La retribuzione è importante, anzi è spesso fondamentale per costruirsi un futuro e quando manca è difficile fare progetti di lungo periodo. Lo sanno bene i giovani, che si trovano alle prese con un mondo del lavoro sempre più precario, discontinuo e caratterizzato anche da stipendi spesso non adeguati alle mansioni e agli sforzi messi in campo. Eppure oggi la Gen Z cerca anche altro dal proprio lavoro: una coerenza con i propri valori e la propria identità, e quando questa non c’è ecco che compare l’Identity Mismatch, una delle tendenze che si stanno affermando in questo 2026.
Cos’è la Identity Mismatch della Gen Z
Se i lavoratori senior temono soprattutto la FOBO, la Fear of Becoming Obsolete, la paura di essere obsoleti, non aggiornati, i giovani sono alle prese con un altro sentimento, che rischia di paralizzarli da un punto di vista professionale. Si tratta della Identity Mismatch, ossia la mancanza di coerenza tra le mansioni alle quali sono chiamati e i loro valori. È una delle tendenze che si stanno affermando con maggior evidenza, specie in questo 2026 iniziato da poco, come confermano gli addetti ai lavori.
Quando il lavoro diventa un’estensione di sé
Per gli HR e tutti coloro che si occupano di selezione e reclutamento del personale, il fenomeno è evidente: «È il rischio di Identity Mismatch delle nuove generazioni che entrano nel mercato del lavoro. A differenza dei genitori o addirittura dei fratelli e sorelle maggiori, più inclini a scendere a compromessi per mantenere stabile la propria posizione lavorativa, i giovani cercano una dimensione professionale che sia un’estensione della propria identità e che permetta loro non solo di esprimere appieno le competenze, ma anche valori e visioni», spiega Pietro Novelli, CEO e founder della società di headhunting Sparq.
La retribuzione non economica
È come se i giovani, dunque, non prestassero attenzione solo alla retribuzione economica, «ma anche al risvolto in termini di appartenenza e riconoscimento che un posto di lavoro può dar loro». Non che per i senior sia (o sia stato) poco importante dedicarsi a un lavoro adatto alle proprie competenze e aspirazioni, ma oggi questo aspetto ha assunto molto più significato: «La Gen Z lo rende più visibile, ma non direi che riguardi solo i giovani. È vero che le nuove generazioni entrano nel lavoro con una richiesta molto forte di coerenza tra ruolo, identità e valori personali; quindi il mismatch emerge prima e in modo più netto», chiarisce Novelli.
Alla ricerca di equilibrio tra lavoro e vita privata
La tendenza ha iniziato a emergere con la pandemia e nel periodo immediatamente successivo al lockdown, quando smart working e remote working sono diventate modalità di lavoro sempre più diffuse. Nonostante fossero una necessità, però, hanno permesso di riscoprire il concetto di equilibrio tra lavoro e vita privata: quello che viene definito work-life balance è diventato per molti, dunque, un requisito indispensabile per evitare il burnout. LA conseguenza è u nuovo approccio al mondo del lavoro.
Il rischio di “disallineamento” provoca la Identity Mismatch
Il problema è che non sempre è facile trovare un lavoro che rifletta perfettamente ciò che si è come persone, con il rischio crescente di «disallineamento tra persona e ruolo». È un problema che riguarda certamente i giovani, «ma anche altre generazioni, soprattutto nei passaggi di trasformazione organizzativa». Ciononostante, alla Gen Z si rinfaccia spesso di essere disposta a scendere a compromessi: «Non vedo una minore disponibilità a mettersi in gioco, ma una diversa aspettativa sul senso del lavoro. Molti giovani non cercano solo una retribuzione economica, ma anche appartenenza, riconoscimento e coerenza valoriale. Questo non va visto come un limite, ma un segnale che il rapporto tra aziende e persone sta evolvendo e richiede modelli più maturi», sottolinea il CEO di Sparq.
I valori che contano per la Gen Z
A chiarire quali siano i valori e il lavoro ideale per i giovani di oggi è una recente indagine Ipsos svolta per l’Osservatorio Giovani dell’Istituto Toniolo di Milano e pubblicata nel Rapporto Giovani 2025 (Giovani e lavoro: il senso mai perduto, a cura di G. Assirelli, F. Introini, R. Lodigiani e C. Pasqualini). Emerge che il lavoro ideale dovrebbe essere “stabile” per il 56% degli intervistati, con “retribuzione elevata” per il 54,8%, ma allo stesso tempo non “totalizzante a scapito delle altre sfere di vita” per il 54,9%. Esemplificativo del nuovo mood, poi, è che il lavoro dovrebbe rispettare i propri principi per il 53,3%, e portare a crescita personale e culturale (52,2%), almeno quanto quella nella carriera (52,3%).
Realizzarsi, prima di tutto
Sempre l’indagine Ipsos mostra come la priorità fondamentale nella vita dei giovani lavoratori sia per il 14,4% quella di realizzarsi personalmente e professionalmente. A seguire si trova, invece il desiderio di avere tempo per dedicarsi alla famiglia, indicato dal 13,6% del campione. A completare la fotografia è il dato relativo alla possibilità di raggiungere il work-life balance, specie tramite lo smart working: è indicato come priorità, perché permette maggiore libertà e in dipendenza, dal 11% degli intervistati, con punte del 16% tra i NEET, segno che in mancanza di questa possibilità si rinuncia persino a cercare occasioni di lavoro.
Come superare l’Identity Mismatch
Per Novelli quella sensazione di incoerenza, però, può essere vinta: «Si supera lavorando su due piani insieme. Da un lato, le persone devono investire su consapevolezza e sviluppo continuo delle proprie competenze. Dall’altro, le aziende devono progettare ruoli, leadership e cultura in modo più chiaro e coerente. Quando un’organizzazione usa anche l’AI per restituire tempo e valore alle persone, reinvestendolo in crescita, innovazione e collaborazione, riduce il mismatch e diventa davvero attrattiva».
Quando la formazione non porta occupazione
A contribuire a questo fenomeno, però, è anche il divario tra i percorsi di formazione e le richieste reali del mondo del lavoro. La conferma arriva anche dai numeri: secondo i dati Eurostat 2024, per esempio, il 14,2% dei giovani tra i 15 e i 29 anni risultava NEET, quindi né studente né lavoratore né inserito in un percorso di formazione. Ma anche coloro che scelgono un percorso di studi, spesso si scontrano con un’offerta lavorativa non adatta alle loro competenze: secondo la Survey of Adult Skills (PIAAC) condotta dall’OCSE, nel tempo sono aumentati i lavoratori sovra-qualificati, cresciuti dal 7,8% nel 2011 al 12,7% del 2022, mentre sono diminuiti i sotto-qualificati (dall’11,3% all’8,1%).
Il paradosso: giovani troppo istruiti
Come osservano gli analisti di settore, quindi, il paradosso, quindi, è che negli ultimi 15 anni è aumentato il livello medio di istruzione, ma retribuzioni e mansioni non sono adeguate. È quello che il Monitor Area Studi Legacoop ha definito “Il mismatch di qualifiche nel mercato del lavoro italiano”, titolo di una ricerca realizzata con Prometeia, dalla quale emerge un disallineamento tra percorsi formativi e offerta professionale, che porta anche a quel senso di inadeguatezza che provano molti giovani che entrano nel mondo del lavoro.
Si studia di più, si lavora meno o nel posto sbagliato
Il mismatch, dunque, impatta soprattutto sui giovani, come dimostrano ancora una volta i dati. Nel 2022, i sovra-qualificati tra i 25-29enni erano maggiori del 7,3% rispetto ai 60-65enni. Di fatto la Gen Z studia di più, ma non trova un lavoro adeguato alle proprie competenze, dunque aumenta la frustrazione. Rispetto al passato, poi, incide la nuova tendenza a non accettare lavori non coerenti con la propria identità. L’effetto finale è appunto l’aumento della Identity Mismatch.
Un doppio problema per le donne
Per le donne, poi, si tratta di un doppio problema, che si aggiunge al divario di genere che caratterizza il mercato del lavoro. Nel settore industriale, ad esempio, le donne con un grado di istruzione perfettamente in linea con l’incarico richiesto sono comunque retribuite meno rispetto ai colleghi uomini, in media del 12%. La forbice, però, aumenta fino al 23% nel caso di livelli di formazione maggiori (sovra-istruzione). Il risultato è un doppio svantaggio, che influenza anche le scelte professionali.