Non solo programmatori: il mondo del lavoro ha bisogno anche di filosofi, soprattutto in un’epoca in cui l’AI sembra ormai destinata a “invadere” ogni settore. A fornire la nuova indicazione sono gli esperti del mondo del lavoro e dell’economia. Secondo il World Economic Forum, entro il 2030 il 40% delle competenze lavorative cambierà: tra le più richieste ci saranno proprio quelle che più difficilmente potranno essere sostituite dall’AI.
Il grande equivoco: l’AI non basta
Il Future of Jobs Report del World Economic Forum, dunque, ha certificato un cambiamento: in meno di 5 anni, 4 competenze lavorative su 10 si trasformeranno. Il processo, a dire il vero, è già iniziato da tempo, ma mentre finora siamo stati abituati a sentir parlare quasi esclusivamente di skills digitali e tecnologiche come indispensabili nel futuro, ora arriva una novità. Tra le competenze in più rapida crescita ci sono quelle considerate trasversali, che hanno a che fare con le scienze umane.
Le competenze umane più richieste
«Come indica il World Economic Forum, ce ne sono alcune in particolare: il pensiero critico e creativo, capacità che implicano il pensare in modo non convenzionale e portare prospettive nuove, che non possono essere sostituite dall’AI poiché questa si basa su risposte e contenuti già esistenti. C’è poi anche l’adattabilità in relazione alla rapidità e alla complessità del contesto in cui viviamo. Sono importanti anche la capacità di giudizio, il saper prendere decisioni alla luce del contesto e la leadership. Infine, l’etica: da valore, oggi possiamo considerarla a tutti gli effetti anche come una competenza, cioè saper orientare le scelte, compreso lo sviluppo tecnologico, tenendo conto delle conseguenze sulle persone e sulla società, per indirizzare l’innovazione verso un beneficio condiviso», spiega Chiara Bacilieri, docente dell’Università Cattolica.
Ciò che l’AI non può sostituire
Se le materie scientifiche e tecniche continuano a rimanere indispensabili per una formazione adeguata a tempi nei quali l’innovazione digitale è fondamentale, ecco che emerge una sempre maggiore esigenza di compensare questi ambiti di conoscenza con quelli più prettamente umanistici, non sostituibili dall’intelligenza artificiale: per questo si parla di competenze “filosofiche”. «In un mondo in cui l’intelligenza artificiale entra sempre di più nei processi decisionali e operativi,il valore non sta soltanto nel costruire sistemi ma nel saperli comprendere, interrogare e orientare. Le scienze umane, quindi, aiutano a leggere la complessità e a dare direzione all’innovazione», afferma Bacilieri.
I lavori a minor impatto dell’AI
L’impatto dell’AI, naturalmente, è ancora diversificato a seconda degli ambiti lavorativi. «Una occupazione risulta poco o per nulla esposta all’AI quando include compiti difficilmente digitalizzabili, che richiedono azione fisica, interazione con il mondo reale e scelte che non possono essere ridotte a procedure standard, perché implicano giudizio situazionale e assunzione di responsabilità. Tra questi rientrano quelli manuali e che richiedono coordinazione fisica, esperienza sul campo e capacità di adattamento, come nel caso di cuochi, meccanici, addetti alla manutenzione e operatori agricoli», chiarisce l’esperta.
Mestieri e professioni dove le competenze umane sono fondamentali
Come spiega ancora la docente, «Ci sono poi molte professioni di servizio che richiedono contatto con il pubblico, gestione delle persone, capacità di affrontare situazioni complesse e gestire imprevisti e criticità, come accade per camerieri, bagnini e addetti alla sicurezza. Infine, sono meno esposti anche i lavori basati su una relazione di fiducia, su una responsabilità diretta verso gli altri e su competenze relazionali ed empatiche. È il caso dei medici e delle professioni sanitarie, ma anche di ruoli come educatori, insegnanti e manager, nei quali, accanto alle competenze tecniche, sono essenziali la comunicazione efficace, l’ascolto attivo e la capacità di motivare e guidare le persone».
AI utile, ma da ridimensionare
L’intelligenza artificiale si sta rivelando uno strumento molto prezioso in tanti ambiti, ma rischioso o limitato per alcuni aspetti: «L’AI eccelle nell’elaborare dati e ottimizzare processi, ma manca di coscienza morale, empatia e responsabilità. Le “scelte” che compie non si basano su valori, ma su schemi e regole apprese dai dati esistenti. Questo ha fatto nascere delle nuove professioni come l’esperto di etica dell’intelligenza artificiale o il responsabile dell’impatto algoritmico, che hanno il compito di supervisionare, correggere e contestualizzare le decisioni dell’AI così come il modo in cui viene sviluppata», spiega Bacilieri.
I limiti pratici dell’AI: bias e stereotipi
Come spiega ancora l’esperta, «per esempio, un algoritmo può suggerire di negare un prestito a un cliente, ma un professionista umano deve valutare se quel suggerimento riproduce bias storici o discrimina ingiustamente. Proprio per questo l’Unione Europea ha già stabilito che in certi ambiti “ad alto rischio” la supervisione umana è obbligatoria per legge. Il ridimensionamento è sempre un’azione e una scelta politica e culturale, non tecnologica». Non a caso si stanno anche moltiplicando i corsi di laurea in “Filosofia dell’era digitale e dell’intelligenza artificiale», dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. Come spiegato in occasione della sua presentazione, «un chatbot può generare frasi brillanti, persino commoventi, ma non sa di farlo. Eppure la sua presenza modifica il nostro modo di pensare, di insegnare, di lavorare. Di vivere».
Il ruolo della filosofia oggi
Proprio da queste considerazioni nasce una riflessione che chiama in causa la filosofia. «Da sempre impegnata a esplorare i concetti di verità, libertà, giustizia, umanità, oggi la filosofia trova nell’IA un nuovo campo di confronto, che non è solo teorico ma anche esistenziale. Perché l’intelligenza artificiale non sta solo cambiando le tecnologie: sta modificando le relazioni sociali, le istituzioni, il lavoro, la scuola, la nostra immagine di noi stessi», è stato sottolineato. «Il punto, oggi, non è più se la tecnologia cambierà il lavoro: lo ha già fatto. La vera questione è come la orientiamo. Ed è qui che le scienze umane diventano indispensabili: il futuro del lavoro dipenderà sempre più non solo dagli strumenti che usiamo, ma dalla capacità di impiegarli per dare direzione, non solo esecuzione, alle decisioni, tenendo insieme ciò che la tecnologia rende possibile e ciò che solo il giudizio umano può rendere sensato», conclude Bacilieri.