A me, un tempo, i maschi facevano paura. Da piccola li guardavo da sotto a sopra: giganteschi, magnifici e terrificanti. Ai miei occhi erano una specie aliena, proveniente da un pianeta che scrutavo a distanza di sicurezza, senza capirlo. Cresciuta da una mamma ai miei occhi single e da una nonna che, rimasta vedova, pareva rifiorita, apprezzavo le incursioni di un papà meteora, troppo inafferrabile per rassicurarmi.

L’immaginario maschile della mia infanzia

Abitavo in un appartamento al primo piano e al terzo viveva Nina, la mia migliore amica. Nina aveva un fratello maggiore che, impunito, la vessava senza pietà. Ogni pomeriggio mi inerpicavo su per le quattro rampe di scale che ci separavano e la trovavo prigioniera nello sgabuzzino, incaprettata sotto il tavolo della cucina, ammanettata con i polsini da tennis. «Mi liberi?» chiedeva placida, con la rassegnata indifferenza dell’abitudine, mentre di là la madre stirava cantando e il carnefice, capelli biondi e faccia d’angelo, giocava a Subbuteo sul tappeto, pianificando la tortura successiva. Il fratello di Nina e la sua fredda ferocia devono avere irrimediabilmente plasmato l’immaginario maschile della mia infanzia, creando un misto di repulsione, timore e perversa attrazione che mi sarei portata dietro a lungo. I primi amori hanno restituito, con alterni risultati, un volto umano all’altro genere, che tuttavia ho continuato a considerare estraneo. Quando ho deciso di riprodurmi ero convinta che, dal mio corpo, potessero uscire solo mie simili: non avevo proprio contemplato la possibilità di generare altro da me. Per questo, quando il ginecologo, scandagliando la mia pancia, esclamò con immotivata soddisfazione: «Guarda lì che bello scroto!» – non una, non due, ma ben tre volte – io e le mie approssimative nozioni di anatomia pensammo a un errore. E invece no.

Superare la paura per educarli

A me, un tempo, il cromosoma XY faceva paura. Oggi, con tre figli tra i 15 e i 22 anni, e un marito ultracinquantenne, sono maschi le mie persone preferite, i miei grandi amori, i soggetti delle mie fotografie, la mia croce e la mia delizia, i colonizzatori di ogni spazio fisico e mentale, l’alfa e l’omega del mio universo affettivo. E mi è toccato conoscerli, studiarli, capirli, educarli, crescerli. Mi è toccato ingaggiare dei corpo a corpo sfrenati per contenere la loro fisicità scomposta, imparare la loro lingua di suoni gutturali e monosillabi, decifrare i loro pieni e i loro vuoti.

Cogliere la cura dentro gesti maldestri, reprimere la loro irruenza, coltivare la loro tenerezza affinché la esibiscano come un tesoro invece che nasconderla come un’onta

Mi è toccato spiegare che no, il pisello non è il centro del mondo, meraviglia delle meraviglie, venerabile totem, ma un organo come gli altri, un’appendice largamente diffusa e quindi, nel grande gioco della domanda e dell’offerta che regge le nostre vite, un articolo piuttosto scontato e comune. Mi è toccato stare all’erta ogni volta che alzavano la voce, le mani, la temperatura dell’interazione. E smontare, spiegare, tradurre, ripetere, sviscerare, operazioni a cui i maschi sono refrattari.

Esercitarli alle emozioni

Tanti anni fa, quando ancora ero immersa nella maternità intensiva di pappe, latte e accudimento e le differenze di genere stavano solo nel colore delle tutine che regalavano i nonni, andai a visitare un centro per uomini maltrattanti, autori di abusi sulle donne. Li chiamavano così: né malati né mostri perché, dissero, la violenza è sempre una scelta, consapevole ed evitabile. Mi spiegarono che spesso, alla radice dei comportamenti violenti, c’è l’analfabetismo affettivo degli uomini che non sono in grado di chiamare, e quindi riconoscere, l’ampia gamma di sentimenti che li governa. Così l’innominata radice di ogni pulsione – frustrazione, tristezza, ambivalenza, inadeguatezza, insicurezza – viene semplificata e ridotta a rabbia, moto virile e confessabile, facile prodromo di violenza.

Non chiedere aiuto ma condivisione

Fu allora, in un tempo in cui ancora allattavo, che decisi che, per consegnare al mondo uomini perbene, avrei dovuto condividere con loro l’abbecedario emotivo in modo da fornire strumenti di prevenzione e di consapevolezza. E ho capito presto che con i maschi, per avere risposte e non grugniti («Come stai?» «Sgrunt» «Cosa pensi?» «Ronf»), dovevo, io per prima, mettermi in gioco e raccontare, espormi, dare l’esempio. Già, l’esempio, arma di educazione di massa tra le più efficaci e faticose. Perché l’esempio ti inchioda alla coerenza tra il dire e il fare, all’integrità, alle linee rette. Si diventa grandi per imitazione. Per questo è importante, con tutti i figli ma con i maschi di più, non chiedere aiuto ma condivisione, non insegnare l’esecuzione ma la responsabilità dell’iniziativa. Sono caduta nella tentazione, facile e divertente, di incasellarli in ruoli e figurine («il bello, il pazzo, il cuore di pietra », «l’empatico, il poeta, il logico») e poi ho fatto marcia indietro perché, per pensarsi onnipotenti e infiniti, bisogna essere liberi e comodi nei propri panni mutevoli.

Parlare senza tabù

Ho incoraggiato, non sempre con successo, la gentilezza, pratica rivoluzionaria e salvifica, scelta continua di sopravvivenza e civiltà. Ho predicato l’igiene quotidiana, battaglia necessaria benché talvolta efferata. Ho riso, pianto un po’, mostrato la mia forza e le mie fragilità, la mia paura e il mio coraggio, non perché sono una donna ma perché sono umana, e quello che rende speciali noi umani non sono le nostre superfici immacolate e intatte ma la luce storta che filtra dalle nostre crepe.

Mi sono ritrovata a parlar loro delle polluzioni notturne (quando servono, i padri non ci sono quasi mai), di masturbazione, di sesso e dell’importanza dell’intimità, perché la scoperta del corpo, proprio e altrui, richiede rispetto, discrezione e solitudine

Mi sono avventurata in territori insidiosi e delicati in cui non serve la vergogna. Ho condiviso i crampi delle mestruazioni e l’ottovolante della menopausa perché anche loro devono sapere cosa affligge noi. E adesso li guardo, mentre litigano, infornano biscotti, si innamorano, tornano tardi la sera, fanno i baby sitter, si interrogano e si rispondono. Li guardo nel loro disordine, nel loro sbocciare, nel loro farsi uomini, forse perbene. Certamente avrò sbagliato nel mio cammino al loro fianco, perché è il destino dei genitori. Ma, se non altro, non somigliano affatto al fratello di Nina e io, grazie a loro, non ho più paura dei maschi.