Brutte notizie per gli amanti dei tatuaggi, ma anche per chi pensa di ricorrere al trucco permanente. Uno studio statunitense ha mostrato l’elevato rischio di infezioni dovute alla presenza di batteri negli inchiostri. Secondo quanto emerso, «Circa il 35% degli inchiostri per tatuaggi o make-up permanente venduti negli Usa erano contaminati da batteri». Significa circa 1 su 3.

Inchiostri pericolosi nei tatuaggi?

L’allarme è contenuto in uno studio, pubblicato su Applied and Environmental Microbiology, la rivista della Società americana di microbiologia. Gli esperti hanno effettuato test su 75 inchiostri per tatuaggi di 14 differenti produttori allo scopo di individuare l’eventuale presenza di batteri. Per questo hanno mescolato 1-2 grammi di soluzione colorata con specifici terreni di coltura, poi cambiando anche questi ultimi (con ossigeno o senza). Il risultato è stata la conferma della loro presenza. «Entrambi i tipi, aerobi e anaerobi, possono contaminare gli inchiostri», ha sottolineato Seong-Jae Kim, microbiologo della Food and Drug Administration americana e tra gli autori dello studio.

Aumentano le complicanze da tatuaggi

Da qui l’allarme dei microbiologi: «La crescente popolarità del tatuaggio negli ultimi anni ha coinciso con un aumento delle complicanze o delle reazioni avverse associate» a questa pratica, ha spiegato ancora Kim, che ha messo in guardia dall’idea che i batteri si possano trovare solo in flaconi mal conservati: sono risultati «contaminati anche flaconi sigillati», nei quali quindi è stata trovata la presenza di batteri anaerobi, che non necessitano di ossigeno per proliferare.

Le possibili complicanze di tatuaggi e trucco permanente

Per lo stesso motivo a finire sotto la lente sono anche i pigmenti utilizzati per il trucco permanente sulla pelle. «È stato calcolato che fino al 6% dei soggetti che si fanno fare tatuaggi possono avere una complicanza infettiva che comprende più frequentemente un’infezione cutanea o reazioni allergiche. In linea teorica si può arrivare a casi anche molto gravi come la setticemia, in particolare nelle persone che hanno protesi di qualsiasi tipo perché i batteri formano un biofilm sopra e intorno alle protesi dove proliferano indisturbati e dove gli antibiotici non arrivano», spiega Ketty Peris, professoressa ordinaria di Dermatologia presso l’Università Cattolica di Roma e past President della Società Italiana di Dermatologia medica, chirurgica, estetica e di Malattie Sessualmente Trasmissibili (SIDeMaST).

Lo studio: pregi e limiti

«Si tratta di uno studio interessante perché ha focalizzato l’attenzione sulla sterilità e contaminazione batterica delle confezioni che contengono i colori utilizzati per i tatuaggi e per il make-up permanente. In questo caso provenivano da aziende americane, cinesi, francesi e tedesche», osserva ancora Peris. «Le indicazioni della ricerca sono importantissime perché suggeriscono fortemente una regolamentazione molto più rigorosa in questo ambito, anche se non danno un riscontro o un’evidenza sulla percentuale e il tipo di infezioni», aggiunge l’esperta.

Servono regole rigide

«Sicuramente dovrebbero essere imposte regole molto rigide – prosegue Peris – a tutte le aziende che producono colori per tatuaggi e make-up permanenti; dovrebbero avere una filiera di produzione sterile e un marchio che certifichi la sterilità; infine i prodotti devono essere ben sigillati. Infine, il tatuatore dovrebbe lavorare in sterilità per quanto riguarda l’ambiente, aghi, disinfezione ecc. esattamente come quando si effettua una procedura iniettiva sulla pelle»

I campanelli d’allarme e cosa fare

Le stesse indicazioni arrivano anche dagli esperti americani: «Alla luce dei risultati del nostro studio, vogliamo sottolineare l’importanza del monitoraggio continuo di questi prodotti per garantire la sicurezza microbica degli inchiostri per tatuaggi», ha dichiarato Seong-Jae Kim. Nel frattempo occorre prestare attenzione ad alcuni possibili segnali di allarme: in caso di infezione, infatti, «in genere si formano degli arrossamenti dolorosi, a cui può seguire la formazione di pus. Il consiglio è di rivolgersi al proprio medico di base che, in casi particolari, può indirizzare allo specialista dermatologo», conclude Peris.