«Pensavo di stare bene e invece non vedevo quanto fossi infiammata», racconta una delle più seguite fit-fluencer di Instagram. «Il primo passo per combattere l’infiammazione è eliminare glutine e latticini», continua un’altra su TikTok. E così via con video, carousel, reel che sembrano tutti uguali, eppure utili, urgentissimi. Perché se qualcuno ti guarda negli occhi, anche se attraverso uno schermo, e ti dice che hai un problema – un problema serio, cronico – e che devi iniziare a curarti, tu lo ascolti. A maggior ragione se cerchi già nel corpo le cause dei tuoi problemi.
Incappare nei contenuti sulla “dieta anti-infiammatoria” è facilissimo oggi, ci sono finita persino io che sono l’incubo della mia nutrizionista. Ma, mi sono chiesta, com’è possibile che un problema così grave ci accomuni tutte e senza che ce ne siamo mai rese conto? Cosa c’è di vero in questo allarmismo da social, che pur viene portato avanti da numerosi professionisti? È il momento di fare un po’ di chiarezza.
Cos’è (davvero) l’infiammazione
Prima di tutto, sulla definizione del termine “infiammazione”. Come spiega Angelica Cesena (biologa nutrizionista dall’approccio orientato all’intuitive & mindful eating), l’infiammazione può essere di diversi tipi. «Di per sé è una risposta di difesa del nostro organismo. Si attiva quando il corpo percepisce una minaccia, (un’infezione, una lesione o un danno ai tessuti), e il suo scopo è contenere il problema e avviare la riparazione». In questo senso, quindi, è un meccanismo prezioso.
Ma oggi sui social il termine viene usato soprattutto per indicare la cosiddetta infiammazione cronica di basso grado. Un tema presente nella letteratura scientifica, studiato da anni in relazione a malattie cardiovascolari, diabete di tipo 2 e diverse condizioni metaboliche, ma su cui servono importanti chiarimenti. «Molti contenuti online prendono sintomi generici come stanchezza, gonfiore, pelle poco luminosa, e li presentano come prova di un’infiammazione da risolvere con questo o quell’alimento, o eliminando intere categorie dalla dieta», chiarisce Cesena.
Come riconoscere l’infiammazione
È sempre più difficile, infatti, distinguere quelli che TikTok fa passare come “segnali chiari” di infiammazione da normali conseguenze di uno stile di vita poco sano. «Nell’infiammazione acuta i segnali sono abbastanza riconoscibili: rossore, calore, gonfiore, dolore e difficoltà a usare normalmente la zona colpita. Sono manifestazioni localizzate, che il corpo produce in risposta a qualcosa di preciso. Tutt’altra storia è l’infiammazione cronica di basso grado. Qui i sintomi non sono mai così netti e si sovrappongono facilmente a quelli dello stress o di un periodo di stanchezza», spiega la dottoressa.
«Affaticamento persistente, senso di nebbia mentale e malessere vago sono segnali che da soli non dicono nulla. Non esiste un modo per distinguerli in autonomia. L’unico strumento davvero affidabile sono gli esami del sangue, letti da un medico nel contesto clinico di quella specifica persona». Sintomi come gonfiore addominale dopo i pasti, pelle spenta, senso di stanchezza generale possono dipendere da decine di altri fattori. Trattarli come tali senza una valutazione rischia di portare fuori strada.
«Alcune indicazioni di base sono corrette, come privilegiare fonti di omega- 3, dormire bene, limitare l’alcol». Ma sempre più creator fanno un salto ulteriore, arrivando a esortare chi guarda a privarsi del glutine e del lattosio. «Non servono tanti giri di parole: l’eliminazione di glutine e latticini non è giustificata dalla letteratura scientifica per chi non ha una diagnosi specifica. Esistono studi piccoli e spesso poco robusti, e c’è molta confusione tra l’infiammazione e il benessere intestinale, che sono due cose diverse», continua l’esperta.
PCOS, celiachia, gut health e dieta anti-infiammatoria: tutto è uguale a tutto?
Non è un caso, infatti, che i video incentrati sulla dieta anti-infiammatoria riportino hashtag (o veri e propri riferimenti testuali) come #PCOS (la Sindrome dell’Ovaio Policistico) e #guthealth (benessere intestinale). Con la scusa di offrire a chi guarda consigli “generali” per una dieta più sana, questi contenuti creano correlazioni causa-effetto inesistenti. E appiattiscono tematiche che richiedono ben più di un video.
«Facciamo un esempio concreto: nel colon irritabile l’approccio più studiato è la dieta Low FODMAP, che prevede una riduzione temporanea di alcune sostanze fermentabili, tra cui il glutine e il lattosio. Ma non perché “infiammino”: semplicemente, in quel contesto e in quella fase, possono essere fastidiosi per l’intestino. È un intervento specifico, temporaneo, da fare con il supporto di uno specialista, non una scelta di stile di vita valida per tutti», spiega Cesena.
I collegamenti esistono, ma non è così semplice
Il collegamento tra benessere intestinale e lotta alle infiammazioni c’è, ma si tratta di un territorio di ricerca ancora in piena evoluzione. «Quello che sappiamo è che l’intestino è uno dei centri della nostra salute, non solo digestiva, e che alcune condizioni infiammatorie (endometriosi, le malattie autoimmuni…) spesso si accompagnano anche a disturbi intestinali. Non è una coincidenza, ma il meccanismo preciso che li lega è ancora oggetto di studio: quello che emerge con una certa solidità è che un intestino in salute ospita un microbiota che trae grande beneficio dalle fibre vegetali (frutta, verdura, legumi e cereali integrali). Dalla fermentazione, il microbiota produce sostanze preziose per l’organismo, tra cui gli acidi grassi a catena corta come il butirrato, che ha effetti protettivi sulla parete intestinale. Non a caso, le popolazioni con alimentazione a stampo vegetale mostrano i profili di microbiota considerati più favorevoli».
L’intestino, spiega la dottoressa, è uno degli organi che più di tutti richiede approcci personalizzati sul singolo paziente, che può beneficiare talvolta di un approccio Low FODMAP, chi di specifici pro e prebiotici, chi di tutt’altro.
Quanto alla PCOS: «Molte persone che ne soffrono presentano insulino-resistenza, uno squilibrio metabolico che tende a favorire l’accumulo di grasso a livello addominale, un tessuto metabolicamente attivo, capace di produrre molecole pro-infiammatorie. Si crea così un circolo: la resistenza all’insulina alimenta l’infiammazione, e l’infiammazione a sua volta può peggiorare ulteriormente la sensibilità insulinica. Lavorare sull’alimentazione e sullo stile di vita in questi casi ha senso proprio per interrompere questo meccanismo, ma non per “combattere l’infiammazione” come se fosse un bersaglio isolato».
Dieta anti-infiammatoria: un trend rischioso
La diffusione a macchia d’olio di questi termini nelle discussioni comuni su TikTok mi preoccupa: non basta sottolineare la necessità di fidarsi solo di professionisti, perché molte volte a diffondere informazioni simili sono proprio account di nutrizionisti/dietisti creator.
«Viviamo in un contesto in cui le informazioni su salute, alimentazione e benessere sono numerose e spesso contraddittorie», spiega la psicologa clinica Gaia Bresciani. «Le guide di questo tipo hanno successo perché rispondono a due bisogni psicologici fondamentali: controllo e semplificazione: i social ci aiutano se ci sentiamo confusi, bombardati di informazioni, e trasformano qualcosa di complesso come la salute in un sistema di regole apparentemente facili da seguire. Tuttavia, il rischio è quello di finire in una gabbia normativa».
Un rischio che anche la dottoressa Cesena conosce bene: «Spesso si finisce per adottare scelte alimentari restrittive e lontane dalla realtà di chi le mette in pratica. Su questo ho una sensibilità particolare, perché lavoro prevalentemente con persone con disturbi dell’alimentazione e della nutrizione (DAN). E so che certi contenuti non sono solo imprecisi, ma anche attivamente dannosi. Ci vuole molta più attenzione, da parte di chi comunica, su come questi temi vengono trattati».
Allenare l’occhio, e cercare la complessità (sì, anche su TikTok)
Istintivamente, ci si fida molto di un contenuto apparentemente “ingenuo” come il format What I Eat in a Day (racconti alimentari quotidiani fatti da influencer/creator). Ci sembra meno impegnativo di un approfondimento fatto da esperti, e altrettanto utile. «I content creator parlano un linguaggio molto più accessibile rispetto a quello medico, utilizzano racconti personali che aiutano a creare una (falsa) sensazione di vicinanza e fiducia», spiega Bresciani.
«Nel caso di contenuti come la dieta anti-infiammatoria, entra in gioco anche quello che in psicologia viene chiamato effetto di convalida soggettiva: descrizioni molto generiche e riconoscibili vengono presentate come possibili segnali di un problema, così che molte persone si riconoscano e pensino “questa sono proprio io!”. Un meccanismo che funziona ancora meglio quando il content creator è un professionista sanitario, perché aumenta la credibilità percepita». Oltre a segnalare chi diffonde informazioni evidentemente falsate e semplicistiche, dobbiamo tutti allenarci a ricercare la complessità quando si parla di salute. Anche – anzi, forse soprattutto – quando i profili ci sembrano attendibili: la posta in gioco, il nostro benessere, per davvero, è troppo alta.