Un tempo, lo spazio racchiuso tra le tue braccia era il posto dove preferiva stare. Ci si infilava quando era triste e aveva bisogno di un rifugio. Ma anche quando si sentiva bene e, lì dentro, la felicità si elevava magicamente al quadrato. E che cosa dire delle tue carezze? Erano più efficaci di mille parole: riuscivano a rassicurarla, calmarla, trasmetterle gioia e coraggio. Poi, nel giro di quello che ti è sembrato un battito di ciglia, il superpotere del tuo tocco si è completamente spento. E la kriptonite si chiama, manco a dirlo, pubertà. Basta abbracci, figuriamoci i baci: tua figlia adolescente non vuole più – o vuole rarissimamente – che la tocchi. Non cerca il contatto fisico, ok, ma non è finita: spesso pare infastidita anche se capita per sbaglio, quando le togli una briciola dalla maglietta o la sfiori appena per far scappare una zanzara. Diciamola piatta: tua figlia ti schifa.

Tua figlia ti schifa perché cerca se stessa

Il fatto che, confrontandoti con le amiche, tu abbia scoperto che si tratta di un tracollo piuttosto comune, un po’ di tranquillizza. Ma non fai che chiederti, che cos’è successo? E a ruota, cos’ho sbagliato? «Ovviamente non sei tu che all’improvviso sei diventata insopportabile» spiega Maria Gabriella Scuderi, psicologa e psicoterapeuta sistemico relazionale. «Nell’età di mezzo che tua figlia sta attraversando, il suo corpo diventa una frontiera da difendere, perché è il punto di partenza per definire un’identità autonoma e orignale, che non guarda più solo alla famiglia. Prima il modello erano mamma e papà, adesso diventano molto più interessanti l’influencer carismatico, il fratello maggiore, l’amica che sembra già sapere come gira il mondo. Per tracciare i nuovi confini, alla tua ragazza serve anche un distacco fisico: quel fastidio quando lo sfiori non è cattiveria, è il segnale che sta cercando di diventare qualcuno indipendentemente da te, là fuori, nel mondo».

Il corpo in via di trasformazione la disorienta

Ma se non cerca più i tuoi abbracci non è solo questione di indipendenza. C’entra anche il corpo “in subbuglio”. «Il corpo di un’adolescente è come una casa messa sottosopra da una ristrutturazione: pareti che si spostano, stanze che cambiano forma e colore» osserva Scuderi. «E mentre geometri e muratori (gli ormoni) lavorano senza sosta, chi ci abita si sente un ospite spaesato. Guardarsi allo specchio è un po’ come aprire la porta di un soggiorno che ieri era bianco e oggi è pieno di mattoni a vista. Normali chiedersi: “Ma questa è davvero roba mia?”. Ecco perché, quando tu ti avvicini troppo, tua figlia scatta come se le avessi dato un pizzicotto: la costringi a sentire un corpo che lei non sa ancora abitare».

Se tua figlia ti schifa, c’entrano anche gli sguardi del mondo

A complicare la faccenda c’è un’esperienza che è toccata a tutte durante la pubertà, quando ci si accorge che quel corpo non solo cambia, ma diventa oggetto di sguardi. Il seno che spunta, le gambe che s’allungano: ogni dettaglio diventa un cartello luminoso che mette le ragazze al centro di un palcoscenico spesso indesiderato. «Invece di sentirsi protagonista, è probabile che tua figlia si senta osservata, giudicata, fuori posto» suggerisce la dottoressa Scuderi. «I gesti d’affetto possono trasformarsi in reminder imbarazzanti di tutte le trasformazioni che al momento la disorientano. In fondo, chiede solo una tregua: un po’ di pace e qualche stimolo in meno per provare a ritrovare lei, per prima, un equilibrio con il suo corpo nuovo di zecca».

È più brusca con te? Perfettamente normale

Se hai un figlio maschio, oltre che una femmina, potresti forse confermarlo: in genere, la ragazza si tiene a distanza di sicurezza da te, il ragazzo dal papà. «Una sorta di suddivisione che segue una logica precisa: il genitore dello stesso sesso, che è stato per anni il modello da imitare e quello in cui rispecchiarsi, diventa adesso la persona da cui prendere le distanze», spiega la psicologa. Così le figlie tendono a diventare più brusche e insofferenti con le mamme, e i figli con i papà. «Quando la ragazza rifiuta in blocco gli abbracci del padre, di solito si tratta di un gesto calcolato, una punizione per fargli pagare il fatto di essere distante, poco empatico e poco presente».

Non è il momento delle coccole a più non posso

Altra questione delicata: a volte, il rifiuto è più marcato quando la mamma, per amore, è stata un po’ pressante. «Capita spesso: quando i bambini sono piccoli, si concentra tanta energia nel crescerli, li si riempie di coccole, baci, attenzioni» dice Scuderi. «Tutto bellissimo e naturale, finché non arriva la pubertà: lì quel surplus d’affetto può trasformarsi in un boomerang. Non perché i ragazzi smettano di voler bene, ma perché hanno bisogno di delimitare il proprio spazio vitale. Se una presenza – anche la più amorevole – invade costantemente quel confine, il rischio è che venga percepita come un’intrusione. Il distacco equivale a dire: “Grazie, ma adesso provo a farcela senza il tuo supporto”».

Passerà quando le emozioni torneranno al loro posto

Finalmente, ecco una buona notizia: questa fase passa. Proprio com’è passato il periodo dei capricci nel reparto giocattoli. «Non resterai per sempre la mamma “schifata”: intorno ai vent’anni, con la crescita emotiva e relazionale, il contatto con tua figlia tornerà a essere naturale» rassicura la psicologa. «Succede quando gli adolescenti definiscono la loro identità e, al tempo stesso, smettono di risentire di quel minestrone confuso di sentimenti – dove l’amore per i genitori, l’attrazione, l’amicizia e il bisogno di indipendenza si mescolano senza distinzione – e cominciano a sistemare ogni emozione al proprio posto. Con le prime relazioni affettive, o anche solo con un equilibrio costruito grazie agli amici, imparano a differenziare i legami. Così, quando diventano adulti, non hanno più motivo di rifiutare il gesto d’affetto. Anzi, spesso sono loro a cercare un abbraccio».

Se tua figlia ti schifa, al posto degli abbracci offrile ascolto

Ok, tua figlia tornerà tra le tue braccia, prima o poi. Intanto, però, provi mancanza, nostalgia, a volte un po’ di rabbia: “Ma come, con tutto il bene che le voglio mi tratta così?”. «La verità è che l’ingratitudine non c’entra: quel “no” al contatto non è un attacco personale, è un modo per dire “sto imparando a stare in piedi da sola”» precisa Scuderi. «Accettarlo non è facile, ma è il regalo più grande che una mamma possa fare a una figlia (e a un figlio): rispettare il suo spazio sapendo che è proprio quello che serve per diventare grandi. Nel frattempo si può restare vicini offrendo il proprio supporto, parlando e ascoltando, e con piccoli gesti che non invadono ma fanno sentire la presenza. La distanza fisica non cancella la vicinanza emotiva: è solo un nuovo capitolo, che richiede meno carezze e più comprensione».