«Cos’è che mangi adesso a colazione?». Forse la vera misura della lontananza da una figlia fuorisede è non riuscire più ad anticipare i suoi gusti: non essere più lì pronta ad assecondarli perché, di fatto, lei è cambiata.

Scegliere di studiare fuorisede è una cesura fortissima

La scelta di studiare in un’altra città segna uno spartiacque con la vita che l’ha preceduta, una cesura tra tutto ciò che è venuto prima, e quello che viene dopo: i peluche, i giochi e i cuscini col cuore li avevi già messi in cantina, ma ora a sparire sono i suoi vestiti, il suo beauty, i suoi libri. Resta l’inutile, il superfluo. Resti tu. E così tutta lei fuoriesce dal tuo raggio d’azione, dall’occhio di quel radar così rassicurante ma anche, in fondo, così opprimente. Se ci pensi, però, allo scanner materno si era già sottratta da sola, in modo naturale, in quel ping pong di allontanamento e avvicinamento alla famiglia che rappresenta per tutti il diventare grandi. Le uscite con gli amici, le serate e qualche “after”, le vacanze da sola, l’interrail con le foto che arrivano a spizzichi e bocconi quando c’è il wi-fi, il non sapere dov’è in tempo reale: a tutto questo hai avuto tempo di abituarti. Hai imparato a convivere con i piccoli, dolci distacchi.

Come cambiano i distacchi

Il treno che parte dal binario, però, e lei col valigione che ti saluta con gli occhi lucidi, è un’altra cosa, perché sai che per tanti anni non tornerà, che non ti telefonerà tutti i giorni, che non saprai cosa ha mangiato a pranzo e se ha dormito bene. Che non ci sarà il bacio del buongiorno (da noi usa così) e neanche le chiacchiere con la maschera in testa. Ci saranno però sempre i tuoi pensieri speciali per lei, angoli silenziosi della mente che imparerai a riservarle nell’assenza. E ci sarà sempre quell’elastico d’amore tutto vostro che si tenderà e diventerà lunghissimo per settimane, per poi all’improvviso accorciarsi, quando lei tornerà anche solo per qualche giorno. E tu penserai già giorni prima all’abbraccio in stazione.

Quando la figlia fuorisede torna

Quando torna allora tu riempi il frigo, allerti la nonna che si risveglia dal torpore della lontananza e inizia a cucinare le cose che le piacciono, tenti di organizzare del tempo insieme a lei con l’agenda sottomano perché quello rappresenta per te – deve rappresentare – un tempo speciale, quello in cui lei c’è. Ma poi ti rendi conto che è un tempo normale perché le giornate scorrono esattamente come quando lei è lontana 600 chilometri, tra il lavoro, la spesa, le incombenze, la burocrazia. L’amore resta sullo sfondo, e così anche lei. E tu finisci imprigionata in questo gioco di aspettative che, impietoso, non risparmia te, ma neanche lei.

Le aspettative di chi resta e di chi torna

Anche lei infatti si aspetta tanto, quando rientra. I primi tempi glielo leggevo nel cuore, sentivo che lei si immaginava di trovare sempre una festa, con tutti noi sorridenti e che ogni cosa danzasse intorno al suo rientro. Non me lo diceva ma io sapevo che l’impatto con la routine di noi, che siamo rimasti agganciati esattamente dove ci aveva lasciato, è stata tante volte una delusione, che calava come un velo oscuro sul suo sguardo. Gliel’ho visto tante volte, quello sguardo appannato, ma ci siamo capite senza bisogno di parole. Adesso, dopo tre anni, quello sguardo è diverso: è quello di una piccola adulta alle prese con una vita che resta patinata solo nei suoi sogni e in certi post su Instagram ,che però anche lei, come tutti noi adulti affannati, frequenta sempre meno.

Cambia la figlia fuorisede, ma cambi anche tu

Per fortuna se lei cambia, e non sai più cosa mangia a colazione, cambi anche tu. Impari a non sentirti più indispensabile, a non tappare tutti i buchi, a non soccorrerla a ogni richiesta d’aiuto. A trovare spazi tuoi, magari anche qualche momento di leggerezza in cui torni un po’ ragazza pure tu. E poi nel frattempo cambiano anche gli altri figli in casa: chi resta, si accaparra in modo naturale tutte le tue attenzioni, riempiendo quel tempo e quegli spazi che ti devono “avanzare” per forza, perché lasciati vuoti dalla figlia fuorisede.

Il senso di colpa di dedicarsi a chi resta

E così inizi a fare i conti con un sottile senso di colpa, quasi che dedicandoti di più agli altri figli, togliessi qualcosa a chi se n’è andato. «In fondo, te ne sei andata, l’hai scelto tu»: la verità è questa, l’ho pensata anche io tante volte, ma non gliela dirò mai. Non voglio perché sarebbe come gettarle addosso il peso di quella complessità che io conoscevo, perché già la vedevo, ma che lei nella giusta ingenuità di una ragazza neanche immaginava: una città ancora più grande della metropoli in cui viviamo, amici tutti da trovare, nessuna certezza se non se stessa. «Potevi dirmelo che era così difficile». Già, ci ho provato. Ci provi, ma lo fai timidamente perché pensi che un conto è stata la tua esperienza 30 anni prima, un conto è la sua. Anche io sono stata una fuorisede, ma in un tempo che ormai è troppo lontano da questo. Siamo troppo diversi dai nostri figli, e il nostro presente di oggi è così paradossale rispetto a com’eravamo noi alla loro età, che non possiamo pensare di incidere in modo netto nelle loro scelte. Tanto meno una volta che si sono compiute.

La crescita veloce di chi vive lontano da casa

Possiamo solo pensare di sostenerli in questa strada che si sono scelti, piena di enormi incognite ma anche di meravigliose opportunità di crescita. Una crescita che viaggia a una velocità diversa rispetto ai figli che restano, e che per forza ti scappa via, ma che riacciuffi in quella telefonata in cui non ti chiede aiuto per risolvere un problema, ma per condividere pensieri, sogni, esperienze, emozioni. Lì allora capisci che sei tutto meno che superflua, che rimani un punto di riferimento importante e che, se tanti anni prima la rincorrevi arrancando mentre sgambettava coi codini, ora ti puoi fermare, tirare un bel respiro e contemplarla.