le ostriche ne sono ricchi. Altre fonti importanti di zinco sono le uova (specialmente il tuorlo), i prodotti della pesca, il latte e i suoi derivati, che garantiscono complessivamente un ulteriore 30% dello zinco assunto con la dieta», aggiunge Bianchini, che ne suggerisce un consumo adeguato.

Miele quanto fa bene?

Altri due classici della tradizione, in particolare contro il mal di gola, sono rappresentati da miele e peperoncino. Quanto al primo, il consiglio è di non dimenticare che si tratta di una fonte di zuccheri, dunque da consumare con moderazione: «Ha un’alta concentrazione di zuccheri (66-83% composto da glucosio, fruttosio, saccarosio oligosaccaridi) oltre a quelli di acqua (13-20%) e da destrine (’1-5%) e questo può non solo aumentare la resistenza all’insulina, aumentare il peso, i trigliceridi e abbassare il colesterolo HDL, ma può anche innescare alcuni meccanismi infiammatori», avverte l’esperto nutrizionale e nutraceutico.

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Rimedi della nonna: il peperoncino come anti-batterico

Sì, ma non solo: «Vi sono contenuti preziosi nutrienti come la vitamina C (quasi 230 mg/100 g, mentre il limone ne contiene circa 50 mg) che è un noto immunostimolante, insieme a antiossidanti, minerali, ecc. Contiene anche il capsiato e i suoi diidro-derivati, che hanno dimostrato di avere la capacità di indurre in laboratorio la morte spontanea nelle cellule tumorali, proprio come la pungente capsaicina, principio attivo noto per le proprietà antidolorifiche. Evidenze scientifiche suggeriscono che possa trattarsi anche di un principio attivo dall’azione antibatterica, analgesica nonostante la sensazione irritante è sicuramente benefica purché, come ogni spezia, sia assunta con moderazione per gli effetti veramente farmacologici attribuiti».

La dieta in bianco: sì o no?

Il classico riso bianco è indicato in caso di infiammazioni al tratto intestinale, ma anche in questo caso non bisogna sottovalutare il suo apporto in termini di glucosio: «Il riso, come e più della pasta, contiene amido che si compone di catene di glucosio. Un’elevata quantità di glucosio può essere dannosa per il sistema immunitario, perché può compromettere la sua capacità di combattere le infezioni – spiega Bianchini – Quando il nostro sistema immunitario viene attivato in risposta a un’infezione, il glucosio viene utilizzato in modo più intenso». Attenzione, però a non eccedere: «Molti gli studi che hanno mostrato come una quantità adeguata di glucosio è necessaria per il corretto funzionamento delle cellule immunitarie, ma un eccesso può portare a una produzione di sostanze infiammatorie che può danneggiare l’equilibrio del sistema immunitario, portando a problemi come infiammazioni croniche e malattie infiammatorie croniche», conclude l’esperto.

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