Nel nostro quotidiano siamo circondati da riti che consideriamo innocui: l’uomo che siede a capotavola, il cognome del marito sulla scheda elettorale, o quella frase che sentiamo ripetere ogni volta che la cronaca nera squarcia il silenzio: «Era tanto un bravo ragazzo». Paola Di Nicola Travaglini, consigliera della Corte di Cassazione, ha deciso di togliere il velo di ipocrisia che copre la violenza maschile contro le donne, mostrandoci come essa affondi le radici non nei “mostri”, ma nei piccoli gesti della nostra quotidianità. Una conversazione per imparare a indossare, finalmente, le “lenti di genere”.
Intervista alla giudice Paola Di Nicola Travaglini
Giudice Di Nicola Travaglini, partiamo dal titolo del suo libro: Era tanto un bravo ragazzo. È la frase che vicini di casa, parenti e media pronunciano quasi increduli dopo un femminicidio o un abuso. Perché questa definizione è così pericolosa e cosa nasconde davvero?
Questa frase è l’anestetico sociale con cui allontaniamo da noi la “banalità del male”. Tendiamo a leggere la violenza in modo primitivo — pensiamo solo al naso fratturato o al sangue — e quando l’autore è un uomo comune, un professionista stimato, un “bravo ragazzo”, preferiamo parlare di raptus, gelosia o di momento di follia per non guardare dentro le nostre case. Ma la verità emersa dai processi è un’altra: la violenza non è un impulso naturale o una malattia psichiatrica. È una scelta di potere e di dominio radicata nella nostra cultura, agita da uomini perfettamente sani e inseriti nella società che non tollerano la libertà femminile.
Dire «era un bravo ragazzo» significa scagionare l’autore e, implicitamente, cercare la colpa nel comportamento della vittima.
Nel libro lei racconta un aneddoto della sua infanzia molto forte: il divieto di sedersi a capotavola, un posto riservato esclusivamente a suo padre e a suo nonno, persino quando erano assenti. Come si collega questo dettaglio domestico alla struttura del potere maschile?
Il capotavola è la rappresentazione plastica e coreografica del potere simbolico. Da quel posto il pater controlla la stanza, vede tutti e viene servito per primo, lontano dal luogo della cura, che è la cucina. Quando da bambina occupai quel posto di nascosto, provai un immediato disagio fisico: il mio stesso corpo mi diceva di tornare al margine. Quel divieto non era mantenuto dagli uomini, spesso assenti, ma dalle donne di famiglia che trasmettevano l’ordine patriarcale senza spiegarselo. Solo dopo cinquant’anni ho capito che comprendere perché alle donne sia impedito di sedersi a capotavola è la chiave per interpretare le leggi e i processi.
Se togliamo il riconoscimento collettivo a questi simboli quotidiani — come quando sparecchiano solo le donne a fine cena mentre gli uomini restano seduti — l’intero apparato gerarchico inizia a svanire.
L’importanza di declinare le professioni al femminile
Lei è stata la prima in Italia a firmare le sue sentenze come “la Giudice” e poi “la Consigliera estensora” in Cassazione, affrontando non poche resistenze. Perché declinare la professione al femminile non è un vezzo linguistico, ma una battaglia di libertà?
Perché la neutralità di genere non esiste e il canone maschile nella lingua cancella l’esistenza delle donne. Chiamare una professionista “signora” o “signorina” anziché con il suo titolo è una strategia di sminuimento gerarchico. Il titolo professionale riconosce il rango, la competenza e la sostituibilità paritaria tra i sessi. Usare il maschile per le donne che ricoprono cariche di potere è un silenzio complice, un vero e proprio “femminicidio linguistico”.
Quando ho preteso l’uso del femminile in Cassazione ho dovuto scrivere lettere di sei pagine con pareri dell’Accademia della Crusca. Rivendicare le parole per dirsi significa attivare gli strumenti culturali per vedere la violenza. Se la lingua non ci nomina, noi non esistiamo.
La trasmissione del cognome
Un altro tema di grandissimo impatto che lei affronta è quello della trasmissione del cognome. Lei scrive: «Non sapevo di avere tanti cognomi, nessuno dei quali il mio». Cosa significa questo per l’identità sociale di una donna?
Significa che siamo costrette a non avere un’identità autonoma. Fin dall’antica Roma, la donna passava dal controllo del padre a quello del marito, identificata solo tramite il patronimico o il nome del coniuge al genitivo. Ancora oggi in Italia, per legge, la moglie aggiunge al proprio cognome quello del marito. Persino le più grandi leader delle istituzioni europee usano o hanno usato esclusivamente il cognome del consorte, cancellando il proprio. Io stessa ho scoperto questa asimmetria sulla scheda elettorale e ho dovuto avviare una lunga pratica in Prefettura per aggiungere il cognome di mia madre.
Ma la vera beffa è che anche quello è il cognome di mio nonno, un uomo. Chi non partorisce trasmette la storia; chi genera è privata del diritto di dare la propria identità formale. Il patriarcato è esattamente questo: una struttura asimmetrica che ci priva delle parole e dell’identità per definire noi stesse.
Il mother blaming nei tribunali
Da magistrata lei denuncia una realtà drammatica: nei tribunali e nei servizi sociali si consuma spesso una vittimizzazione secondaria delle donne. Cos’è il mother blaming e come colpisce le madri che denunciano la violenza paterna?
Il mother blaming è il processo culturale che rende le madri sempre colpevoli di qualunque disagio o comportamento non conforme dei figli, mentre i padri restano invisibili nel loro ruolo di cura. L’ho sperimentato io stessa quando mio figlio mostrava difficoltà di lettura e medici e insegnanti accusavano la mia “ansia materna” dovuta al mio lavoro e alla separazione, prima di scoprire che era semplicemente dislessico.
Nei tribunali civili e minorili questo diventa letale: quando una donna denuncia un padre violento, spesso le istituzioni non formate considerano le violenze come “conflittualità familiare”. Se la madre cerca di proteggere i bambini dal padre abusante, viene accusata di essere “manipolatrice” o “madre non tutelante”, arrivando al paradosso in cui i figli le vengono sottratti per essere affidati al padre violento, convinti che “un padre sia sempre un padre”. È una trappola che scoraggia le donne dal denunciare.
Il libro si chiude con una bellissima Lettera aperta a voi padri. Qual è il ruolo dei padri oggi nell’educazione dei figli e come possono scardinare queste gabbie di genere fin dall’infanzia?
I padri hanno uno strumento unico: mostrare con i propri comportamenti quotidiani cosa significa essere un uomo. Devono rompere gli stereotipi a partire dai primi regali: regalare un bambolotto a un figlio maschio per insegnargli la cura e la tenerezza e un kit di matematica a una bambina per valorizzarne il pensiero scientifico.
Devono insegnare ai maschi che piangere e mostrare vulnerabilità è umano e non è debolezza, e alle figlie che arrabbiarsi e alzare la voce è lecito. Ma soprattutto, i padri devono farsi carico della cura concreta: preparare i pasti, fare la lavatrice, pulire la casa, non come un “aiuto straordinario”, ma come ordinaria responsabilità paritaria. I figli non imparano dai discorsi, ma da quello che vedono fare a casa. Solo così potremo crescere figlie libere e figli empatici.
Ma soprattutto occorre che tutti gli uomini si schierino in modo concreto, assumendosi la responsabilità dei soprusi che avvengono ogni giorno nelle chat del calcetto, nelle cene con gli amici, nei luoghi di lavoro: gli uomini devono riconoscere quando una collega vale e farsi da parte quando ritengono che a lei non sia dato il giusto spazio. Solo quando cominceranno rinunciare a delle fette di potere, capiremo che siamo sulla strada giusta.
I campanelli d’allarme della violenza in coppia da non sottovalutare mai
Il controllo: se ti chiede costantemente la posizione, pretende di verificare il tuo telefono o le password dei social.
La svalutazione: gli insulti (in particolare l’epiteto “puttana”, un vero e proprio verdetto di sottomissione) e il ridimensionamento continuo della tua intelligenza o del tuo lavoro, anche davanti ai figli.
L’isolamento: se ostacola le tue frequentazioni con amiche o parenti, o limita l’uso dell’auto o del denaro.
Cosa fare: non restare mai sola. Contatta subito il numero nazionale 1522 o rivolgiti a un Centro Antiviolenza specializzato, dove troverai donne formate pronte ad accoglierti senza giudicarti.