Non amano giochi o sport di squadra, ai quali preferiscono quelli individuali. Spesso si fermano ad ascoltare i discorsi degli adulti, trascurando le chiacchiere con i coetanei. Sono i giovani e giovanissimi “otroversi”: né introversi, né estroversi. Il loro comportamento, difficilmente inquadrabile nelle classiche categorie, può preoccupare i genitori. Ma il loro comportamento va prima di tutto capito, come spiega l’esperta.
Chi sono gli otroversi?
«Sofisticati e riflessivi, spesso con una saggezza che va oltre la loro età». Sono i bambini e i ragazzi otroversi, nella definizione che ne ha dato lo psichiatra Rami Kaminski. Sono giovani e giovanissimi che non rifiutano le relazioni con coetanei, ma preferiscono di gran lunga i rapporti individuali, uno alla volta. Se praticano sport, non amano quelli di squadra, preferendo quelli individuali. Quando invece si tratta di conversazioni, tendono a privilegiare quelle con gli adulti alle confessioni e chiacchiere con i coetanei. Per questo sono spesso visti come “strani”, quando non asociali.
La terza via tra solitudine e socialità
A volte i genitori di questi bambini o adolescenti si preoccupano, temono che i loro figli abbiano un “problema”. Ma in realtà andrebbero prima di tutto capiti, abbandonando gli stereotipi secondo cui o si è molto vivaci e compagnoni oppure si è solitari e riflessivi. E se invece esistesse una terza via? Secondo Kaminski la risposta sta proprio nella natura degli otroversi, che sono semplicemente più autonomi e indipendenti, dunque non sentono il bisogno di stare col gruppo o di averne l’approvazione.
Otroversione: la risposta empatica al trauma
«Otroversione è il termine coniato proprio da Kaminski per descrivere un atteggiamento opposto all’introversione, da cui si differenzia perché ci si rivolge verso l’esterno, verso gli altri e verso il mondo, anche in condizioni difficili. È quella capacità di trasformare il trauma in altruismo e dedizione agli altri, che in psicoanalisi trova conferma nei concetti di sublimazione, riparazione, mentalizzazione ed elaborazione del lutto, che permettono di reinvestire l’energia psichica in nuovi legami. Oggi si parla di crescita post-traumatica, cioè la capacità di usare la sofferenza come fonte di empatia e impegno verso gli altri», spiega Adelia Lucattini, psicoanalista della Società Psicoanalitica Italiana e dell’International Psychoanalytical Association, esperta di bambini e adolescenti.
Distanza emotiva e capacità di stare con se stessi
«A differenza degli introversi, gli otroversi non cercano l’isolamento, ma mantengono una “giusta distanza” emotiva dalle dinamiche di gruppo, senza escluderle ma privilegiando relazioni individuali profonde». Come spiega Lucattini, «avere delle attività che si è in grado di svolgere da soli indica una buona capacità di stare con se stessi. D’altro canto, se le si preferisce alla compagnia di amici e coetanei o se impegnano la maggior parte del tempo libero, possono indicare introversione. Si tratta, comunque, di un’attitudine naturale, fisiologica e anche necessaria in alcune fasi della vita come l’adolescenza. Uno studio pubblicato dalla Cornell University, infatti, ha evidenziato che l’influenza della musica, ascoltata da soli, raggiunge il picco intorno ai 13 anni e con un cambiamento significativo intorno ai 25 anni», sottolinea Lucattini.
Quanto conta il fattore età e quando iniziare a preoccuparsi
«Oltre alla personalità, quindi, anche l’età, gli incontri, l’educazione, lo studio e le esperienze di vita, influenzano la propensione a cercare momenti di solitudine in cui ci si dedichi ad attività rilassanti, intime e creative», chiarisce ancora Lucattini, che però esorta a prestare attenzione a quelli che possono essere segnali più preoccupanti: «L’introversione, di per sé, non è patologica. Se invece è associata a isolamento, perdita di interesse per attività che in precedenza erano amate o vissute come piacevoli, può essere un segnale di disagio psicologico o difficoltà nelle relazioni. In questo c’è una differenza con gli otroversi».
Giovani che viaggiano a ritmo più lento
Negli otroversi, infatti, il rifiuto apparente di vita sociale è motivato dalla necessità di rallentare, di non farsi trascinare dagli eventi e dagli impegni (tanti e a volte troppi), che scandiscono le vite quotidiane di tutti, giovani compresi. «Gli otroversi “scelgono con cura” dove e come investire la propria energia e chi frequentare. Sono saggiamente selettivi per garantirsi un buon equilibrio e trovare una comfort zone dinamica, aperta, ma mai casuale. Il loro apparente rallentare non è una forma di evitamento, ma serve a pensare, sentire, elaborare, in un’epoca come quella attuale, che tende a chiedere invece prestazioni immediate, reattività costante, improntata alla velocità e al “mordi e fuggi”».
Quando compaiono altri campanelli d’allarme
«Se alcune attività sono condotte in solitaria, quindi, non è un problema; quando, invece, diventano un rifugio esclusivo, il quadro può cambiare. È importante valutare da quanto tempo dura il ritiro e se si intravedono anche altri segnali di sofferenza, come tristezza persistente, sbalzi d’umore, aggressività, insonnia, calo del rendimento scolastico, uso di sostanze – chiarisce Lucattini –Se i genitori notano che i propri figli adolescenti tendono a isolarsi, leggendo sempre, ascoltando musica a tutto volume o isolati nelle cuffie, barricati in camera per giorni, e soprattutto evitando gli amici, è importante non ignorare i segnali, mantenere la calma e reagire senza allarmismi eccessivi».
Ascoltarli senza forzarli: come sostenere gli otroversi
«La chiave è osservare, ascoltare, parlare con loro dei loro interessi, tollerare i normali silenzi e agire con gradualità. Mostrare interesse per i loro gusti musicali o letterari è un modo per entrare nel loro mondo senza invaderlo. Fondamentale è offrire uno spazio in cui possano sentirsi accolti anche nei loro silenzi o sbotti improvvisi, apparentemente out of the blue: verrà il momento in cui potranno dirvene le ragioni. Infine, quando il ritiro è persistente (oltre 3 mesi) e si accompagna a segnali depressivi, non bisognerebbe attendere che “passi da solo”. In questi casi è sempre utile consultare uno specialista per stabilire insieme il modo più efficace per aiutare i figli», conclude la psicanalista.