Chi consuma più bibite zuccherate ha più probabilità di andare incontro a depressione, specie se si tratta di donne. A dirlo è uno studio, condotto in Germania e pubblicato su Jama Psychiatry. Mostra un’associazione tra i drink con zucchero, di cui sta aumentando il consumo a livello globale, e disturbi di tipo psicologico. La “colpa” sarebbe del microbiota.
L’allarme sulle bibite zuccherate
Che bere troppe bibite zuccherate sia dannoso per la salute era già noto: il motivo sta nell’elevato contenuto proprio di zuccheri, che in certi prodotti a base di cola o in energy drink o persino in succhi di frutta, può arrivare a superare l’equivalente di 7 cucchiaini per 330ml, cioè il quantitativo di una lattina. Adesso, però, una ricerca mostra che i rischi per la salute non riguardano solo l’aumento di peso, le malattie cardiache, il diabete di tipo 2 o la sindrome metabolica, ma anche i disturbi della sfera psicologica e, in particolare, quelli depressivi.
Cosa dice lo studio
Il nuovo studio è stato condotto su 405 adulti in Germania, con diagnosi clinica di disturbo depressivo maggiore. Altre 527 persone senza depressione sono state inserite in un gruppo di controllo. L’obiettivo era fin da subito capire che ruolo potesse svolgere il microbiota e l’analisi ha confermato che un aumento di zuccheri legato alle bibite porta a un maggior rischio del 5% di depressione, che può arrivare anche al 15/16% tra le donne. Questo perché nei campioni fecali sono stati riscontrati quantitativi maggiori del batterio Eggerthella: mentre in genere i suoi livelli sono piuttosto bassi, la sua crescita è correlata allo sviluppo di sintomi depressivi.
Cos’è il batterio Eggerthella
Per capire il nesso, va premesso che l’Eggerthella è un batterio che contribuisce molto alla composizione del microbiota intestinale. Finora si era confermata la sua azione nel favorire o indicare la presenza di patologie autoimmuni, come emerso da una ricerca californiana che ha indicato una relazione con l’artrite reumatoide, oppure in malattie neurodegenerative come la sclerosi multipla.
C’è un’influenza anche con patologie intestinali di natura infiammatoria, alle quali ora si aggiunge quella con i disturbi depressivi. D’altro canto che l’intestino sia il “secondo cervello” è altrettanto noto. Ora, però, si analizza uno specifico meccanismo che avviene lungo l’asse intestino-cervello.
Il nesso tra intestino e depressione
L’influenza delle alterazioni intestinali, cioè la disbiosi, sulla sfera dell’umore e dunque del benessere psicologico, è dovuta al fatto che il microbiota è in grado di favorire la produzione di alcuni neurotrasmettitori chiave. Per esempio, in una condizione di equilibrio, il microbiota intestinale produce sostanze fondamentali per la salute mentale come dopamina e serotonina, che deriva per il 95% proprio dall’intestino a partire dall’amminoacido triptofano.
In caso di squilibri intestinali, invece, si modificano le comunicazioni tra l’intestino e il cervello. Come spiegano gli esperti, in particolare il batterio Eggerthella trasforma sostanze come l’arginina in composti tossici e pro-infiammatori. Inoltre può ridurre la produzione di butirrato, che protegge la barriera intestinale.
Il nesso tra zucchero e depressione
«Il meccanismo ipotizzato è che, quando viene alterata la composizione della barriera intestinale a causa dell’eccesso di zuccheri e grassi, avviene un assorbimento delle sostanze nocive, che possono raggiungere la barriera emato-encefalica», spiega il gastroenterologo Luca Piretta, dell’Università Campus Bio-Medico di Roma. La BEE ha una funzione di protezione del tessuto cerebrale dagli elementi nocivi presenti nel sangue: «Con l’arrivo di sostanze nocive, la barriera tende a diventare più selettiva, quindi a non permettere l’ingresso neppure di quelle positive: in qualche modo si chiude maggiormente anche “al mondo” e questo contribuisce alla depressione», spiega Piretta.
Perché le donne sono più a rischio depressione
Ad attirare l’attenzione è poi la differenza di genere emersa dallo studio tedesco, dove il 68% del campione con depressione era rappresentato da donne. Si è visto che negli uomini che consumavano abitualmente bevande gassate non c’era stato un incremento di Eggerthella né un collegamento significativo con i sintomi depressivi. Le cause di questa distinzione non sono ancora chiare, ma si ipotizza che sia da ricondurre all’influenza degli ormoni sessuali e alle risposte immunitarie diversificate tra i uomini e donne.
Spunti e limiti dello studio
«Lo studio è interessante, anche se ha dei limiti: si tratta di una ricerca di tipo osservazionale ed epidemiologico, quindi non prova un nesso inequivocabile di causa ed effetto. Occorrerebbero ulteriori conferme», sottolinea Piretta. Certamente è già dimostrata l’importanza del consumo di un corretto quantitativo di zuccheri.
Secondo le ultime raccomandazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), non dovrebbe superare il 5% dell’apporto energetico complessivo, cioè non più di 25 grammi di zucchero al giorno in una dieta standard da 2000 kcal. Limite molto inferiore a quello reale per la maggior parte delle persone, specie nelle società occidentali e più industrializzate.
Troppi zuccheri nell’alimentazione
Basti pensare che in una lattina di coca ne sono presenti in media 35 grammi (pari a 7 cucchiaini). Secondo un’indagine di Altroconsumo, in una porzione media di succo di frutta (250ml) ci sono 36,3 grammi di zuccheri, pari al 145% dell’apporto giornaliero; in una aranciata si trovano circa 26,8 grammi di zuccheri, che sono presenti anche nell’acqua tonica (20,8 grammi) e in alcolici come spumante (6,3 grammi) o birra (12 grammi). Se a ciò che si beve si aggiunge il cibo, ecco che le dosi giornaliere sono sforate con ancora più facilità. Da qui le raccomandazioni a prestare più attenzione anche alle bibite light, che contengono comunque edulcoranti.