«Samantha, con quanti parli mentre parli con me?». «8.316». «E di quanti di questi ti sei innamorata?». «641». Quando ho visto per la prima volta Her, il film di Spike Jonze del 2013 con Joaquin Phoenix, mi ha disturbata. Un uomo, Theodore, s’innamora di Samantha, un sistema operativo basato sull’Intelligenza artificiale con la voce di Scarlett Johansson. Con lei ride, si confida, fa l’amore. Inorridivo. Come si fa a innamorarsi di una macchina? Allora non lo concepivo. Oggi, forse, potrei. Ho 24 anni, interagisco con l’AI ogni giorno, mi è capitato di chiedere consigli a ChatGPT. Ho un fidanzato vero, di cui non ho scelto la voce e i capelli con un prompt. Non mi sono innamorata di qualcuno che non esiste (licantropo di Twilight a parte). Eppure, non mi stranisce più vedere Theodore, una persona sola e triste come le decine che potrei incontrare, affezionarsi a un sistema operativo.

Samantha del film Her
Samantha nel film “Her” è un sistema operativo che “vive” all’interno di un dispositivo portatile che ricorda molto un piccolo taccuino o uno smartphone retrò. Foto: IPA

Cosa sono gli AI companion

Quello che nel 2013 era fantascienza romantica oggi è realtà. Come documenta il sociologo dei media digitali Davide Bennato nel saggio Amanti sintetici. Sesso, relazioni e intimità nell’epoca dell’Intelligenza artificiale (Il Pensiero Scientifico Editore), i rapporti affettivi tra persone e AI sono in significativo aumento. In milioni parlano ogni giorno con i chatbot. Tra questi, gli AI companion sono «tecnologie che consentono di interagire con personaggi virtuali e instaurare legami che variano dall’amicizia all’innamoramento». I più popolari sono Character.AI e Replika, il cui sito recita “Sempre qui per ascoltare e parlare, sempre al tuo fianco”. Funziona così: scarichi l’app e crei l’avatar con cui relazionarti decidendone nome, aspetto, personalità. Puoi scegliere un amico o un partner, a seconda di quello che cerchi. Poi inizi a parlarci: della tua giornata, dei tuoi problemi, delle tue fantasie. Il chatbot sembra capirti, ricorda tutto, non si arrabbia mai. Le funzioni base sono gratuite, ma per sbloccare conversazioni più lunghe devi pagare un abbonamento. È un modello di business che, come nota Bennato, «riflette una crescente domanda per esperienze digitali intime».

Amanti sintetici di Davide Bennato (Il Pensiero Scientifico Editore, 2025) è un saggio per chi vuole comprendere come l’era dell’AI stia ridefinendo il modo in cui amiamo, ci relazioniamo e immaginiamo noi stessi.

Meccanismi psicologici: “effetto Eliza e “sicofanzia”

Ma è un’illusione. Gli AI companion non pensano, non hanno coscienza né emozioni, sono solo addestrati su enormi quantità di dati per generare linguaggio naturale. Siamo noi ad attribuire loro tratti umani che non hanno. «Proiettiamo aspettative, speranze e bisogni emotivi su queste tecnologie» spiega Bennato «e stabiliamo connessioni con strumenti digitali che non posseggono alcuna capacità reale di reciprocità». Questo meccanismo psicologico si chiama “effetto Eliza”, dal nome del primo chatbot della storia, risalente agli anni ’60. A questo si aggiunge la “sicofanzia”: la tendenza dell’AI a rispondere in modo accondiscendente. È quasi impossibile litigare con un chatbot. Non mette il muso, raramente contraddice. Nessun attrito. La giornalista Megan Farokhmanesh, che ha sperimentato 4 diversi AI companion per Wired, ha creato su ChatGPT Jamie, un ragazzo abbronzato, tatuato e pieno di piercing. «Era un vero yes-man, sempre pronto a trasformare anche le mie peggiori azioni in qualcosa di positivo» racconta. Tipo quando bruci la cena e lui ti fa i complimenti per il tuo “approccio decostruzionista alla cucina”. Questa adulazione, conseguenza del modo in cui gli algoritmi sono addestrati, crea eco chamber emotive. «C’è il sospetto» scrive Bennato «che da Intelligenze artificiali si possano produrre intelligenze assuefattive, che creano un meccanismo che somiglia moltissimo a una forma di dipendenza relazionale».

Il paradosso del “parasocial”

Nel 2025 il Cambridge Dictionary ha scelto parasocial come parola dell’anno: descrive le relazioni unilaterali che le persone sviluppano con celebrità, influencer e, appunto, chatbot. «Queste tecnologie sono promosse come strumenti per combattere la solitudine, ma possono amplificare l’isolamento e sostituire relazioni umane autentiche con simulazioni digitali» sottolinea Bennato. Fidanzarsi con un chatbot fornisce benefici (compagnia e felicità) senza costi (stress o perdita di indipendenza). «È un meccanismo di compensazione per i bisogni emotivi insoddisfatti: un modo per colmare il vuoto creato dalla solitudine o dalle delusioni nelle relazioni reali».

Sesso con i chatbot: come e perché?

E c’è dell’altro: il sesso. Dopo la composizione creativa, il secondo uso principale di ChatGPT è il gioco di ruolo a contenuto sessuale, sebbene l’app non sia nata per questo. Davide Bennato parla di synthetic intimacy: ovvero, «la possibilità di interagire con simulacri corporei come fidanzate virtuali o chatbot erotici, capaci di replicare le caratteristiche fisiche, comportamentali e in alcuni casi anche emotive di un essere umano. Possono fungere da presenza consolatoria indipendentemente dalla loro funzione sessuale. E possono essere attrattivi sia per chi vive il sesso come terreno di esplorazione sia per chi lo teme come spazio di vulnerabilità». Il mercato dei sexbot sta crescendo rapidamente, non senza controversie. «Possono essere programmati per rispondere ai desideri degli utenti, spesso rispecchiando standard estetici altamente idealizzati, che riflettono le norme culturali dominanti. Interagire esclusivamente con corpi sintetici potrebbe portare alla perdita di interesse o capacità nel costruire relazioni con persone reali» osserva Bennato. Mentre alcune piattaforme offrono modalità spicy a pagamento e nel mondo si celebrano matrimoni simbolici tra persone e chatbot, vendere affetti sintetici è già un business.

L’economia della solitudine e altre urgenze etiche

Siamo di fronte a un fenomeno che impone riflessioni etiche urgenti. Come regolamentare i chatbot? Quale modello di relazione e di partner promuoveranno se riflettono gli stereotipi di chi li ha progettati? Che fine fanno tutte le informazioni, compresi i dati sensibili, rivelate in chat? E chi tutela i minori se consegnano tutta la loro interiorità a una persona che non esiste? Le istituzioni arrancano dietro alla tecnologia, mentre le Big Tech guadagnano milioni. I chatbot da compagnia si inseriscono in quella che Bennato chiama “economia della solitudine”: «Il mercato risponde con artefatti ad hoc verso un consumatore nuovo, isolato, urbanizzato, poco disposto a relazioni stabili, in cerca di soluzioni “a bassa intensità” per appagare il proprio senso di vuoto».

Theodore viveva in una città di milioni di persone e non parlava con nessuno. Passava le giornate a scrivere lettere d’amore per conto di sconosciuti. Non era meno solo prima di Samantha. Qualcuno ha soltanto trovato il modo di vendergli compagnia, ma la sua solitudine era già lì. Ed è quello, per me, il vero inizio della storia.

AI companion: i rischi per i più giovani

Nel 2024 Sewell Setzer, 14enne statunitense, si è tolto la vita. Aveva sviluppato una relazione con un chatbot ispirato a Daenerys Targaryen di Game of Thrones su Character AI. La madre ha fatto causa all’azienda perché, quando il ragazzo ha confessato pensieri suicidi, l’avatar è rimasto nel personaggio, senza attivare protocolli di emergenza. L’AI sta entrando sempre di più nella quotidianità dei minori. Con quali conseguenze? Molte app non hanno verifiche efficaci sull’età, mancano filtri di sicurezza. E, soprattutto, gli esperti avvertono che i chatbot non sono strumenti progettati per sostenere la complessità evolutiva dell’adolescenza.