La mia prima Miranda era un uomo. Dirigeva con piglio dispotico e proverbiale asciuttezza un settimanale di wellness per signore. Il suo ufficio era una no-fly-zone. Si entrava di rado, si parlava sottovoce, si sperava di uscirne con un cenno di assenso. In quella sua introversione silente, era capace di sfuriate memorabili. Governava la redazione con l’arma più usata dai dittatori: la paura. Bravo, era bravo. E anche giusto. Un Mangiafuoco dai saldi principi, da cui ho imparato molto. Non solo il mestiere, anche il rispetto. L’amore e la cura per il proprio lavoro. Entrava alle 7, usciva alle 21. L’unico accorgimento era non contrariarlo. Il giorno che, novella praticante, gli chiesi 2 giorni di ferie perché da mesi non tornavo dai miei, rispose sintetico: «Fatti mandare una foto». Non era un’eccezione. Il gusto sadico era un tratto dell’epoca.
Cape dispotiche sulle orme dei maschi
Le direttrici sapevano fare anche peggio. Entrate con pionieristica determinazione nelle stanze dei bottoni (nello specifico quelli sartoriali, essendo le virago delle riviste patinate), esercitavano il potere conquistato col dogmatismo delle neofite. La redazione era il loro regno, la monarchia assoluta l’imprescindibile modello. Allora nessuna sapeva che quella egemonia aveva un prezzo. Troppo inebriante sedere sul trono per rendersi conto a cosa toccava rinunciare per respirare l’aria da quella altitudine e avere i privilegi dei maschi. Poltrona di pelle, auto aziendale e stuoli di sudditi da vessare. Non solo le solerti redattrici, pronte a esaudire tutti i capricci della regina, facendo e disfacendo, uscendo a notte fonda, divorziando, ma anche il codazzo delle altre cortigiane: segretarie, publisher, art director, advertising manager, pierre zerbino e assistenti tuttofare. Guai a contraddire Her Majesty. La quale spesso, fuori dal reame, era una donna che aveva sacrificato affetti e sogni familiari. Oppure li gestiva malamente, perché nessuno aveva ancora inventato il concetto di work-life balance e c’era un solo modo di imporsi in un mondo ad alto tasso di testosterone: fare le UOME. Come qualcuno coniò nei lontani ’90.
La conquista del potere
A ripensarci oggi, più che terrore mi fanno tenerezza. Più che rancore, per tutte le lacrime che ci hanno fatto versare e le ore passate a fare anticamera davanti ai loro “gabinetti” che esalavano effluvi di orchidee ed eau de parfum, mi suscitano ossequio e ammirazione. Perché hanno aperto un varco, gettato le basi di un sentiero che non c’era. Imbastendo un metodo e una liturgia che hanno permesso di costruire un’aura di carismatica autorevolezza attorno a un genere fino ad allora condannato a ruoli da gregaria nelle retrovie. Ancora oggi, quando mi capita di incontrare le capostipiti di quella prima generazione di direttore, mi riesce difficile non dare del lei. Sono icone ambulanti, Madonne laiche che emanano un alone di sacralità. E giuro che non sto esagerando. Le abbiamo messe su un piedistallo e lì le vogliamo lasciare.
Una nuova forma di leadership
A farci trattar male, con l’occhio del poi, ci abbiamo guadagnato più noi che loro, falangi armate, soldati semplici. Non solo perché ci siamo allenate alla battaglia e alla fatica (benché lastricata, la strada della parità è ancora lunga e in salita), ma perché abbiamo capito che quella leadership andava ripensata. Non è obbligatorio fare le Mirande per comandare. Ingiungere, umiliare, sminuire, benevolmente approvare e benedire. Si può amministrare l’autorità sperimentando altruismo e gentilezza. Ché i bisogni delle donne sono identici, qualsiasi sia il loro ordine e grado. Gestione sincrona di call e spesa online, riunioni plenarie e saggi di tip tap. Quindi, tanto vale darsi una mano. E scavalcare i modelli “virili” – voce grossa, orari rigidi, brief rigorosamente al calar del sole – per escogitarne altri più flessibili e creativi, in cui il lavoro si adatta alle persone, non il contrario, senza per questo “bucare” il risultato. Ci stiamo lavorando.
Se il trono vacilla
Chissà se anche Andrea Sachs, l’eroica stagista di Il Diavolo veste Prada, riuscirà nell’attesissimo sequel a smantellare la corazza di Miranda Priestly e a fare emergere il suo volto umano. Lo avevamo intravisto nel primo film, quando tra i fasti della Fashion week parigina, incassa il colpo del matrimonio finito (il terzo) e si nasconde dietro gli occhiali scuri. Stavolta dovrà fronteggiare un’altra crisi. Quella della moda e del mercato. Che cosa resta di una sovrana quando il suo impero vacilla? Può perdere la testa (Maria Antonietta insegna) o tornare per terra. Le suddite saranno lì ad aspettarla. Ma senza portarle il cappuccino.