La condanna in appello di Alessia Pifferi segna una svolta in uno dei casi più discussi degli ultimi anni. La Corte d’Assise d’Appello di Milano ha deciso di riconoscere le attenuanti generiche, riducendo la pena dall’ergastolo a 24 anni di reclusione. La scelta dei giudici arriva dopo una nuova perizia psichiatrica che ha accertato la capacità di intendere e di volere della donna, ma anche una condizione di fragilità emotiva e immaturità affettiva. Il caso, che nel 2022 aveva sconvolto l’Italia per la drammatica morte della piccola Diana, riapre ora il dibattito su colpa, consapevolezza e responsabilità genitoriale.
La condanna in appello
Con la sentenza del 5 novembre, la Corte d’Assise d’Appello di Milano ha ridotto la pena ad Alessia Pifferi da ergastolo a 24 anni di reclusione, escludendo l’aggravante dei futili motivi e riconoscendo le attenuanti generiche. Ha invece confermato l’aggravante del vincolo di parentela, mentre la premeditazione, già non riconosciuta in primo grado, resta esclusa anche in appello. I giudici hanno inoltre eliminato la misura di sicurezza della libertà vigilata prevista al termine della pena e hanno confermato l’obbligo per Pifferi di risarcire le spese processuali sostenute dalla madre e dalla sorella, costituite parti civili. Secondo la Corte, la donna era consapevole delle sue azioni ma agì in una condizione di vulnerabilità psicologica, con tratti di dipendenza affettiva e scarsa capacità di giudizio.
La condanna in primo grado
Nel maggio 2024, Alessia Pifferi era stata condannata alla pena dell’ergastolo, ritenendola pienamente capace di intendere e di volere e colpevole di aver lasciato morire di stenti la figlia di 18 mesi, sola nel suo appartamento di via Parea, nel quartiere Ponte Lambro di Milano. In primo grado, i giudici avevano sottolineato la «lucida determinazione» con cui la madre si era allontanata per trascorrere alcuni giorni con il compagno, lasciando la bambina senza cibo né acqua. La pena massima era stata motivata con la «gravità eccezionale» del fatto e l’assenza di qualsiasi segnale di pentimento.
Le differenze tra le sentenze e i motivi della riduzione
La sentenza d’appello non mette in discussione la responsabilità di Pifferi, ma ne ridefinisce il profilo soggettivo. Secondo la nuova perizia psichiatrica, la donna non è affetta da un vizio totale di mente, ma presenta disturbi del neurosviluppo e un livello di immaturità emotiva tali da ridurre, almeno in parte, la consapevolezza delle conseguenze del suo gesto. È su questa base che la Corte ha deciso di concedere le attenuanti generiche, bilanciandole con l’aggravante del vincolo di parentela. L’aggravante dei futili motivi, invece, è stata esclusa perché non è stato ritenuto provato che la donna abbia agito per mero egoismo o per liberarsi temporaneamente della figlia. La nuova condanna, pur mantenendo la qualificazione di omicidio volontario, riduce la pena a 24 anni, il minimo previsto per il reato con aggravante bilanciata.
Le reazioni alla sentenza
La decisione d’appello ha suscitato reazioni contrastanti. La difesa di Pifferi ha espresso «soddisfazione parziale», ritenendo che la riduzione della pena riconosca finalmente le fragilità psicologiche dell’imputata. Diversa la posizione delle parti civili e dei familiari della vittima, che hanno giudicato la sentenza «una ferita nella giustizia» e «un messaggio sbagliato». Secondo la sorella di Alessia, la pena non rende giustizia alla piccola Diana, «che ha pagato con la vita la leggerezza e l’egoismo di chi avrebbe dovuto proteggerla». La madre dell’imputata, Maria Assandri, ha detto: «Sono mamma. È mia figlia pure lei. Non me la sento di commentare». Anche l’opinione pubblica si è divisa tra chi invoca pene più severe e chi ritiene necessario interrogarsi sulle condizioni di isolamento e disagio che possono portare a tragedie simili.
La vicenda
Il dramma risale a luglio 2022, quando Alessia Pifferi lasciò la figlia Diana, di un anno e mezzo, sola nella casa di Milano per circa sei giorni. Al suo ritorno, la bambina era morta per disidratazione e denutrizione. Secondo le indagini, la donna si era recata a Leffe, in provincia di Bergamo, per stare con il compagno, sostenendo falsamente che la bambina fosse con la babysitter. Il caso, fin dall’inizio, aveva colpito per la crudeltà e l’assurdità dei fatti, diventando uno dei simboli più discussi del rapporto tra genitorialità, solitudine e disagio psichico.