“Non aprite quel registro elettronico” potrebbe essere il titolo di un horror. Protagonista, una mamma che, nel tardo pomeriggio, magari mentre torna dal lavoro stanca e spettinata, commette l’imprudenza di dare un’occhiata all’app. Ed ecco il colpo di scena: un nuovo avviso dell’insegnante con compiti a casa inattesi, spuntati a sorpresa quando la giornata è agli sgoccioli, in grado di far saltare i nervi e/o scoppiare in lacrime.
Se la situazione ti suona familiare, sappi che, forse, almeno questo macigno è in via di risoluzione. Una nuova circolare del Ministero dell’Istruzione e del Merito ribadisce che i compiti last minute – piovuti sul registro poche ore prima della campanella – sono banditi. Quello che gli studenti devono fare a casa va comunicato con un certo anticipo e scritto sul diario di carta come ai vecchi tempi.
Compiti a casa, la responsabilità torna ai ragazzi
«La nuova circolare contiene un invito che condivido, non tanto perché i ragazzi vadano protetti da ogni imprevisto – nella vita le emergenze esistono, ed è meglio farci presto i conti – quanto perché restituisce loro una responsabilità che, negli anni, è scivolata sempre di più sulle spalle dei genitori», afferma Giada Zurlo, educatrice di discipline positive per genitori, fondatrice di Genitori Diversi. Che chiarisce: «Se una consegna viene caricata sul registro elettronico di sera, chi è più probabile che la veda? La mamma o il papà, che finiscono per trasformarsi nei project manager dei figli: controllano cosa c’è da studiare, comunicano le scadenze e ricordano gli impegni. Annotando le consegne sul diario di carta, gli studenti sanno che cosa li aspetta (e scriverlo a mano aiuta anche a ricordarlo) e sono spinti ad affinare le proprie capacità organizzative».
Meno registro elettronico, meno smartphone
Il discorso vale per i bambini, ma anche per i più grandi che hanno già lo smartphone. «Dover controllare il registro elettronico per non perdersi un compito last minute diventa un motivo in più per restare connessi, con il telefono a portata di mano. Essere sempre raggiungibili e sentire l’obbligo di verificare le notifiche crea uno stato di allerta stressante per noi adulti, figuriamoci per gli adolescenti», osserva Zurlo.
Senza contare un altro effetto paradossale. «Se lo smartphone diventa necessario per restare aggiornati sulle questioni legate alla scuola, i genitori possono sentirsi costretti a comprarlo ai figli prima di quanto vorrebbero – e prima di quanto sarebbe consigliabile farlo»
Compiti a casa: aiutarli non significa farli al posto loro
Ma una volta che i compiti sono tornati sul diario, la domanda per i genitori resta la stessa, datata come le nostre Smemorande che prendono polvere sugli scaffali: quanto è giusto aiutare i figli? Perché ci sono mamme e papà che, appena possono, si siedono accanto a loro per spiegare, suggerire, controllare. E magari, alla fine, danno anche una sistematina agli errori. Tutto con le migliori intenzioni, ma fanno bene?
«La regola base è che il compito deve farlo il ragazzo, il più possibile in autonomia. Possiamo indicargli una strada, aiutarlo a trovare la soluzione, ma non dargliela», spiega Zurlo. E guai a cedere alla tentazione di correggere tutto perché arrivi a scuola con un lavoro perfetto. «Sbagliare e imparare a gestirne le conseguenze è una tappa fondamentale nel percorso di crescita. E poi quegli errori rappresentano un’informazione preziosa per l’insegnante: gli mostrano che cosa non è stato capito e dove occorre intervenire».
Quando serve una mano in più
Naturalmente non tutti i ragazzi hanno le stesse esigenze. «Alcuni fanno oggettivamente più fatica a concentrarsi, a stare seduti, a organizzare il lavoro. In questi casi un sostegno maggiore può essere importante», precisa Zurlo. È molto utile stabilire una routine per i compiti a casa: iniziare a farli sempre alla stessa ora, in un luogo tranquillo, con poche distrazioni. Se serve un aiuto in più, non è detto che mamma o papà siano le persone giuste. «Anzi, a volte il genitore è troppo coinvolto emotivamente: basta un esercizio che non torna perché salgano nervosismo e tensione». Meglio, allora, valutare un supporto esterno: un insegnante o uno studente più grande per delle ripetizioni, ma anche un familiare o un compagno di classe più portato per la materia che stanno studiando.
Diverso è il caso di chi avrebbe gli strumenti per cavarsela da solo, ma è stato abituato fin da piccolo ad avere mamma o papà accanto, disponibili non appena ne hanno la possibilità. «Se siamo sempre stati la sua stampella, non possiamo aspettarci che a 12 o 14 anni diventi improvvisamente autonomo». Meglio allora ritirarsi gradualmente. «Possiamo iniziare i compiti insieme e poi lasciarlo proseguire da solo, diminuendo a poco a poco la nostra presenza, che sarà sempre meno necessaria».
Loro crescono, tu fai un passo indietro
E poi c’è da considerare l’età. «Come genitori, nelle faccende pratiche, il nostro obiettivo nel lungo periodo è diventare “non indispensabili”», sintetizza l’esperta. Alle elementari è normale essere più presenti: le capacità che servono per organizzare il tempo, pianificare il lavoro e non farsi travolgere dalle distrazioni dipendono anche dalla corteccia prefrontale, che matura molto lentamente (in via definitiva addirittura verso i 25 anni).
«Crescendo, però, i ragazzi diventano via via più capaci di gestirsi e, se li abbiamo allenati a farlo, il nostro intervento deve diminuire». Fino ad arrivare alle superiori, quando possiamo idealmente trasformarci in “consulenti a richiesta”: «A quel punto sarà il ragazzo a venire da noi se ha bisogno, ad esempio per chiederci di fargli delle domande prima di un’interrogazione».